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Con il titolo "L'Intelligence nel XXI secolo", dal 14 al 16 febbraio 2001 si è svolto nel castello di San Martino, a Priverno, uno dei più cospicui e importanti incontri sull'intelligence tenuti sulla scena internazionale da molti anni a questa parte. Una novità assoluta per l'Italia, ma evento raro anche negli altri paesi
Tra i tantissimi e illustrissimi relatori nella conferenza segnaliamo in particolare:
- il prof. Christopher Andrew, presidente del prestigiosissimo college Corpus Christi nell'Università di Cambridge, curatore del celeberrimo Rapporto Mitrokhin, oltre che delle altre innumerevoli pubblicazioni per le quali è ritenuto il maggiore esperto accademico di intelligence nel mondo.
- il Dr. John Gannon, Presidente del National Intelligence Council, numero due della CIA.
- Vladimirovich Leonid Shebarshin, già Direttore del Primo Direttorato Centrale del KGB.
- Mr. Jack Devine, Presidente dell' Arkin Group, già Vice Direttore Operativo della CIA, già Direttore del Centro CIA per la lotta alla criminalità e al narcotraffico; già Capo Stazione CIA a Roma.
- Gen. James Cox, CA, DACOS, SHAPE.
- Dr. Fritz Ermarth, gia` Presidente del National Intelligence Council, e molti altri esponenti di primissimo piano del mondo internazionale dell'intelligence, responsabili operativi o politici delle strutture, provenienti dalla Germania, dal Canada, da Israele, dall'Argentina.
Tra gli italiani hanno tenuto relazioni innanzitutto Umberto Gori, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici all' Università di Firenze, Direttore dell'ISPRI, condirettore scientifico del convegno insieme al dr. Luigi Sergio Germani, Segretario Generale del Centro Studi "Gino Germani". Tra i relatori italiani, hanno svolto relazioni:
- il dott. Giancarlo Caselli, Eurojust
-Ammiraglio Fulvio Martini, già capo del SISMI;
- Pref. Dr. Carlo Mosca, direttore della Scuola Superiore dell'Amministrazione, Ministero dell'Interno, già Vice Direttore SISDE;
- Dr. Emanuele Marotta, Vice Direttore per l'analisi d'intelligence, EUROPOL
- Dr. Rosario Priore, Magistrato
Il prof. Francesco Sidoti ha tenuto la seguente relazione qui pubblicata nella sua prima versione, non definitiva:
Cultura dell’intelligence e riforma dell’intelligence in Italia
Francesco Sidoti, Universita` di L’Aquila
Intervento nella conferenza internazionale: "L’Intelligence nel XXI Secolo"
Castello di San Martino, Priverno, 14-15-16 Febbraio 2001
Non è raro che i poveracci vadano alla ricerca di un’araldica solenne, nascosta nel proprio passato di poveracci. Nel caso dell’intelligence, l’utilità, la necessità, l’indispensabilità dei servizi di spionaggio si può far risalire alla Bibbia e a Sun Tzu. Antenati prestigiosissimi, soprattutto per quanto riguarda il Padreterno che dice testualmente che i figli migliori del popolo eletto si debbono dedicare allo spionaggio.
A parte questa araldica prestigiosissima, i primi ragionamenti fondamentali per trovare la collocazione dell’intelligence sul piano della politica interna, si possono far risalire alla nascita dello Stato moderno, liberale e pluralista. In comunità chiuse ed oligarchiche, l’attività di intelligence si confondeva con lo spionaggio, con le congiure di palazzo, era fondata sulla distinzione tra noi e loro. In una società aperta il discorso cambia completamente; ed ancora più nettamente si modificherà in una società mondiale globalizzata, caratterizzata dalla fine delle frontiere.
Nel 1821, in Des cospirations et de la justice politique, Guizot si differenzia nettamente rispetto alla tradizione classica e rinascimentale, che va dagli Arcana imperii alla Ragion di Stato. Guizot rifonda teoreticamente il problema delle spie e delle cospirazioni, già trattato da Hobbes, Montesquieu, Kant, pervenuti a conclusioni differenziate. Secondo le celebri analisi di Benedetto Croce e della sua scuola, la cultura francese dell’età della Restaurazione offre alcune delle prime e principali teoriche dello Stato moderno; tra i massimi esponenti di quella aurora della cultura liberale, Guizot sostiene che le cospirazioni sono un problema permanente di una società aperta, dove per definizione è permessa quella divergenza di interessi e ideali destinata facilmente ad innescare una spirale complessa di azioni, reazioni, complotti, a volte inventati di sana pianta a scopo diversivo. Guizot sottolinea anche, profeticamente, che la specificità del sistema liberale può dar luogo a vari effetti controintuitivi e perversi, come la tentazione dei funzionari pubblici a trasformarsi in imprenditori di informazioni riservate e in costruttori di quelle cospirazioni che in teoria avrebbero dovuto combattere. Per farla breve: in una società pluralista inevitabilmente abbondano sia le cospirazioni vere, sia quelle inventate, sia quelle dei delinquenti abituali sia quelle dei servitori dello Stato.
Le riflessioni di Guizot sono parallele concettualmente e cronologicamente a quelle che quasi nello stesso periodo vengono svolte dagli autori del Federalist, a proposito della inevitabilità delle fazioni nello Stato repubblicano: in questa interpretazione sono decisivi sia il peso degli interessi particolaristici, legittimi o illegittimi, sia la incoerenza e debolezza della struttura di governo: quanto più una struttura di governo è debole, tanto più è esposta all’influenza delle pressioni particolaristiche e dei poteri illegali. Nel Federalist Hamilton sostiene che un governo debole è un governo cattivo. Riflessioni simili sono ancora attuali a proposito di molti paesi (a cominciare dall’Italia) ma anche a proposito degli Stati Uniti, dove esiste un sistema geneticamente caratterizzato dalla volontà di evitare ogni concentrazione di potere e quindi sia incline ad ostacolare il rafforzamento dell’esecutivo sia aperto ai possibili abusi di chi vuole approfittare di questa situazione; secondo interpretazioni autorevoli si tratterebbe di una struttura politica profondamente influenzata dagli ideali costituzionali inglesi del diciassettesimo secolo (idealizzati dai Founding Fathers) e per questa via mostrerebbe una cospicua continuità con tratti significativi del pensiero medievale. Su questo anacronismo americano esiste una letteratura considerevole. In particolare, due secoli dopo il tempo delle origini, oggi la community intelligence americana è geneticamente figlia di questo anacronismo, o di questo pluralismo, o di questo divided governement: è una comunità minoritaria che acquista peso e spessore soltanto se e quando qualcuno dei suoi esponenti diventa parte del governo invisibile, che, nel senso di Wise e Ross esiste, ma certo non coincide con la community intelligence, al massimo se ne serve strumentalmente. In conclusione, nonostante le leggende, la community intelligence non è il cuore del potere, negli Stati Uniti, anche se a volte alcuni suoi membri hanno avuto qualche parte importante nella politica estera e nella politica interna. La politica americana è stata fatta dal popolo americano, dai presidenti, dal Congresso, dal Senato, dalla Corte suprema, dal Pentagono, dalla grande stampa, eccetera, non dalla community intelligence, che pure è stata in prima fila nella guerra fredda e ha dato il contributo più grande all’esito finale.
Dopo la guerra fredda, in Italia come in tutti gli altri paesi ci sarebbe certo bisogno di un’intelligence rinnovata, autorevole, adeguata ai tempi. Oggi l’intelligence perde il suo nemico dei tempi della guerra fredda, ma acquista una centralità ancor più grande, se è storicamente plausibile un’interpretazione che vede l’allargamento costante dei margini di vulnerabilità. L’enfasi odierna sulla sicurezza (si parla sempre più frequentemente di sicurezza sui luoghi di lavoro, di sicurezza alimentare, ecologica, eccetera) è l’altra faccia della crescita del sentimento di insicurezza nelle società contemporanee, a sua volta influenzata dalla crescita parallela di situazioni rischiose in molteplici contesti quotidiani. L’importanza dell’intelligence si sviluppa in parallelo all’espansione della domanda di sicurezza, dai luoghi di lavoro all’alimentazione, all’ecologia, alla modificazione radicale del mondo naturale. C’è una crescita enorme della vulnerabilità. Le motivazioni di rischio certo non mancano, dal collasso finanziario al disastro ecologico, dall'apocalisse nucleare alla bomba demografica. Le masse dei diseredati, sia che premano ai confini sia che vivano dentro i paesi sviluppati, sono all’origine di molte sensazioni di insicurezza socialmente diffuse e politicamente pericolose. Questa estensione enorme del rischio e della vulnerabilità è una novità storica, senza confronto con il passato, perché collegata ad una possibilità oggi innanzitutto diffusa, pervasiva, spesso immateriale e invisibile, nascosta in ciò che mangiamo, tocchiamo, amiamo, dalla HBSE all’AIDS alla radioattività. La produzione della società viene sistematicamente accompagnata dalla produzione di rischi, che riguardano sia "minacce irreversibili per la vita di piante, animali e uomini" sia minacce globali, impossibili da circoscrivere e destinate a travasarsi presto o tardi da un paese all’altro. La cooperazione internazionale è un obiettivo irrinunciabile e la visione dell’intelligence come attività destinata ad una concorrenza con gli alleati è assolutamente inattuale, controproducente, erronea.. Il problema dello spionaggio economico va visto in questa luce.
In un mondo estremamente vulnerabile, per una serie di ragioni tecnologiche, demografiche, economiche, a tutti note, diventa preminente la distinzione tra spionaggio e intelligence: lo spionaggio può essere sommariamente definito come un traffico di informazioni riservate; l’intelligence può essere sommariamente definita come un’attività di raccolta e valutazione delle informazioni relative alla sicurezza. A differenza dell’attività di spionaggio, che era impastata di ambiguità, l’attività di intelligence mira soprattutto a fare chiarezza contro l’ambiguità, a stabilire una gerarchia di rilevanza e a proporre alternative. Nel servizio pubblico, l’intelligence ha lo scopo di tutelare gli interessi nazionali, che non coincidono con gli interessi a breve termine di chi governa, ma con gli interessi alla vita e alla libertà dei cittadini. In estrema sintesi, la prima ragion d’essere dell’intelligence è tutelare e salvare vite umane. Non mi soffermo più su questi temi perché li ho ampiamente trattati nel mio volume Morale e metodo nell’intellignce, Cacucci Bari, 2000.
Un punto soltanto mi preme sottolineare: dopo l'era dei conflitti a bassa intensità, delle guerre non ortodosse e delle operazioni non convenzionali, molti osservatori sostengono che è urgente in Italia come negli altri paesi occidentali la formazione di una nuova cultura dell'intelligence, caratterizzata da contenuti dirompenti rispetto al passato. Innanzitutto è necessario che le motivazioni ideali, le alleanze internazionali, l'ordinamento legislativo e costituzionale diventano punti di riferimento per tutte le istituzioni che si occupano di sicurezza. E questi aspetti dovrebbero essere dominanti nella formazione e nella prassi degli operatori. In un testo classico si sostiene che Al Capone rappresenta il trionfo della amoral intelligence. Noi invece oggi abbiamo un estremo bisogno di moralità nell’intelligence. Sono in corso in tutto il mondo processi di destrutturazione dello Stato, cioè processi di abdicazione dello Stato dalle sue funzioni tradizionali, anche da alcune delle più tradizionali in materia di sicurezza. Questo processo caratterizza paesi come la Russia o la Turchia o la Jugoslavia, ma in tutte le società democratiche moderne esistono processi di globalizzazione dei problemi nazionali, a cominciare dai meccanismi di corruzione. Se, come è stato osservato, "oggi, con le misere armi di cui dispongono, i giudici e i procuratori vanno diritti verso la disfatta", l’intelligence può fare molto di più e di diverso per la legalità internazionale. In questa prospettiva le varie strutture nazionali potranno riguadagnare finalmente il proprio onore e rivendicare esplicitamente e orgogliosamente la dignità di un ruolo specifico e vitale. Qui non si tratta di diventare un friendly policeman internazionale, ma di riscoprire le ragioni primarie della propria esistenza, della propria dignità professionale, della propria funzione sociale. L’orgoglio del proprio lavoro e la fedeltà al proprio lavoro possono venire soltanto da un radicamento convinto in questa prospettiva.
2) La situazione italiana
Nell'Italia repubblicana la debolezza della classe dirigente ha ragioni antiche; all'alleanza di ieri con il fascismo corrisponde il compromesso con vari poteri illegali, italiani e stranieri. Negli anni della guerra fredda, in momenti diversi, l'Italia è stata il paese occidentale con il movimento neofascista più forte del mondo, il partito comunista più forte del mondo, le organizzazioni mafiose più forti del mondo e il terrorismo più sanguinario. In questa situazione il compito dei servizi di sicurezza diventava enorme e tragico, con un sovraccarico di responsabilità che ha fatto saltare molte distinzioni tra bene e male, legalità e illegalità, galantuomini e farabutti. Il contesto della guerra fredda è quello che è: ad esempio, alla doppiezza togliattiana corrispondeva la doppia lealtà di tante altre strutture pubbliche. In un sistema instabile e caotico, si è realizzata inoltre una grande espansione della mediazione politica nel suo significato peggiore, con conseguenze a volte disastrose in termini di deresponsabilizzazione. L’impossibilità di un’alternanza di governo e una spesa pubblica in spaventosa crescita determinarono iperbolici arricchimenti personali, elargizioni a fondo perduto, grandi lavori per opere inutili o incompiute, sprechi immensi di pubblico denaro, corruzione e finanziamenti occulti di tutti i partiti, collusioni e compromissioni con poteri criminali nazionali e internazionali. La cultura dell’intelligence non poteva non essere influenzata dalla situazione generale del Paese.
Per illustrare quella che è oggi la cultura italiana dell’intelligence prenderò come punto di partenza la parabola politica e interpretativa del presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino. Assai significativa anche perché. nasce da vari fallimenti: il presidente Pellegrino non è riuscito ad elaborare un documento unitario della Commissione Stragi, si è trovato isolato nel suo stesso partito, ha deciso addirittura di abbandonare la politica. Da presidente della Commissione Stragi, ha subito attacchi impietosi sul piano personale, che per incanto si sono come dissolti lasciando il campo al massimo che si possa desiderare sul piano dell'immagine: applausi a scena aperta sia sulla prima pagina del Corriere della Sera sia sulla prima pagina di Repubblica, da due autorevolissimi commentatori, Eugenio Scalfari e Ernesto Galli della Loggia, che sono su posizioni assai diverse, al limite dell'insulto, ma ciononostante felicemente convergono nel tributare tutti gli onori al presidente Pellegrino e ad un suo volume (Segreto di Stato, con Giovanni Fasanella e Claudio Sestrieri, edito da Einaudi), nel quale egli usa spesso il <<noi>>, intendendo riferirsi ai risultati delle analisi complessivamente svolte da tutta la Commissione nel corso di un lavoro che negli anni è costato tantissimi miliardi e si è servito di una mole impressionante di esperti e di documenti. Quel volume rappresenta dunque una sintesi e una summa del lavoro di intelligence svolto retrospettivamente da una parte consistente e maggioritaria della cultura italiana dell’intelligence, rappresentata in un certo senso nella sua totalità, visto che molti consulenti del presidente Pellegrino sono di sinistra, ma non mancano quelli di destra e comunque all’interno di una prospettiva che all’inizio era di sinistra, ma che poi col tempo è diventata esplicitamente cossighiana.
Tranne in un punto, il notevole cambiamento di giudizio non corrisponde a originali e specifici risultati, presentati a nome della Commissione. Nel suo volume, sui temi più controversi, il presidente Pellegrino dice apertamente di non aver raggiunto verità certificate di tipo nuovo. Nonostante un comico sottotitolo presenti il volume anticipando <<La verità da Gladio al Caso Moro>>, il presidente Pellegrino sottolinea che l'istituto francese Hyperion <<è uno dei grossi nodi con cui ci stiamo misurando da sei anni, senza alcun risultato>> (p.135), la vicenda Moro <<non è una storia pienamente conosciuta>> (p. 164). E così via, dall'Aginter Press all'ufficio Affari riservati del Ministero dell'interno, dall'identità del Grande Vecchio alle iniziative del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ad un panorama stracolmo di protagonisti e di dubbi, il presidente Pellegrino aggiunge ben altri dubbi e protagonisti, dai servizi segreti francesi a quelli israeliani, descritti come impegnati nel Mediterraneo con i servizi italiani in una competizione sanguinaria e senza esclusione di colpi, inclusi quelli proibiti, riferiti e prospettati in maniera tanto grave quanto non suffragata da prove. Nel libro e nelle interviste successive questo quadro d’insieme, riferito ad una visione dell’intelligence come una guerra tra alleati e a base di intrighi e colpi bassi, si è ampliata e aggravata ulteriormente.
La nuova prospettiva maturata, a detta stessa dell’autore, in una nuova e alta stima nei confronti di personalità della cultura dell’intelligence che non erano tradizionalmente care alla sinistra, come Francesco Cossiga e l’ammiraglio Martini, assomiglia tuttavia alla vecchia cultura di sinistra almeno sotto due profili: la mancanza di prove e l’ardire speculativo, con l’ovvia conseguenza dello spaventoso scivolone interpretativo, carico di conseguenze tragicomiche. Valga per tutti il riferimento al CSIS americano, indicato imprudentemente all’interno di un discorso sulla <<centrale internazionale di coordinamento o di ispirazione dello stragismo>> e come <<un centro che ha influenzato fortemente le politiche mondiali>> (p.105), che è quanto meno una solenne esagerazione per definire uno dei tanti centri studio che si barcamenano nella giungla di Washington. E' vero che sulla carta hanno fatto parte del CSIS gente come Henry Kissinger e Alexander Haig, ma questo non basta a definirlo come un organismo della destra radicale americana (come sostiene il presidente Pellegrino). Tanto è vero che Kissinger è sempre stato una bestia nera della destra radicale americana, perché ritenuto troppo moderato, pragmatista, tecnocratico, quasi un infiltrato nelle fila della destra. Né certo può essere un esponente della destra americana il professor Brezinski, Segretario di Stato con il democraticissimo presidente Carter ed uno degli esponenti più autorevoli del CSIS. In generale, poi, in tutto il volume non si prende in considerazione che gli anni più sospettati della ingerenza degli Stati Uniti nella politica italiana sono stati gli anni in cui ai vertici c'erano persone come appunto Jimmy Carter, che avevano fatto della moralizzazione (innanzitutto nel settore della sicurezza internazionale) la loro parola d'ordine.
Mentre pare abbia finalmente trovato la Spectre dell’eversione internazionale, il presidente Pellegrino dimostra però di non conoscere bene neanche il numero civico di questa organizzazione smascherata. Infatti, anche il collegamento tra il CSIS e l'università di Georgetown dovrebbe essere ben più sfumato: dagli anni Ottanta il CSIS e Georgetown sono separati nettamente, da tutti i punti di vista, incluso quello puramente geografico, tanto è vero che il CSIS non è più ubicato a Georgetown, ma a qualche chilometro di distanza. È importante in conclusione segnalare che appena appena la ricerca della Commissione tenta di mettere capo al tentativo di segnalare qualche possibile <<centrale internazionale di coordinamento o di ispirazione dello stragismo>>, immediatamente dimostra di stare parlando di cose che per così dire non sono conosciute pienamente, sia per quanto riguarda i contenuti fondamentali sia per quanto riguarda gli aspetti definitori più elementari. Se il CSIS fosse implicato nella strategia della tensione, dovrebbero tantissimo preoccuparsi, tra gli altri, i settimanali che ospitano regolarmente gli interventi di autorevoli esponenti del CSIS; dovrebbero preoccuparsi Lucio Caracciolo e Limes che collaborano apertamente e orgogliosamente con il CSIS; eccetera, inclusa la stessa organizzazione di questo convegno, che ospita tra i relatori un collaboratore del CSIS!
Se troviamo strafalcioni di siffatta natura e di siffatta gravità in un documento che pure viene citato con tanta approvazione dai maggiori opinionisti italiani sui due maggiori giornali italiani, è comprensibile che io designi questi fatti come rappresentativi di quella che è oggi la cultura italiana dell’intelligence. E se ce ne fosse bisogno potrei continuare citando cosa c’è nelle altre relazioni, che sono state presentate o che stanno per essere presentate in Commissione Stragi, a cominciare da quella consegnata a giugno da Walter Bielli, che aveva sollevato un putiferio generale col definire la strage di piazza Fontana una <<strage atlantica di Stato>>, rischiando di certificare l'atlantismo come stragista. Visto che si tratta del rappresentante del maggiore partito di governo nella Commissione Stragi, la cosa sembrava quanto meno deplorevole e in un certo senso bizzarra. Nell’analisi retrospettiva delle attività dell’intelligence italiana, dalla Gladio Rossa all'affare Mitrokhin, dalle indagini giudiziarie sul Supersid a quelle del giudice Salvini, c'è ancora un territorio sterminato e misconosciuto su cui sembra si possa dire soltanto hic sunt leones.
Il fatto che persone sicuramente di grande valore umano e politico, come Giovanni Pellegrino e Walter Bielli (che conosco personalmente e che sono di grande cortesia e che meno che mai vorrei offendere con le mie critiche), siano cadute in errori di metodo e di fatto assai evidenti e incontestabili, apre uno spiraglio importante a proposito della cultura investigativa e della cultura politica dominanti nella sinistra e nella destra da molti anni. Il lavoro della Commissione Stragi documenta innanzitutto quanto è limitata, provinciale, paranoica la nostra cultura della sicurezza, sia per quanto riguarda gli aspetti legati alle metodologie investigative, sia per quanto riguarda le conoscenze in merito a fenomeni internazionali, sia per quanto riguarda le categorie interpretative di carattere più generale (come atlantismo, che, anche dopo la caduta del comunismo, rischiava di diventare un insulto). Le stragi e il terrorismo hanno caratterizzato la recente storia italiana, ma, almeno in parte, anche perché c'era un'incapacità culturale che continua in maniera evidente e documentata. In larga misura le stragi rimangono sconosciute ed impunite, nonostante siano state spese risorse enormi in termini di soldi, di energie, di competenze diverse ed eminenti, da quelle degli investigatori a quelle dei magistrati, da quelle degli esperti a quelle dei politici, di destra e di sinistra.
La svolta conclamatamente cossighiana del presidente Pellegrino non è stata irreprensibile anche sul piano del buon gusto, come è dimostrato dalla veramente opinabile decisione di rivelare di avere scritto da giovane una poesia in morte di Mara Cagol (<<Compagna Mara, lasciaci piangere i tuoi anni…>>) e contemporaneamente di avere seri dubbi sull’operato dei carabinieri sia per quanto riguarda la nota vicenda di Franca Rame sia per quanto riguarda altri episodi gravissimi: <<…i carabinieri sono abbastanza dentro la strategia della tensione…>>. E’ appena il caso di ricordare sommessamente che Mara Cagol era morta, sì, in combattimento, ma lasciando sul campo anche carabinieri morti, maciullati, mutilati, a colpi di mitragliatrice e di bombe a mano.
Ripeto di nutrire simpatia sul piano umano nei confronti del presidente Pellegrino, che è innanzitutto persona onesta; le mie critiche si rivolgono in generale ad una maniera di fare intelligence e di valutare il ruolo dell’intelligence. Il diavolo si cela nel dettaglio e lo stile è l’uomo. In un discorso più ampio, se ne avessi il tempo, dovrei anche includere un capitolo sull’importante volume autobiografico dell’ammiraglio Martini, sulle sue enigmatiche rivelazioni a proposito del golpe in Tunisia, sulle sue dichiarazioni a proposito del <<non poteva non sapere>> dell’allora Presidente del Consiglio relativamente al dossier Mitrokhin, eccetera. Ripeto ancora che non è un problema di destra o di sinistra, ma di cultura dell’intelligence, parallela e speculare a destra e a sinistra. Come ulteriormente dimostrato dal recente caso del presidente Arlacchi, emerito fondatore della DIA e leader mondiale della lotta supermondiale contro il narcotraffico: le sue dichiarazioni sulla fine della mafia lasciano trasecolati e inebetiti i maggiori esperti della materia, che hanno balbettato troppo poco rispetto al troppo invero troppo che avevano sentito con le proprie orecchie. Per commentare puntualmente e rispettosamente le vicende relative a questo ampio arco di protagonisti eccellenti della cultura italiana dell’intelligence, dall’ammiraglio Martini al presidente Arlacchi, il tempo non c’è; anche se ci fosse sarebbe meglio lasciare perdere; ma ci siamo capiti lo stesso.
3) Un confronto con gli altri e le prospettive di riforma
Sarebbe possibile fare un’analisi tendenziosa dei servizi di intelligence più prestigiosi, a partire da alcuni fatti obiettivamente veri. Ad esempio, fare una storia degli anni recenti della CIA a partire dalle certificate disavventure di Antony Lake e John Deutsch, passando per le motivazioni di tutti gli avvicendamenti al vertice, per finire con qualche nota di colore a proposito del gay pride dei cento agenti che hanno deciso di rivelarsi in pubblico e hanno invitato Barney Frank per la solenne occasione. Allo stesso modo sarebbe possibile fare una storia dell’intelligence britannica, raccontando infortuni antichi e recenti, dai tradimenti filocomunisti agli incerti risultati raccolti in Irlanda, per finire con qualche nota di colore a proposito del recente attentato sul ponte di Waxhall, o all’identità del nome in codice Eckart, o alle smanie editoriali di Stella Rimington e di Richard Tomlinson. Sarebbe un’analisi assai poco consolante oltre che assai poco verosimile, per quanto piena di dettagli veri.
Alcuni potrebbero chiedersi: saremmo un paese poco serio perché non siamo arrivati alla <<verità sulle stragi>>? In fondo, il presidente Pellegrino ha raccolto il conforto di critica e di pubblico negli stessi giorni in cui perfino la proverbiale serietà tedesca veniva messa in discussione dalle memorie di un uomo veramente da ammirare, Kohl (che accusava di ingratitudine e di mancata serietà tutta la cultura tedesca, a cominciare dai propri compagni di partito) e la serietà della superpotenza americana veniva messa in seria discussione dalla non esaltante vicenda che ha accompagnato negli Stati Uniti la nomina di George W. Bush (un uomo che ispira immediatamente una genuina solidarietà). Avrebbero forse ragione quei cinici che si chiedono: se tante traversie subiscono altrove gli uomini più potenti della terra, come potrebbero essere più seri degli altri gli italiani, con la loro storia secolare di melodrammi, di veleni rinascimentali e di guerre fratricide? Siamo già il paese dell’arte, del mare, del sole, della musica, del design, della buona tavola, dovremmo anche essere il paese della serietà e dell’intelligence?
Non soltanto la classe politica riflette più o meno fedelmente il suo Paese; anche l’intelligence riflette più o meno fedelmente il Paese che la esprime. Se ci sono state illegalità di massa, gaglioffaggine, megalomania, ignoranza, tracotanza, stragi e collusioni impunite nella storia recente di questo paese, è questione che qui non è il caso di discutere. Se corresponsabilità per fenomeni di questo tipo ci sono state nella recente storia dell’intelligence italiana, è materia già accreditata da sentenze passate in giudicato.
Ci sono molti teorici di quella <<dualità>> che sarebbe una caratteristica dello Stato, dell'ordinamento, della società italiana durante gli anni della guerra fredda. Ma prima della dualità sarebbe da dimostrare l'esistenza di ciò che si presuppone sia duale: in verità la storia delle nostre stragi ci dimostra innanzitutto che in un certo senso non esisteva lo Stato italiano; ancora oggi in un certo senso non esiste, o almeno non è esistito e non esiste per come lo desideriamo e ce lo meritiamo, a quanto purtroppo ci ricorda quasi ogni giorno la cronaca, frustrando le accorate speranze di abitare in un <<paese normale>>. Di questa anormalità fanno parte a pieno titolo le recenti accuse rivolte ai <<sevizi segreti deviati>> dal senatore Armando Cossutta a proposito dei recenti attentati terroristici (trascurando che la direzione dei servizi di sicurezza è nelle mani della maggioranza di governo); di questa anormalità fanno parte le accuse rilasciate nei confronti dei servizi segreti inglesi di avere teleguidato esponenti della destra italiana (trascurando il fatto che il parlamentare autore delle accuse aveva precedentemente e festosamente ricevuto le stesse persone); di questa anormalità fanno parte le affermazioni autorevoli del senatore Cossiga, del senatore Andreotti e di altri in merito alla chiusura dell’ambasciata americana a Roma: <<non si fidano di noi>>, <<ritorsione>>, eccetera; di questa anormalità fa parte anche una politica estera che dall’Iran all’Iraq, dalla Libia al conflitto arabo-israeliano, continua ad essere spesso problematica e controversa; eccetera eccetera.
In un articolo apparso sulle pagine di Italy Daily dell'International Herald Tribune del 23 agosto 2000, Gabriel Kahn fa il punto sulla sua esperienza come managing editor del supplemento. Dopo più di un anno di scrutinio giorno per giorno delle vicende italiane, raccontate ad un pubblico per definizione cosmopolita e attento alle analisi comparative, Gabriel Kahn ricorda la strenua volontà di Massimo D'Alema di far diventare o di far trattare l'Italia come un paese normale e conclude: <<Pochi di quelli che conoscono l'Italia sarebbero d'accordo con lui. Il paese è dinamico, innovativo e complesso. Ma non è normale. L'Italia è a pieno titolo un paese dell'Europa moderna, ma fianco a fianco con la violenza dei Balcani e la povertà del Nordafrica. …. Forse l'Italia è dipinta così spesso con stereotipi superficiali perché se si dovesse fare un ritratto accurato ne verrebbe fuori un paese che pochi riconoscerebbero e apprezzerebbero>>. Fino a quando il Paese non sarà normale, non sarà normale neanche la sua intelligence.
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