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Bustarelle all'italiana, crisi valutaria e reputazione italiana nel mondo
Secondo l’opinione dei massimi dirigenti degli organismi pubblici e privati più importanti nel mondo, dalla Banca Mondiale al Fondo monetario internazionale, il fenomeno della corruzione costituisce una minaccia per l’economia internazionale. Il caso recentissimo della Turchia è un esempio da manuale: la lira turca è crollata proprio per le vicende connesse alla lotta contro la corruzione. Nei paesi ex-comunisti, come è particolarmente evidente nel caso della Russia, il problema della corruzione è il primo problema di quelle nazioni. Nell' America latina, Argentina e Brasile sono stati e sono paesi economicamente assai vacillanti proprio per la problematica affidabilità legale dei loro mercati. La terribile crisi asiatica del 1997 scoppiò nei paesi in cui i problemi di corruzione erano più significativi, a cominciare dalla Corea, che per molti profili era un paese simile all'Italia e per finire con il Giappone che guarda ancora oggi all'Italia proprio perché ritrova elementi di similarità in una crisi caratterizzata fra l'altro da problemi enormi di classe politica, sotto il profilo particolare della legalità. C'è un rapporto tra crisi valutarie e crisi di legalità.
Un aspetto particolarmente rilevante è costituito dal fatto che la lotta alla corruzione ormai coinvolge non persone e movimenti emarginati, ma grandi gruppi sociali e personalità che non rimangono isolate sulla scena internazionale. Sul Washington Post del 10 aprile 2001, David Ignatius, uno degli osservatori più ascoltati, scrive: "The most interesting political movement in the world today does not have a name, and it does not even have a clear ideology. It is the global rebellion against corruption, and it stretches from France to the Philippines, from China to Colombia.....". Dopo aver fatto ampio riferimento alle vicende di persone straordinarie come Eva Joly e Ingrid Betancourt, egli così conclude: "...with the thousands of courageous others who are challenging the corruption that afflicts governments around the world, the answer is that they don't really have a choice. People with a passion for the truth cannot live with lies, no matter how dear the price of their defiance".
In questo contesto la convenzione Ocse sulla corruzione (un accordo internazionale rivolto a punire le aziende che usano
tangenti per ottenere commesse sui mercati esteri) è stato il tentativo di
costruire uno standard internazionale, in maniera da permettere che le imprese
di tutti i paesi possano confrontarsi sul mercato ad armi pari e senza ricorrere
a mezzi che rendono problmatici gli investimenti e la fiducia in un sistema
paese..
Purtroppo non è stato per niente incoraggiante l'atteggiamento italiano nei confronti della convenzione Ocse. Alessandra Puato ha intervistato sul Corriere della sera del 9 aprile 2001, Giorgio Sacerdoti, professore di diritto internazionale alla Bocconi, vicepresidente del Gruppo di lavoro dell' Ocse sulla corruzione internazionale. Giorgio Sacerdoti ha contribuito a scrivere (un lavoro di otto anni) la Convenzione anticorruzione, che era stato firmato nel 1997 da trentaquattro dei paesi aderenti all’ Ocse. Giorgio sacerdoti viene considerato “il padre della Convenzione anticorruzione”; dunque il suo parere è assai rilevante. L’intervista così comincia: «Cara Italia, che figura. Ora all' estero diranno che otteniamo gli appalti con le bustarelle. Il 26 febbraio sono andato a Mosca. Mi hanno invitato i russi, dovevo esporre le strategia di lotta alla corruzione dei Paesi Ocse. Mi si avvicina il presidente della delegazione, un direttore generale del ministero degli Esteri…Se avessi saputo che cosa sarebbe successo il 4 aprile, sarei arrossito d' imbarazzo».
Nell’intervista vengono messi in rilievo alcuni aspetti assai rilevanti del contesto internazionale. Ad esempio, il fatto che noi italiani saremo i presidenti di turno del prossimo G7, dove è annunciato che sarà di primario rilievo il problema della lotta alla corruzione. Molto importante anche la considerazione generale che attornia il nostro paese; dice Sacerdoti: «Sui 90 Paesi di cui Transparency International, organizzazione non governativa, ha rilevato l' indice di percezione della corruzione, siamo al 39° posto: ultimi fra gli industrializzati, persino dopo Marocco, Malaysia, Tunisia e Ungheria. E nella classifica dei corruttori, su 19 nazioni, siamo al 16° posto. Le nostre imprese sono considerate più corruttrici di quelle giapponesi: dopo di loro, ci sono solo quelle di Taiwan, Corea e Cina».
Nella intervista a Giorgio Sacerdoti vengono fuori molti aspetti tipici del funzionamento del nostro sistema istituzionale e delle mentalità dominanti tra operatori pubblici e privati. Da questo punto in poi ci limitiamo a trascrivere fedelmente l’intervista, in modo da lasciare con chiarezza il lettore davanti a considerazioni che sono proprie dell’intervistatrice e dell’intervistato, che è, ripetiamo, una delle maggiori autorità al mondo nella materia. «La Convenzione è stata recepita dal nostro Paese, dopo che il disegno di legge «è andato avanti e indietro per tre volte fra Camera e Senato»…E’ stata approvata solo il 29 settembre dell' anno scorso. Con una legge-delega, perdipiù, che richiede, per diventare esecutiva, l' approvazione di un decreto legislativo: 82 pagine con 89 articoli, con proposte di sanzioni come la multa da 50 milioni a tre miliardi di lire, la chiusura dell' azienda, il diritto di recesso dei piccoli azionisti entro sei mesi dalla condanna definitiva. Il decreto avrebbe dovuto essere approvato proprio il 4 aprile, settimana scorsa. Ma prima ha diviso il governo; poi è slittato. Ed era la seconda volta. «Un segnale molto preoccupante - dice Sacerdoti -. Una pessima figura per l' Italia». Veramente, Nicola Tognana, vicepresidente di Confindustria, pensa il contrario: ha detto che questo decreto sarebbe una bomba a orologeria per le imprese italiane. «Primo: la Confindustri a poteva reclamare quando, in settembre, è stata approvata la legge: hanno avuto sette mesi per criticare, potevano intervenire prima. Ma questo è il nostro Paese, la gente è distratta. Secondo: la Confindustria, opponendosi, si dà la zappa sui piedi . Ma si rende conto della magra figura che fa l' Italia? Gli altri Paesi continueranno a dire che otteniamo gli appalti all' estero con le bustarelle, che l' Italia vuole garantire l' impunità alle sue imprese sui mercati internazionali. La stampa americana lo ha già scritto». Insomma, lo slittamento è stato un errore. «Altro che errore! È stato una violazione plateale, un grosso passo falso. In questo momento, poi, con le tre scadenze che ci aspettano...». Quali tre scadenze? «Per cominciare, fra pochi giorni, il 19 aprile, l' Ocse esamina a che punto è proprio la legislazione italiana di attuazione della Convenzione. E si dirà, naturalmente, che noi abbiamo fatto finta di adottarla, dando al governo una delega che, per una ragione o per l ' altra, non usa. La seconda scadenza è l'appuntamento di metà maggio, il più importante dell' Ocse: la riunione annuale dei ministri, che esamina lo stato d' attuazione degli Stati membri. Che figura, per l' Italia». E la terza data? «Ma il G7, naturalmente. Lo ospitiamo in luglio a Genova e la good governance sarà all' ordine del giorno. E guarda il paradosso: noi, il Paese ospitante, andremo a parlare di corruzione con le carte non in regola! Ha un bel dire, il professor Mario Monti, che l'Italia all' estero non viene presa sul serio: se continuiamo a comportarci così...». Non saremo gli unici. «E invece sì. Siamo l'ultimo dei Paesi del G7 ad avere ratificato la Convenzione. E dirò di più: su tutti i 34 Paesi che hanno partecipato alla stesura del documento, siamo stati il 26° ad accoglierlo».
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