Editoriali Intelligence Corso di perfezionamento Recensioni Summaries in English Scienze dell'Investigazione Bibliografia Forum Strumenti Cineteca Mappamondo Ultime notizie
di Lello Parise
La vicenda della Missione
Arcobaleno ha suscitato riflessioni e indagini di vario tipo. Ci
sembra di particolare interesse quanto ha dichiarato in
un'intervista, a fine gennaio 2000, il procuratore di Bari, che
quasi sembrava volesse scrivere sui muri di tutte le città del
Belpaese lo slogan irriverente "montenegrino chi
legge".
Come per il Montenegro, infatti, Riccardo Dibitonto desidera che
il governo italiano prosciughi il fiume degli aiuti (umanitari e
non) verso l'Albania,fino a quando non si creino nel Paese delle
Aquile quelle "condizioni di sicurezza e di stabilità"
che così consentirebbero di non fare finire i finanziamenti
pubblici nelle mani dei "guappi" di Valona o di Tirana
o di Durazzo. Perché, per come stanno le cose, l'Italia al
di là dell'Adriatico si riduce a vestire i panni della guardia,
d'accordo. Ma dei predoni. Quelli che organizzano commerci di
droga, di armi, di clandestini proprio attraverso l'Albania, la
porta di tutti i Balcani. E che alla fine sbarcano in Puglia, per
smistare nel resto d'Europa marijuana, eroina, kalashnikov e
"carne da macello" . Un gioco da ragazzi: perché gli
albanesi, nove volte su dieci, ce la fanno sotto il naso. Si
sfoga, il procuratore Dibitonto: "E' un problema politico
nazionale andare a portare aiuti in Albania, ma è anche un
problema politico nazionale capire che, così facendo, si
alimenta la criminalità organizzata albanese". Fino a
due-tre mesi fa era stato calcolato che nella sola Valona almeno
la metà degli investimenti, che continuano ad affluire, fosse
finita, irrimediabilmente, in mani mafiose.
Un danno e una beffa, insieme. Dato che negli ultimi nove anni,
dai primi stanziamenti di Francesco Cossiga, passando per la
Missione Pellicano e subito dopo per la Missione Alba (di cui
vuole occuparsi adesso la magistratura pugliese) tra presìdi
diplomatici, politici, militari e di polizia, l'Italia ha tirato
fuori non meno di duemila miliardi di lire. Così come
nell'ultima legge finanziaria, Palazzo Chigi ha stanziato, sempre
per l'assistenza al Paese delle Aquile, 70 miliardi, di cui 22
per un'agricoltura ridotta a ben poca cosa. "Non vi
chiedete - incalza il procuratore della Repubblica di Bari -
perché gli americani non si stanno interessando
dell'Albania?". Semplicemente, gli americani hanno posto un
"aut aut": cari albanesi, non vedrete neppure l'ombra
di un visto per entrare negli Stati Uniti, se lì da voi il Far
West continuerà a vincere sull'ordine pubblico.
Come in Montenegro, dove vengono arrestati latitanti italiani (ma
non ancora il ricchissimo e potente boss brindisino Francesco
Prudentino) intrallazzati con i contrabbandieri di sigarette e
che avevano trasformato Bar o Podgorica in un "buèn
retiro" lontano da sguardi indiscreti, anche in Albania
scatta quella che potrebbe essere definita l'operazione
"fumo negli occhi": a Durazzo si mettono a tacere le
bande che si affrontavano a colpi di kalashnikov; a Valona
finisce in manette il bandito Zani, l'uomo che nei giorni della
rivolta voleva scortare l'allora presidente del Consiglio Romano
Prodi in visita nel Paese delle Aquile; ma su Rami Isufi,
ricercato dalla Procura di Bari per lo scandalo Arcobaleno, da
Tirana sostengono che non c'è nessun tipo di indagine che lo
coinvolga da parte dell'autorità giudiziaria albanese.
Però a differenza del "caso Montenegro", il governo
italiano pare abbia scelto nei confronti dell'Albania una linea
"morbida". Sennò, fanno sapere gli "addetti ai
lavori", ce li ritroviamo tutti da noi, gli albanesi;
invece, dobbiamo aiutarli a crescere là dove vivono da sempre.
Ed ecco, dunque, l'ampio spiegamento di militari schierati sotto
la bandiera tricolore. Raccontava a ottobre dell'anno scorso
Cristina Mariotti sull'Espresso: "Fa una certa impressione
vedere tutti questi soldati della Taurinense asserragliati nella
base di Durazzo stipata di camion e mezzi militari di ogni
genere, a cento metri dal mercato all'aperto delle auto rubate -
moltissime con targa italiana - che dalle sette del mattino alle
tre del pomeriggio la malavita locale offre in vendita a prezzi
imbattibili accessoriandole in giornata di documenti in regola.
Quasi che i nostri stiano lì a fare i guardiani non della pace,
ma solo della sicurezza del proprio fortino, voltando le spalle
all'illegalità più conclamata. Ovvio che nessuno - eccetto la
polizia albanese - ci può fare niente". I militari italiani
non hanno titolo per intervenire. Come i poliziotti della
Missione Interforze.
A guardia del predone, rammentate? Anche per questo il
procuratore Dibitonto - metà preoccupato metà sornione - si
interroga: "Come è possibile immaginare che un'indagine
cominci con gli articoli di stampa sapendo che in Albania ci sono
da tempo decine e decine di poliziotti?".
Gli articoli sono quelli pubblicati tra agosto e settembre del
1999 dal settimanale Panorama sulla Missione Arcobaleno;
l'indagine è quella aperta dal pubblico ministero barese Michele
Emiliano. Il procuratore Dibitonto sa benissimo che nel
protocollo sottoscritto da Italia e Albania tra i compiti
"ben precisi" a cui devono attenersi i poliziotti
italiani nel Paese delle Aquile non ci sono né il diritto ad
indagare né quello di segnalare crimini grandi e piccoli. Il
procuratore capo comunque ricorda che "da tempo"
poliziotti, carabinieri e Guardia di finanza "operano in
Albania". Ed è come se si domandasse: nonostante tutto,
perché allora restiamo ancora lì?
Lello Parise
Editoriali Intelligence Corso di perfezionamento Recensioni Summaries in English Scienze dell'Investigazione Bibliografia Forum Strumenti Cineteca Mappamondo Ultime notizie