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PAOLO BORSELLINO

NELLA STORIA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA

 

di Francesco Sidoti

 

(relazione tenuta al convegno “Ricordando Paolo Borsellino…Agostino - Claudio - Emanuela - Vincenzo - Walter. Alla ricerca di Dike. Il ruolo del giudice tra giustizia e democrazia nella società complessa", Palazzo Steri, Palermo, 7 luglio 2001)

 

Innanzitutto vorrei rivolgere un ringraziamento non formale a tutti coloro che si sono impegnati per la realizzazione di questo incontro. Paolo Borsellino oggi più che mai deve essere ricordato, con la ragione e col cuore, perché oggi più che mai sono serpeggianti i rischi di un vuoto di memoria, di una retorica ipocrita e beffarda, di un silenzio della ragione e del cuore, entrambi stremati dalle più crudeli domande, sul valore di quella vita, di quella morte, di questa nostra vita davanti a quella morte.

    Parlerò soprattutto di Paolo Borsellino, ma ho apprezzato molto il ricordo della scorta già nel titolo del convegno. La morte di Paolo Borsellino è una morte assai ingiusta ed è una morte assai tragica: anche le circostanze di quella morte debbono essere ricordate. I corpi ingiuriati e maciullati di Paolo Borsellino e della sua scorta si sono confusi insieme in via D’Amelio; e così è bene che nella nostra memoria essi rimangano tutti insieme. Emanuela, Agostino, Claudio, Vincenzo, Walter, Paolo: dimenticare come sono morti, sarebbe una sconveniente sottrazione di orrore all’orrore. Un altro passo nel tentativo surrettizio di addomesticare la speranza di giustizia.

    Riprenderò in maniera letterale la formulazione di questo convegno, sia per quanto riguarda il ricordo di Paolo Borsellino, sia per quanto riguarda il riferimento al ruolo del giudice e alla ipotesi dell'esistenza di un possibile contrasto o quanto meno di una tensione, tra giustizia e democrazia. Di fatto, ci può essere democrazia senza giustizia e ci può essere giustizia senza democrazia. Certo c'era democrazia senza giustizia quando furono democraticamente condannati Socrate e Gesù; c'è stata democrazia senza giustizia nelle molte esperienze di democrazia totalitaria. Viceversa storicamente è esistita giustizia senza democrazia, tanto è vero che i famosi giudici di Berlino erano attivi e operanti prima dell’avvento della democrazia; c'è stata giustizia senza democrazia in tutto il tempo lungo del capitalismo liberale, quando percentuali minime di cittadini avevano diritto al voto, eppure contemporaneamente maturava l'idea moderna di diritto e di lotta per il diritto.

    Ovviamente, i termini democrazia e giustizia sono stati intesi in molti modi, inclusi quelli più estremi, per i quali la rivendicazione di giustizia è concretamente vuota di contenuto empirico universale ed è dunque soltanto "un pugno sbattuto sul tavolo per tentare di farsi ragione in una discussione"; altrettanto radicalmente è stato sostenuto che democrazia è soltanto una "formula politica" per mascherare un governo oligarchico. Ma se stiamo fuori da questi estremismi e scegliamo di accettare una teoria delle forme sociali elementari, nel senso di Simmel, il significato dei termini giustizia e democrazia è univoco pur se storicamente di volta in volta approfondito e precisato. Per quanto molte siano queste precisazioni, può far piacere poco o punto, ma democrazia e giustizia non sono sempre sinonimi: di fatto democrazia e giustizia sono state spesso disgiunte e talvolta in aperto contrasto. Figuriamoci poi in una società complessa come la nostra.

    Infine, nella splendida progettazione grafica realizzata da Maria Randazzo per il convegno, c'è alle mie spalle come gigantografia e in esergo sui bigliettini d'invito questa delicata riproduzione di uno dei dipinti più cospicui e arcani di Vermeer, La pesatrice di perle: un'allegoria della giustizia, dipinta nel 1665, quando la democrazia dei moderni e la giustizia dei moderni erano ancora di là da venire, ma la necessità della giustizia e l'apprezzamento della giustizia motivavano intensamente questa immaginazione d'artista che vede nella giustizia l'antitesi eterna del bene e del male, della luce contro le tenebre.

    Mi proverò a legare tutti e tre questi temi trattando del posto di Paolo Borsellino nella storia  della cultura giuridica italiana. Posto che per me è immenso come cercherò di spiegare, ma che a prima vista, per certuni almeno, forse non è altrettanto evidente. Proprio come nel quadro di Vermeer, dove la bilancia delle pesatrice di perle si vede a malapena e dove le perle che sta pesando non si vedono quasi, ma sono al centro dei pensieri dell'autore. Nella rappresentazione intensamente magica di Vermeer, una luce smagliante si irradia in un luogo oscuro, allusivo, misterioso. Anche noi diventiamo la pesatrice di perle se insieme a lei guardiamo la bilancia della giustizia, mentre sullo sfondo campeggia il giudizio universale, che Vermeer ha voluto tratteggiare in un quadro appeso alla parete, incombente dietro il sorriso fiabesco della pesatrice: la bilancia della giustizia è nelle nostre mani e in maniera incantata, assorta, ammaliata possiamo assistere al miracolo della giustizia che, quando c'è, si manifesta riempiendo di luce un ambiente altrimenti opaco, tenebroso, funesto, antitesi della luce e di ogni luce.

   In questo Vermeer mi sia concesso di vedere un'allegoria non soltanto della giustizia, ma della presenza di Paolo Borsellino nella storia non sempre cristallina della giustizia italiana. Le perle sono piccole, ma nel centro dell’opera: riverberano la luce che scende dall’alto e dal cielo in una scena che altrimenti sarebbe opaca e tenebrosa – davvero assai opaca e tenebrosa se non ci fossero state persone come Borsellino, come Livatino e gli altri che ricordiamo tutti con un rimpianto lancinante e commosso, intriso di gratitudine e di venerazione.

   Oltre che parlare del posto di Paolo Borsellino nella storia della giustizia italiana, vorrei fare un brevissimo accenno a due questioni collaterali. Poiché il diavolo si cela nei dettagli, questi due brevi cenni potranno aiutare a capire di che cosa stiamo parlando e come ne vogliamo parlare. Innanzittutto è memorabile la cantonata di Leonardo Sciascia, quando scrisse la nota rampogna sui professionisti dell’antimafia. Alla richiesta di una replica, Paolo Borsellino disse: “La risposta sarà il silenzio. Ho sempre ammirato Sciascia e continuerò a farlo”. Come è noto, in breve tempo Sciascia riconobbe il proprio madornale errore e si sforzò di mostrare stima nei confronti del magistrato infelicemente tirato in ballo. Se fu possibile subornare Sciascia e fargli prendere una tale cantonata, quanto deve essere stato semplice imbrogliare e accalappiare quelli che non avevano la scienza e l’esperienza di Sciascia!

    Un altro dettaglio riguarda le note simpatie di Paolo Borsellino per la destra. In un certo senso è stato il suo primo sdoganatore. Quando Luciano Violante formulò una rilevante distinzione storico-politica tra destra del nord e destra del sud (una destra sui generis, caratterizzata non dal fascismo, ma da una scelta per la legge e per l’ordine), aveva in mente persone come Paolo Borsellino, che sono state all’origine della caduta di una barriera doganale ideologica: oggi c’è molta ex-sinistra nella destra, e c’è molta ex-destra nella sinistra. L’eredità morale di Paolo Borsellino mi pare che in qualche misura rischia di perdersi in questo generale rimescolamento delle carte; è bene sottolineare  il dettaglio spesso trascurato deliberatamente: è un’eredità luminosa, ma scomoda sotto molti profili.

     Per dire quello che era la cultura giuridica italiana prima dell’irruzione di persone come Paolo Borsellino, comincerò col riprendere quanto il prof. Gaetano Silvestri ha raccontato ottimamente, ricordando le parallele opposizioni di Vittorio Emanuele  Orlando e di Palmiro Togliatti all'introduzione della Corte costituzionale nell’ordinamento giuridico repubblicano. Premetto innanzitutto che un articolo di fede della mia religione civile è un'adesione senza riserve all'elogio socratico dell'ignoranza sapiente e a tutto il filone aureo dell'apprezzamento della modestia, dallo scolastico Hoc unum scio, me nihil scire, al Que sais-je? di Montaigne, ai massimi sistemi galileiani eccetera eccetera fino al fallibilismo radicale di Popper e Hayek. Ciò detto, con tutto il rispetto dovuto a persone come Vittorio Emanuele Orlando e come Palmiro Togliatti, che tanto hanno rappresentato nella storia d'Italia e che io non mi sognerei mai di catalogare sbrigativamente uno come complice di mafiosi e l'altro come complice di sterminatori, benché invero tanto sia stato sostenuto con argomentazioni non del tutto prive di riscontri, mi sia concesso di dire, in maniera sommessa, che l'opposizione di Orlando e di Togliatti rappresenta e riassume degnamente tutta l'ignoranza e la prepotenza di quella cultura giuridica italiana che era ed è spaventosamente lontana da quanto oggi noi intendiamo come veramente, genuinamente simbolo e criterio di una cultura della giustizia propriamente detta.

    E' esistito un tempo altamente illustre nella storia della cultura giuridica: l’età dell’oro dello jus publicum europeum, apprezzata anche da brillanti fiancheggiatori del nazismo come Carl Schmitt. Già al tempo di Hume l’idea della giustizia viene completamente laicizzata: tutto quello che sappiamo, egli dice, è che abbiamo bisogno di interazioni sociali regolate, e la legge è un’organizzazione della salus pubblica in una situazione naturale di scarsità.

    I termini giustizia, morale, diritto, legge rinviano a concezioni e pratiche divergenti. Un’interpretazione tecnicistica, avalutativa, neutrale dei linguaggi giuridici si afferma nel corso dell’Ottocento, tesa ad annullare nella supremazia della norma ogni differenza di contenuto e di ideologia. Parallelamente si afferma un’altra tradizione, che invece dà un posto centrale e assoluto alla volontà politica dei corpi elettorali come fondamento di giustizia, morale, diritto, legge. Era anche questa una tradizione illustre, perché metteva in questione il potere arbitrario di un monarca per diritto ereditario; da questo punto di vista era al tempo stesso rispettabile e foriera di un equivoco terribile sulla onnipotenza dell’elettorato. Il professor Fiandaca ha oggi illustrato magistralmente questa fase della nostra storia culturale, versione italiana di una tendenza progressivamente diventata dominante nell'Europa continentale.

    Kelsen conclude un lungo itinerario della storia della giustizia: nella sua dottrina dell’ordinamento giuridico la nozione di legalità ha un significato eminentemente funzionale e procedurale; all’interno della sua concezione non c’è gran posto per l'ideale di giustizia e sarebbe del tutto assurdo persino pensare che un'ingiustizia produca una sanzione. E’ la sanzione che definisce ciò che è illegale; senza sanzione niente illegalità né ingiustizia. In confronto all'aperta apologetica schmittiana del Furer, la lettura di Kelsen era pur sempre preferibile, ma prestava il fianco ad una critica corrosiva: qual’è il fondamento dei fondamenti? Schmitt si ritrovava a suo agio, ovviamente, nei passi celebri del  Leviathan e del De Cive in cui Hobbes proclama che Auctoritas, non veritas facit legem, e concludeva: "La legge non è norma di giustizia, bensì imperio".

    In maniera opposta a Schmitt, ma speculare, Kelsen svuotava il contenuto glorioso del Rechtstaat, che diventava una cosiddetta teoria pura del diritto. L’ideale ottocentesco del governo della legge si trasformava in una costruzione razionale-formale, senza limiti per il legislatore e senza riferimento ai diritti fondamentali. Era il degno punto d’arrivo di una tradizione europea decisamente statocentrica e classista (nel senso dello Stato monoclasse descritto da Massimo Severo Giannini). In conclusione, si tratta di un tempo della cultura giuridica che fatalmente finisce dopo Norimberga, trascinando nel passato remoto alla fine tutti e due i contendenti, sebbene fossero sul piano morale assolutamente incomparabili.

     Un'altra e ben diversa cultura della giustizia si afferma dopo Norimberga, non come mero sottoprodotto del primato dei vincitori sui vinti, ma come anima profonda di quella vittoria, rigidamente ancorata ad una visione del sistema internazionale eticamente fondata su princìpi. Continuando una tradizione di moralismo cominciata almeno con Guglielmo III, inglesi e americani combatterono la Seconda guerra mondiale perché convinti di essere portatori di un ideale di giustizia diverso, rispetto a quello difeso dai fascisti e dai nazisti. In questo ideale la democrazia vince sulla dittatura, ma la giustizia tiene a bada la democrazia, perché l'ideale di giustizia è fondato su princìpi superiori rispetto alla stessa democrazia. La sovrabbondanza assiologica della morale rispetto alla legge garantisce il primato della giustizia.

    Mentre in Germania era stato compiuto e consumato il percorso che dalla crisi dei valori portava alla volontà di potenza, nei paesi anglosassoni la giustizia rimane il valore fondativo di tutti gli altri valori. Da Jellineck a Weber, c'è un'ampia discussione in merito alle radici religiose o pragmatiche di questa impostazione, ma di fatto indubbiamente le cose stanno così, quale che sia l'itinerario e la data di nascita: per gli anglosassoni i valori primari sono valori di giustizia e sono valori costituzionali: non comanda la politica, ma la legge. Voltaire sintetizzò splendidamente il punto quando scrisse che gli inglesi avevano deposto il sovrano per fare la legge sovrana e Tocqueville appena arrivò in America notò per prima cosa il governo della legge e la subalternità del potere politico: l’avvento della democrazia in America non permetteva il dispotismo del corpo elettorale.

   Dopo Voltaire e Tocqueville, col tempo si confermano e si mettono sempre più in evidenza questi aspetti prioritari della cultura anglosassone, che qui interpreto nei termini della imponente scuola di pensiero che ha rivendicato ed esaltato il rilievo supremo dell'eccezionalismo americano nella Storia universale. Lord Acton sosteneva che la nozione whigh di un diritto superiore ai codici locali era la suprema realizzazione degli inglesi e l'eredità da loro lasciata all’umanità; sul suolo americano questa eredità fiorì in maniera prodigiosa. Alla base dell'eccezionalismo americano, c'è la legge, ma non una legge vuota di contenuti e pura forma imparziale ed astratta: la legge è regolarizzazione di un ideale di giustizia e la forma è importante solo in quanto strumento per realizzare quel fine ideale, che a sua volta è la traduzione laica di un principio trascendentale, originariamente radicato nel purismo e nell'intransigenza morale dei padri fondatori. Fuggiti dall'intolleranza, dalla corruzione, dalle gerarchie del vecchio mondo i Founding Fathers crearono un Nuovo Mondo, che con la Guerra d'indipendenza e con la Carta costituzionale si allontana definitivamente dall'Europa delle aristocrazie, delle disuguaglianze, delle ingiustizie. In una delle numerose figure mitiche del diritto americano, come Archibald Cox, diretto discendente di Roger Sherman e di William M. Evarts, le origini sono connesse al presente fisicamente oltre che idealmente: nello stesso albero genealogico si va dalla Declaration of Independence del 1776 all’impeachment del presidente Andrew Johnson, nel 1868, fino al Watergate nel 1973.

    A metà del loro secolo, allo zenit del ventesimo secolo, Vittorio Emanuele Orlando e Palmiro Togliatti non avevano capito niente di tutto questo e non sapevano di vivere nel secolo americano: si abbandonavano ai riflessi condizionati della propria formazione giovanile, per quanto arcaica, stantia, retriva visibilmente fosse diventata negli anni della maturità. Secondo loro, quale che ne sia l'origine, o per l'uno la forza bruta di un manipolo bolscevico o per l'altro il peso inerziale di un privilegio ereditario o per entrambi le più prosaiche alchimie parlamentari, comunque il primato della volontà politica sembrava che fosse qualcosa di così fondativo da non poter essere messo in questione da alcuna altra sorgente di legittimità, esterna e superiore. La loro idea di comunità politica era veramente primitiva: tanto spoglia delle ragioni della giustizia quanto disponibile a quasi ogni compromesso con tutte le altre forme di convivenza e di connivenza con il potere costituito, come il sedicente liberalismo dell'uno e il sedicente marxismo dell'altro avevano ampiamente dimostrato in una fitta trama di eventi non sempre commendevoli.

    La cultura giuridica pandettista, apolitica, tecnica, positivista, formalista, statalista aveva servito in Italia tutte le bandiere del Regno, dagli squadroni dei mazzieri giolittiani a quelli dei mazzieri fascisti, e allora si apprestava a entrare nelle processioni democristiane, perché innanzitutto aveva il suo fondamento metaempirico nel culto della norma e della forma, quello stesso culto della forma e della norma esaltato fino ai giorni nostri da magistrati che sotto l'usbergo di un fasullo rispetto della legge hanno fatto valere ragioni che non a tutti sono sembrate pienamente, puramente, intenzionalmente nobili come venivano da loro raffigurate e celebrate. Non sorprende che questi pretesi maestri del diritto abbiano potuto sentire una estraneità assoluta e totale della propria idea di giustizia rispetto a quella che era propria di Paolo Borsellino. In buona fede, per così dire, Borsellino e quelli come lui erano visti alla stregua di una alterità inconciliabile e in un certo senso, perfino, non soltanto deprecabile, ma estirpabile: una negazione vivente di quella cultura giuridica che era per loro titolo di studio, di professione, di potere, di identità e di sopravvivenza.

     Quando Giolitti affermava che la legge per i nemici si applica e per gli amici si interpreta, esprimeva un sentimento consciamente o inconsciamente dominante tra molti dei cosiddetti liberali del suo tempo e condiviso poi anche da Togliatti - che non a caso badò infine a riabilitare proprio Giolitti dalle accuse veementi quanto solitarie di Salvemini. Nella cultura terzinternazionalista di Togliatti la legalità e la giustizia erano ideologie borghesi, ben altra cosa rispetto alla superiore legalità e giustizia del comunismo, ovvero dello stalinismo. Con Giolitti poteva essere avversario, ma parlare la stessa lingua, almeno su questo argomento specifico.

     A partire da questa base ancora oggi si discute dell’esistenza in Italia di un "Medioevo della giustizia” e si sostiene che “noi siamo appena usciti dal Medioevo barbarico” citando esempi schiaccianti di garanzie inesistenti ancora nel 1970, mentre in merito l'Inghilterra aveva legiferato nel 1620 e nell’Ottocento erano legge pressoché in tutti i paesi civili, a cominciare dalla Francia. Non sono lamentazioni isolate: una presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ha parlato di "giustizia alla bancarotta"; l'attuale vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ha ripetuto che "la giustizia è alla bancarotta". L’arretrato spaventoso nel settore penale, civile, amministrativo, tributario è poca cosa se confrontato con altri misfatti a tutti noti, relativi ad una giustizia spesso aggiustata, comprata, concordata – a volte confusa, rintronata, e infine beffata. Non è stata soltanto una giustizia forte con i deboli e debole con i forti, è stato ed è vero Medioevo, con la caccia agli untori, le torture e le colonne infami, i roghi e i forconi.

   In questa giustizia italiana, in questa giustizia all’italiana, sono avvenuti fatti travolgenti e di varia natura, che ricordo soltanto per un profilo: l’emergere progressivo di un fondamentalismo dei diritti e del diritto, che aveva poco in comune col vecchio giusnaturalismo e con una concezione neoformalistica della legge, ma che era di fatto, prima che in principio, radicalmente sovvertitore.

     Insieme a molti altri, Paolo Borsellino non era stato a scuola dell'eccezionalismo americano, ma aveva un'idea della giustizia come attività rivolta alla realizzazione di un ideale civile e morale. Era estraneo non soltanto alla cultura dominante fra i giuristi italiani, ma alla cultura italiana per come storicamente si è configurata, secondo un’interpretazione niente affatto “di sinistra”, ma specifica di quegli osservatori disincantati che riconoscono il valore delle analisi di Prezzolini, di Gobetti, e di molti altri che hanno ampiamente tematizzato un altro eccezionalismo, quello italiano, caratterizzato rispetto ad altri paesi dalla mancanza di momenti storici formativi di una cultura civile delle masse e dei gruppi dirigenti, come una riforma protestante, una rivoluzione borghese, o un largo processo di coinvolgimento popolare nel processo di unificazione nazionale. Hanno una lunga storia fenomeni propriamente e specificamente italiani (come i livelli del tutto anomali di illegalità diffusa).

     In un momento della nostra storia, c’è stata una tematizzazione eminente e cervellotica della furbizia, poi conservata nella cultura comune come una sorta di successo evolutivo nella lotta per la sopravvivenza. Sulla imitazione subdola della mansuetudine, sulla circospezione, sulla dissimulazione (consigliata fino al vertice “del dissimulare con se stesso”), ci sono pagine memorabili nel Galateo di monsignor Della Casa, nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, e ovviamente nel Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto. Tutta questa specificità culturale è perfettamente descritta e compendiata nel leopardiano Discorso sullo stato presente del carattere degli italiani, in cui contemporaneamente gli italiani appaiono come il popolo che meglio ha il senso della verità filosofica sulla vanità del mondo, ma per questo motivo difetta delle virtù civiche: a causa del cinismo imperante, tutti sputano su tutti, sul nemico come sull’amico, tutti disprezzano tutti, anche se stessi.

    Pur collocati dal destino dentro questa cultura e dentro questa tradizione, una minoranza di magistrati negli anni settanta prende come riferimento una differente dimensione morale. Alcuni sono decisamente influenzati dalle tematiche sessantottesche, e ritengono che i nuovi diritti siano giustiziabili; altri ritengono che la politica sia giustiziabile. In Italia, nella vecchia scienza giuridica anti-illuminista, formata lungo la parabola che va da von Savigny a Laband, “il diritto precede alla legge”. Nella scienza giuridica che faticosamente si emancipa sia dagli schemi illuministici sia da quelli statocentrici, la giustizia precede il diritto.

     Nella cultura postsessantottesca della legalità, in particolare, si assiste ad “una politicizzazione della giurisdizione”. Nel reclamare la possibilità di far politica in Italia, molti magistrati arrivavano buoni ultimi: eravamo il paese con la più estesa classe politica dell’universo, anzi il paese dove è stato inventato quel termine, una teoria scientifica in proposito, e varie altre derivazioni, compreso quel partitocrazia che risulta quasi intraducibile nelle altre lingue, tanto è vero che viene ricopiato tale e quale anche in inglese. Alcuni magistrati subirono fino in fondo il fascino della politica e pensarono fosse una grande conquista aggiungersi ai milioni di italiani che vivevano di politica o per la politica; altri magistrati, legati ai vecchi schemi interpretativi subirono questa politicizzazione come una sconfitta personale e una degradazione della funzione stessa del diritto. In molti, fuori e dentro la magistratura, si ostinarono a non vedere un terza possibilità che in quegli anni si era aperta: il primato della giustizia sul diritto. Scambiarono per politica anche la rivendicazione pura e semplice della giustizia.  

    Con la scusa che lo stato di diritto non è lo Stato etico, in molti avevano tenuto l’etica fuori dal diritto e dallo Stato. Paolo Borsellino (e ovviamente lo stesso discorso vale per altri) non rappresentava, come potevano capziosamente sostenere soltanto torvi e biechi criptomafiosi, un avversario politico che faceva entrare subdolamente i partiti nel mondo sedicente asettico del diritto più ascetico. Al contrario: faceva entrare l'ideale di giustizia in quel mondo traboccante di ragioni prosaiche, oltre che giuridiche - un ideale che non è posto da un potere costituito più o meno onnipotente, ma che è indicato dall'Onnipotente personalmente e quindi è "presupposto", in termini omologhi a quei diritti "presupposti" (per ripetere i termini usati dal prof. Silvestri, sulla buona scia di McIlwain), che sono assolutamente prevalenti nella tradizione anglosassone.

    Senza saperlo e per una strada tutta sua, partendo dalla A per arrivare d’un fiato fino alla Z, dai fondamentali all'applicazione pratica a tutti i costi dei fondamentali, dalla A alla Z saltando tutti i passaggi logici e ideologici intermedi, compresi i distinguo e le cautele e le prudenze, persone come Borsellino introducevano nella cultura formalista dei giuristi italiani un'idea di giustizia ancorata non ad un sistema di norme più o meno benignamente poste dal potere costituito, né ad una ideologia politica alambiccata da un gruppuscolo di rivoluzionari di professione, ma un'idea di giustizia ancorata ad un sistema verticale di ideali religiosamente presupposti, superiori anche rispetto ad ogni ideologia oltre che ad ogni potere costituito. Ideali civili, ma abbarbicati in una fede trascendentale, dunque in radice sottratti alla contrattazione e al calcolo delle utilità.

    La posizione dei fondamentalisti cattolici era diversa rispetto alla posizione dei fondamentalisti del costituzionalismo anglosassone, sotto molti punti di vista, a cominciare da quell'ossimoro che nella tradizione cattolica riguarda la flessibilità dei fondamenti. Erano eroi. Ma qual è il senso dell’eroismo in una cultura che Prezzolini descrisse come geneticamente caratterizzata dalla preminenza dei furbi?

    Ho ancora davanti a me lo sguardo limpido della studentessa che interruppe un’altra mia appassionata arringa in favore degli ideali e dell'esempio di Paolo Borsellino, di Rosario Livatino, di don Puglisi, dicendomi "ma professore sono tutti morti ammazzati, se seguiamo questi esempi faremo la stessa fine". Quella volta infine io ho capito le ragioni di questa emozione che mi taglia le gambe e la voce, ogni volta che mi ritrovo intimamente solo davanti questi nostri eroi – gli illacrimati eroi della nostra storia repubblicana. Mi ricordano innanzitutto quello che sono io davanti a loro. Quanto può essere povera, servile, vigliacca, una vita vissuta al riparo dal rischio e dalla verità. Piango per me davanti a loro. A me e a molti altri gli eroi come Paolo Borsellino ricordano quel poco che veramente siamo e quel molto che ci impedisce di essere diversi da quello che siamo.

     C’è in Danilo Dolci un accenno rimarchevole sulla differenza esistente tra “una vita comoda” e “una vita perfetta”. E di recente ho ritrovato il sostantivo “comodismo” in portoghese, davanti ad un bicchiere di rosolio di Lisbona. Il comodismo, no; lo posso rifiutare e non me lo sono mai potuto permettere neanche come ipotesi. Ma in che senso e fino a che punto ci si può proporre il sacrificio come regola di vita – il sacrificio a costo della vita?

     Il punto è stato mille volte all'attenzione dei moralisti e degli umanisti. Cervantes ha trattato in maniera paradigmatica il tema del perfezionismo etico, e soprattutto il contrasto tra ideale e realtà, fino al rischio per l’ideale di essere scambiato per pazzia vana e ridicola, quando è perseguito costi quel che costi, anche in una realtà del tutto profana ed ostile. Don Chisciotte affronta impavido ogni replica della quotidianità al suo idealismo: gli murano la libreria, gli bruciano i libri, gli danno un sacco di legnate, Sancho gli darà ripetutamente lezioni di empirismo e pragmatismo anglosassoni – invano: dovrà arrivare sul letto di morte per diventare saggio, come se continuando a vivere non potesse che continuare a comportarsi da folle.

   Nel suo Commento alla vita di Don Chisciotte, Miguel de Unamuno affronta il tema richiamando la sua base propriamente religiosa e due momenti particolarmente elevati della riflessione in proposito. Innanzitutto egli ricorda il celebre commento alla vita di Sant’Isidoro di Siviglia: “questa vita è più da ammirare che da imitare”. Poi ricorda quanto dice Santa Teresa: quel celebre commento (apparentemente così ragionevole) è in verità l’apice di una tentazione demoniaca: una scappatoia rispetto ad una fede integralmente e praticamente vissuta – una scappatoia, però, talmente fondata da non poter essere spavaldamente respinta, e infatti santa Teresa la definisce una tentazione demoniaca, ma non la respinge nettamente.

    Il tentativo di soluzione più commovente che io abbia mai trovato al problema del perfezionismo etico è quello offerto da Bonhoeffer in una delle sue ultime lettere dal carcere nazista di Tegel, a Berlino, il 21 luglio 1944, poco tempo prima di finire nelle mani del boia. Bonhoeffer ricorda  una conversazione avuta molti anni prima con un giovane pastore francese. In quella occasione si erano chiesti: "Che cosa dobbiamo fare delle nostre vite?". E quel giovane pastore disse: "Vorrei diventare santo". Bonhoeffer scrive di aver cercato la santità e di aver capito faticosamente che la via della santità è nell'essere-di-questo-mondo: "allora ci si getta interamente nelle braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nei Getsemani e, io penso, questa è fede, questa è 'metanoia'; e così diventiamo uomini".

     In questo senso Paolo Borsellino è entrato nella leggenda, non per una scelta deliberata di perfezionismo, ma, nel senso di Bonhoeffer, come semplice aderenza all’essere-di-questo-mondo. La classica sentenza fiat iustitia, pereat mundus faceva riferimento ad un’incompatibilità radicale tra giustizia e mondo; ma non era questo all’origine il progetto esistenziale di Paolo Borsellino: non per scelta originaria la sua vita è diventata sfida, mito, eroismo. Non fu una scelta di virtuosismo etico, ma il puro e semplice esito di un’etica di-questo-mondo, che si esaurisce integralmente nel rispetto del dovere quotidiano – con il rischio che, in questo mondo, a volte la quotidianità si trasformi inopinatamente in un appuntamento tragico col destino.

    In questa prospettiva importa soltanto all’investigatore o allo storico sapere quando scocca l’ora fatale: in un certo senso, come ha detto il procuratore Pietro Grasso, quando Paolo Borsellino commette “l'errore di comunicare ad altri il testamento ricevuto da Falcone”, ma in un altro senso quando il suo sentimento della giustizia e del dovere gli impediscono di tradire collaboratori ed amici, a cominciare dal 4 maggio 1980, davanti al corpo senza vita del capitano Basile, assassinato davanti alla moglie, mentre teneva in braccio la figlia di tre anni. Allora, racconta il cronista, "esplose in un pianto disperato. Un'ora dopo Paolo Borsellino tornò a casa. E continuò a piangere davanti alla moglie Agnese. Era la prima volta che Agnese vedeva piangere il marito. Era la prima volta che Paolo Borsellino portava il suo dolore di magistrato dentro casa e tra la sua famiglia. In quel momento lui e sua moglie capirono che era cambiata per sempre la loro vita".

          Nella cultura anglosassone le parole più usate (ed abusate) nell'encomio solenne di chi amiamo e rimpiangiamo sono quelle di Amleto a proposito del padre assassinato: "He was a man, take him for all in all, I shall not look upon his like again": “Era un uomo. In tutto e per tutto. Non ne vedrò mai più un altro uguale”. In uno strepitoso commento, in un'orazione del 1914 in memoria di Abraham Lincoln, Stephen S. Wise riuscì a rovesciare magistralmente proprio questo cliché shakespeariano: di un uomo come Lincoln non è giusto dire che non se ne potrà mai vedere un altro uguale: ciò che c'è di speciale in lui deve diventare uno standard per tutti gli altri: "He remains the standard by which to measure men.  His view are not binding upon us, but his point of view will always be our inspiration. He did not solve the problem of the future, but he did solve the problem of his own age. Our is not to claim his name for our standards but his aim as our standard".

     L'espressione rousseauiana “religione civile” è stata usata in molti contesti per indicare una situazione di consenso popolare molto ampio. Negli Stati Uniti la religione civile è stata descritta da Robert Bellah: ha i suoi simboli (l'aquila, la bandiera), le sue feste ufficiali (il Thanksgiving, il Quattro di Luglio), i suoi riti di contrizione (il Memorial Day), i suoi inni (America the Beautiful, The Star-Spangled Banner), i suoi santi (Jefferson, George Washington) e i suoi martiri (Lincoln, Martin Luter King).

   Se fossimo in un altro posto e in un altro paese, il sacrificio di Paolo Borsellino sarebbe per noi senza incertezze e senza tentennamenti un esempio monumentale per la nostra religione civile nazionale. Sotto questo cielo ci ricorda drammaticamente quello che dovremmo essere e che avremmo voluto essere, ma non siamo capaci di essere. Una tentazione demoniaca, in fine, al fondo di un pozzo senza fondo, ci sussurra che forse non ne vale neanche la pena. Qui giustizia e democrazia, eroismo e vigliaccheria, vengono alla resa dei conti, si separano e si fronteggiano. Potrei consigliare l’eroismo alla mia studentessa  e a me stesso. Ma perché e per chi? In nome del popolo italiano? In nome dello Stato italiano o delle istituzioni italiane?

      In una delle sue ultime apparizioni pubbliche Paolo Borsellino ricordava la grande gioia di Giovanni Falcone quando notò che finalmente “la gente fa il tifo per noi”. Purtroppo, notava ancora, “ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza”. Più volte Paolo Borsellino parlò in pubblico delle condizioni pratiche impossibili in cui svolgeva il suo lavoro, ad esempio in una avvilente audizione davanti alla Commissione antimafia, dove raccontava dei circa 40.000 procedimenti che aveva trovato nella procura di Trapani e della “assoluta impossibilità di istruire i processi per la criminalità organizzata”. Nonostante le sue richieste non c'era stato nessun aumento di magistrati e di personale ausiliario; anzi, aveva a disposizione sezioni di polizia giudiziaria con un numero di uomini inferiore rispetto a quello disponibile precedentemente con le squadre di polizia giudiziaria. Più volte, inoltre, Paolo Borsellino parlò in pubblico della sfiducia generalizzata nei confronti dello Stato e di quel contrapposto consenso generalizzato verso i nemici dello Stato, “diciamocelo francamente e non vergogniamocene come siciliani se siamo siciliani che vogliamo reagire”.

     Ovviamente, c’è qualcosa di ambiguo nel tentativo di fare giustizia “in nome del popolo”, se il popolo non ne vuole sapere. Anche questo è un problema vecchio, ma irrisolto, di ogni teoria politica che non vuole nascondersi le questioni più spinose. Sul punto, un critico caustico di ogni ideale democratico come Carl Schmitt, ha saputo suonare tutti gli strumenti di un sarcasmo corrosivo. Facendosi tra le righe due risate, in un punto nota: “Nessuna democrazia può esistere senza il presupposto che il popolo è buono”. In un altro punto si diverte a citare entusiasticamente un reazionario sans phrases come Donoso Cortés e in particolare il suo disprezzo per gli esseri umani: “il loro cieco intelletto, la loro debole volontà, il ridicolo slancio delle loro brame carnali, gli sembrano così miserabili che tutte le parole di tutte le lingue non bastano ad esprimere per intero tanta abiezione”.

      Sarebbe in un certo senso blasfemo, cadere in una tentazione demoniaca proprio in conclusione della commemorazione di un eroe. La vita di Paolo Borsellino non è “più da ammirare che da imitare”. E’ la vita di un eroe, dunque per definizione al di sopra e al di là dei parametri di una normalità cauta e micragnosa. Proprio in questo, senza tentennamenti e distinzioni, sta la quintessenza dell’eroismo: la capacità di essere come gli altri non sono capaci di essere. A giornalisti, professionisti, laureandi, conoscenti che spesso, ingannati dal fatto che formalmente sono un professore di criminologia, mi chiedono pareri sui serial killers, sui pedofili, sui terroristi, sui matricidi, e consimili teratologie, mostrandosi in qualche modo intrigati e accalappiati dal fascino del male, io imperturbabilmente rispondo mettendomi a parlare di don Puglisi, di Giorgio Perlasca, di Madre Teresa di Calcutta e dei tanti altri che nella loro vita hanno sentito potentemente,  praticamente, invincibilmente il fascino del bene: esseri umani in un senso sobrio, ma completo del termine. Non per tutti la scelta della giustizia, del dovere, della fraternità è stata premiata dal destino.

   Per Paolo Borsellino l’orologio si è fermato in via D’Amelio. Ma nella mia memoria, l’orologio si è fermato il giorno dei suoi funerali. Ognuno di noi può scegliere da che parte stare, ora come allora: tra gli assassini compiaciuti; tra la massa inerte e spensierata; tra i parenti che hanno rifiutato i funerali di Stato; tra le Autorità che arretravano in mezzo ai pianti, alle maledizioni, alle urla, ai fischi, agli sputi, alle monetine, alle sberle e agli spintoni di una folla disperata ma incline a farsi giustizia con le proprie mani.

   Giustizia e speranza, ingiustizia e disperazione, si accompagnano ineluttabilmente, indissolubilmente, dall’inizio dei tempi. Da quando Dike disperata (come racconta il mito ricordato magnificamente dal Rettore dell’Università di Palermo) rifiutò di rimanere in questo mondo e volò in cielo. E lì rimane: in quello stesso cielo dal quale discende la sublime luce di Vermeer. Noi nel nostro tempo dobbiamo decidere da che parte stare; fuori da ogni tempo Paolo Borsellino rimane per sempre nella luce lontana, ma smagliante e prodigiosa della giustizia. Questa esemplare incarnazione dell'ideale nella vita, questa capacità di fare della propria vita un'ideale, rimane più incrollabile di ogni monumento, nella storia pluralista del cattolicesimo italiano, nella storia controversa della cultura italiana, nella ristretta storia della giustizia italiana, nella ancora più ristretta storia dell'eroismo italiano, dentro di noi e davanti a noi, con noi e in noi, per sempre.

 

 

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