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(è qui trascritta e corretta soltanto una parte della lezione tenuta il 26 aprile 2001 )

Francesco Sidoti 

 ERIKA E IL DESIDERIO DI UCCIDERE

   ....A due mesi di distanza dalla tragedia di Novi Ligure è stato osservato che in quel contesto sociale "normalità" costituiva una sorta di parola impossibile. Intervistato, il parroco affermava: «Normalità, è quello che vorremmo dal Signore». Il preside, anche lui, aveva una preoccupazione analoga: «Normalità, cercarla è importante e questo non vuol dire rimuovere la tragedia. Semmai guardarla in faccia, parlarne e tornare a vivere. Qualche amico di Gianluca, più sensibile, ancora non ci riesce del tutto, però la maggioranza ci prova. Abbiamo fatto assemblee, riunioni con i genitori. Nessuno può capire, ma quasi tutti abbiamo deciso che amare conta più che spiegare». Termini e problemi analoghi nelle parole del sindaco: «Altro che città dei mostri. Nel mio piccolo, penso che la tragedia sia servita a tenere aggiornata l'agenda sui problemi dei ragazzi. Questa è una società che invecchia e non li ascolta più. ...Normalità, adesso, è fare qualcosa di concreto, ma anche capire che i segni rimangono e le cicatrici non sono mai inutili».

Proprio il parroco di Novi Ligure (che poche sere prima della strage era stato a cena nella casa in cui dopo si è verificato il tragico fatto) aveva precedentemente affermato che la famiglia di Erika <<era una famiglia normale, come tante altre>>. Saranno persone normali, come tante altre, anche quelle che nel giorno del compleanno di Erika, su un sito telematico a lei dedicato e comparso su internet  subito dopo il delitto,  sotto il motto «Erika ti amo», scrivono a Erika messaggi del tipo: «Ho saputo che il 28 aprile è il compleanno di Erika. Compie 17 anni come mio figlio. Vorrei inviarle i miei più sinceri auguri, nella speranza che i pensieri della scadenza possano aiutarla a trovare nuove materie di riflessione. Per la crescita sua e di chi le vuole bene». Altro messaggio: «una data per noi importantissima, perché per noi la sua vita conta più del suo delitto. Domani ricordatela, vi prego. Vorrei tanto che Erika, dopo averci aperto, suo malgrado, tante strade di pensiero, potesse anche lei ricavarci qualcosa... Vorrei ci perdonasse un poco se, sotto il suo nome, cerchiamo una consolazione anche alle nostre personali miserie... Vorrei poterla ringraziare per essere sopravvissuta alla gogna peggiore, quella del colpevole odiato da tutti, perché ha il coraggio di avere ancora una dignità, un futuro... Buon compleanno, Erika. Domani grande festa per noi, ragazzi». Altro messaggio: «Non voglio che Erika soffra ancora il carcere, non le servirebbe a nulla». Altro messaggio: e spiega: «Amo quella ragazza non perché il delitto l'abbia resa affascinante... ma perché era già affascinante e resta tale nonostante quel che ha fatto... A me importa solo di lei... Dato che l’amo, quel che ha fatto mi riguarda, se mi sento dalla sua parte sono un po' colpevole anch'io con lei. Sì, a pensarci bene avevate ragione voi, Signori, in verità sono suo complice...». Altro messaggio: «Dammi la mano... vieni... voglio rinascere con te». Ancora messaggi tipo: «Erika, stella mia», «Buona notte, sposa del mattino... Buona notte, sorriso della luce...». Chiamata a commentare tanta poesia, Isabella Bossi Fedrigotti scrive: <<in maggioranza sono giovani quasi normalissimi affascinati da una coetanea che ha osato l’inosabile. Hanno idealizzato proprio lei non solo perché irresistibile deve sembrare l’immensa provocazione, ma anche perché, in realtà, non hanno molte alternative. In mancanza di giovani, nostrani eroi del bene - che, se esistono, sono accuratamente dimenticati da stampa e tv - nei quali potersi identificare, hanno scelto Erika, un eroe del male straordinariamente vicino a loro, sorella, cugina, compagna di banco o di discoteca, vestita, calzata, nutrita, abituata come loro>>...


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A proposito dell’esistenza del male e dell’umana inclinazione verso il delitto ci sono tante trattazioni incisive. Per quanto siano diversi l’uno dall’altro ed entrambi confinati in una temperie culturale da noi ormai lontana, Jung e Freud scrivono su questo tema pagine che sono ancora attuali e suggestive. Jung indica nell’Ombra la parte più potente, più oscura, più inammissibile, più minacciosa di noi stessi e sostiene che senza i valori della civilizzazione saremmo tutti preda di questa nostra metà brutale e truce. Nel tentativo di trovare una interpretazione del problema, Freud modifica completamente il suo apparato concettuale e scrive in proposito alcune delle sue pagine più note; postula una pulsione primordiale, possente, autonoma: ad Eros aggiunge e contrappone Thanatos, la pulsione di morte, che si acquieta soltanto attraverso la distruzione e l’autodistruzione: un forte desiderio di ammazzare è stato provato almeno una volta da ogni essere umano. 

Al culmine della riflessione in proposito, è stato efficacemente scritto che bisogna rovesciare una credenza assai diffusa: <<l’essere umano non distrugge per poter vivere, ma vive per distruggere>>. Oltre che per chi la compie, la violenza eserciterebbe un’attrazione fortissima anche su chi l’osserva: molti trovano un piacere sottile nell’assistere alla distruzione di un altro essere umano; anche per questo <<distruggere è più facile che creare>> (Sofsky 1997).

...Queste riflessioni di carattere generale hanno un peso e un'incidenza particolari in Italia. Secondo le approfondite ricerche dei rapporti Iard, la propensione alla trasgressione dei giovani italiani è cresciuta sensibilmente nel corso del tempo. Dal 1992 al 1996 l’orientamento favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere passa dal 31% al 35%. Alla domanda sulla possibilità di utilizzare i trasporti pubblici senza pagare, la percentuale favorevole era del 59,3% nel 1983, è del 65,7% nel 1996. Assentarsi dal lavoro fingendo una malattia era considerato ammissibile dal 49,1 % dei giovani intervistati nel 1983, è ritenuto ammissibile dal 54% dei giovani nel 1996. I risultati dello Iard convergono sostanzialmente con quelli di varie altre indagini, tranne piccole differenze (Sciolla e Ricolfi 1989, Campelli 1996). Consideriamo inoltre che i risultati di molte indagini mettono in rilievo sia la forte crescita della disponibilità alla trasgressione sia la forte crescita della visibilità e della offerta della trasgressione: secondo la ricerca Iard nel 1996 i due terzi dei giovani intervistati conoscevano persone che facevano uso di droghe e la metà aveva visto qualcuno mentre stava assumendo un certo tipo di droga. In questa cornice va compreso il fatto che gli autori dei crimini più orrendi ricevano frequentemente in carcere lettere di ammirazione e attestati di simpatia. Il profondo malessere e la profonda confusione morale in cui vivono i giovani, si esprime in molti modi: il parricidio è un gesto estremo, ma esistono molti indicatori di questo profondo disagio, dall'uso di sostanze psicotrope alle varie forme di anoressia e bulimia, dalle violenze sessuali all'intolleranza razziale.

Vittorino Andreoli ha spesso ragionato sul desiderio di uccidere e sulla drammaticità della condizione giovanile in Italia, meritandosi in un caso addirittura la risposta accorata dell'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi. Dopo la tragedia di Novi Ligure ha scritto che <<la voglia di ammazzare è molto diffusa e il passaggio dall'inibizione all'atto dipende da freni inibitori oggi sempre più difficili da controllare. ...Siamo tutti potenzialmente criminali>>. In maniera ancora più incisiva aveva sostenuto in un volume interessante: <<il desiderio di uccidere un uomo o una donna è molto forte in noi, tanto da poter tranquillamente affermare che ciascuno, in condizioni di impunità e in assoluta segretezza, avrebbe qualcuno da uccidere impunemente. Se non uccidiamo è per la vergogna e per la paura della pena.... Confesso che se oggi potessi, ammazzerei uno psichiatra bolognese perché non è psichiatra, non è uomo, ma un predatore che fa del male per invidia e nella convinzione di essere potente: lo ammazzerei senza il minimo rimorso....Voglio essere più preciso: a quel tale di Bologna, vorrei procurare una morte lenta, torturarlo, schiacciargli i coglioni, uno alla volta, ammesso che li possegga. Schiacciatili, glieli strapperei e glieli farei ingoiare. Il tutto mi darebbe una tale soddisfazione da facilitare il mio equilibrio....>> (V. Andreoli, L'istinto di uccidere. Analisi di un desiderio, Rizzoli, Milano 1996, pp. 55-57). Secondo Andreoli (che ha sviluppato particolarmente queste tematiche nel suo recentissimo Lezioni molisane. Una psicologia per gli insegnanti) l'educazione e la scuola sono decisive, ma nelle condizioni attuali non svolgono certo al meglio questo compito così delicato. 

...Cari padri e madri che mi ascoltate, fatevi coraggio: in questa società, questa è la normalità e questi sono i nostri figli: siamo dei sopravvissuti. 

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