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 Breve filmografia su legalità e intelligence

 

AMICIZIA

Un mercoledì da leoni (Big Wednesday, prodotto in USA nel 1978) di John Millius con Jan-Michael Vincent, William Katt, Gary Busey, Lee Purcell, Patty D’Arbanville, Robert Englund. 120’

Secondo i suoi ammiratori, John Milius ha fatto alcuni dei film più belli e più <<cinematografici>> della storia del cinema. Questo è il film più intimista di un autore veramente e integralmente cinematografico, fondamentalmente epico, capace di sublimare nell’epica le proprie contraddizioni (Milius ha fra l’altro collaborato con Oliver Stone e ne condivide alcune tendenze di fondo, sia nella maniera di fare cinema sia nella maniera di interpretare la politica in un senso antisistema). 

Negli anni sessanta tre amici vivono in sintonia assoluta col surf sulle spiagge della California. Il tempo fugge irreparabile e il destino cinico li divide, ma un grande appuntamento finale li riunisce sulle onde di una colossale mareggiata. Scandito su 4 tempi, che sono 4 stagioni e 4 celebri mareggiate (estate ’62, autunno ’65, inverno ’68, primavera ’74), allineate su quattro tempi critici della storia politica americana, il film è una saga in parte mistica e in parte leggendaria, sul malessere di una generazione americana e sull’amicizia come via d’uscita, come speranza, come illusione forse, come antidoto per disperati. Di criminologico il film avrebbe poco da dire, ma come riflessione sul male di vivere non è da buttar via. In particolare il male di vivere dei registi hollywoodiani, che ci hanno consegnato una visione del mondo costruita sui propri incubi.

Ricordo che Aristotele è stato il primo teorico dell'amicizia nel senso moderno, priva dei contorni peculiari che si ritrovano in Platone. Tuttavia, il celebre frammento di Diogene Laerzio (che trascrive soltanto l'inizio di un'orazione di Aristotele non pervenutaci e sulla quale quasi non sappiamo niente) presenta Aristotele che comincia un suo discorso sull'amicizia dicendo: <<Oh amici, non ci sono amici...>>, e qui il frammento si interrompe sul più bello, lasciando spazio aperto ai commenti eterogenei di legioni di interpreti (alcuni eminentissimi, come Montaigne). Il punto è che il secondo segmento della frase non può essere letto separato dal primo; eppure, il primo è il contrario del secondo! Nietzsche poi capovolse lo stesso concetto, scrivendo: <<Oh nemici, non ci sono nemici...>>.

 

CARCERE

Mery per sempre (prodotto in Italia nel 1989) di Marco Risi con Michele Placido, Claudio Amendola, Alessandro Di Sanso, Francesco Benigno, Roberto Mariano. 110’.

Storia di un insegnante democratico nel riformatorio Malaspina di Palermo: fa scoprire l’importanza della fiducia e del rispetto nei confronti di ragazzi che quasi sempre sono soltanto sbandati e vittime a loro volta. Di grande rilievo il testo originario di Aurelio Grimaldi. L'autore, fra gli altri meriti, riesce a tirare fuori una grande capacità espressiva da attori spesso non professionisti (che poi hanno seguito in parte una vita parallela alle vicende raccontate nella finzione). E’ stato giudicato il più rilevante film italiano degli anni Ottanta. Anche oggi è un racconto per molti versi sconvolgente, che può essere letto da diversi punti di vista, anche da destra, come amara riflessione sulla difficoltà di costruire un carcere umanamente e politicamente accettabile.

  Ragazzi fuori (prodotto in Italia nel 1990) di Marco Risi con Francesco Benigno, Alessandro Di Sanzo, Alfredo Li Bassi, Maurizio Prollo, Filippo Genzardi. 110’

E’ la continuazione del film precedente; mostra, con grande pessimismo, quel che accade ai giovani, <<devianti minorili>>, quando escono da un riformatorio per troppi versi inadeguato al compito immane che dovrebbe affrontare. Ancor più che il film precedente, ripreso negli interrogativi sociologici e criminologici cruciali (rieducazione, repressione, contesto sociale, e così via), può essere letto da diversi punti di vista, soprattutto in considerazione della sorte tragica che nella realtà ha accompagnato alcuni dei protagonisti non professionisti. Come possiamo costruire quel carcere della rieducazione e della speranza di cui tanto si parla, quando la società fuori dal carcere è quella che è?  Scritto anche questo da Aurelio Grimaldi.

     In Italia il 53 % delle prigioni sono sovrappopolate, il 25 % sono vecchie di più di cento anni e in uno stato di drammatico bisogno di interventi ricostruttivi. Inoltre il 40 % dei prigionieri è nel carcere in attesa di giudizio. Secondo alcuni osservatori, l’aspetto più traumatico e sconvolgente dell’esperienza carceraria si dispiega pienamente sopra i non pochi innocenti, vittime di errori giudiziari, che indebitamente e inaspettatamente sprofondano in mezzo a quella varia umanità di sieropositivi (8 % circa della popolazione totale delle prigioni), tossicodipendenti (30 % circa della popolazione totale delle prigioni), spacciatori, assassini, immigrati che precedentemente non avevano avuto il piacere di frequentare; mentre i carcerati provenienti dalle subculture delinquenziali si ritrovano in cella insieme alle solite facce di famiglia e a volte vivono la galera alla stregua di un corso di specializzazione destinato ad essere presto esibito all’esterno come un titolo accademico ufficialmente conferito dai pubblici poteri: chi vuole esibire una patente delinquenziale vede la prigione come una tappa utile e necessaria di un curriculum formativo.

   Separati e distinti dai delinquenti professionali e dai responsabili di gravi delitti, i delinquenti occasionali e i responsabili di delitti inoffensivi hanno pieno diritto a fruire di tutte le misure che mirano al reinserimento e sono alternative alla pena carceraria (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, liberazione anticipata, detenzione domiciliare, liberazione condizionale). E’ accettabile che la pena diventi giudiziabile, cioè determinata non dalla sentenza ma dalle decisioni del Tribunale di sorveglianza (anche se non è augurabile che questo trattamento sia esteso a tutti i reati). E’ opinione comune che il carcere dovrebbe essere sostituito quanto più è possibile da soluzioni che siano contemporaneamente miti e tali da garantire l’incolumità dei cittadini. Ad esempio, per molti tipi di reati, la pena detentiva potrebbe essere efficacemente sostituita da una pena di carattere economico o riparativo nei confronti delle persone e dei beni danneggiati (come si comincia a fare nei frequenti episodi di teppismo e di vandalismo). Soltanto nei casi estremi, la reclusione rimane l’unica via percorribile, con a volte una sua evidente utilità per lo stesso detenuto (oltre che per le potenziali vittime).

COLPEVOLI

Assassinio sull’Oriente Express (Murder on de Orient Express, prodotto in Gran Bretagna nel 1974) di Sidney Lumet con Albert Finney, Lauren Bacal, Martin Balsam, Ingrid Bergman, Jaqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel, Sean Connery, John Gielgud, Anthony Perkins, Vanessa Redgrave, Richard Widmark, Michael York, Colin Blakely. 131’.

Dietro l’apparenza di una scelta in favore delle geometrie razionalistiche, in verità Agatha Christie frequentemente intraprendeva spericolate e pensose incursioni nella meccanica o nella giustificazione dell’assassinio. Come in questo caso, o come nello straordinario e rivelatore Curtains, che fu il suo canto del cigno. La vicenda si snoda nel 1934, sul celebre treno, che viaggia da Istanbul a Calais, bloccato dalla neve. Se l’ambientazione perfetta e i molti interpreti di gran classe non distraggono, si potrebbero trarre varie discutibili morali da questo miracolo di montaggio narrativo: ad esempio, <<tutti siamo colpevoli>> o <<tutti ci dovremmo forse dare da fare per l’eliminazione di certa gente che non merita di campare>>. Dietro la scelta per moduli narrativi tecnicamente perfetti, la Christie aveva anche una sua filosofia del delitto, che in Curtains è svelata in un suo aspetto essenziale: si può uccidere con la parola e spesso molte morti apparentemente naturali sono il frutto di un tentativo riuscito di ammazzare moralmente e civilmente. Oscar per l’attrice non protagonista a Ingrid Bergman.

Non è facile distinguere tra colpevoli e innocenti. Questo tema classico del diritto e della morale è stato trattato innumerevoli volte nella storia del cinema, da punti di vista specifici e per certi versi paradossali, come l’idea che la pena sia raramente affibbiata al vero colpevole o come l’idea che il colpevole sia spesso in realtà soltanto un perdente, uno sconfitto nella lotta per la divisione della ricchezza e del potere, non una persona qualitativamente diversa dagli altri. Dietro l'apparente perfezione delle geometrie del delitto, la Christie è un'interprete sottile delle motivazioni e delle giustificazioni - come in questo caso. E' una delle ragioni del suo straordinario successo, altrimenti inspiegabile.

 

COSPIRAZIONI

Pasolini un delitto italiano (coproduzione italo-francese del 1995) di Marco Tullio Giordana con Carlo De Filippi, Giulio Scarpati, Claudio Bigagli, Andrea Occhipinti, Nicoletta Braschi, Massimo De Francovich, Claudio Amendola, Ivano Marescotti, Adriana Asti.

Il film è a mezza strada tra romanzo e realtà, anche da un punto di vista formale: mescola parti ricostruite per la macchina da presa e parti tratte da materiale di repertorio, in bianco e nero. Tratta della morte di Pier Paolo Pasolini, novembre 1975, lido di Ostia, e del processo contro Pino Pelosi. Gli autori insistono nel sottolineare che la verità definitiva su quell’omicidio non è chiara; tanto è vero che la prima sentenza sul caso condannava il Pelosi per omicidio <<con il concorso di ignoti>>. Anche se quella sentenza fu successivamente modificata da altre sentenze, qualche ragionevole dubbio rimane; anzi per molti amici di Pasolini (a cominciare da Alberto Moravia, che scrisse chiaramente in tal senso, accusando se non ricordo male il capitalismo e la borghesia) su quella morte rimane un mistero. Ma non è un film su un mistero: è un atto d’accusa, non si capisce chiaramente contro chi, allo stesso modo quasi delle accuse pasoliniane, che erano gravissime e orgogliosamente rifiutavano di esibire nomi e cognomi precisi e prove inconfutabili, ritenendo che in alcuni casi la logica e gli indizi siano più forti e convincenti della mancanza di dati sicuri.

 

JFK – Un caso ancora aperto (JFK, prodotto in USA nel 1991) di Oliver Stone con Kevin Costner, Gary Oldman, Sissy Spacek, Jack Lemmon, Walter Matthau, Kevin Bacon, Tommy Lee Jones, Michael Rooker, Joe Pesci, Donald Sutherland, John Candy, Vincent D’Onofrio, Thomas Milian. 188’.

Secondo alcuni è tutto tranne che un film storico, eppure si presenta immodestamente come tale, perché basato sul libro Il complotto che uccise Kennedy, scritto da un procuratore di provincia, fermamente convinto che John Fizgerald Kennedy sarebbe stato assassinato, il 22 novembre 1963, da una cospirazione, coronata dal successo grazie alla compiacenza dei più alti papaveri del Governo e della CIA. Quella che in una bella scenetta di Io e Annie era soltanto l'occasione di una straordinaria serie di battute, qui diventa ponderosa impresa storiografica. L'assassinio di Kennedy da occasione per sbeffeggiare i poteri costituiti, diventa occasione per spiegare i poteri costituiti. Secondo il regista, John Kennedy sarebbe stato eliminato perché voleva svincolare gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam, danneggiando il complesso militare industriale, che dalla guerra ricavava giganteschi benefici. 8 nominations ai premi Oscar e due premi, fotografia e montaggio, che secondo alcuni critici rivelerebbero la vera natura dell’opera: un film d’azione, paranoico per scelta e forse anche per ragioni di mercato, con vaghi riferimenti ad una realtà ben più complicata. Quando la realtà supera l’immaginazione, all’immaginazione spesso non rimane che una narrazione semplificata della realtà.

 

  GIUSTIZIA

L'uomo della pioggia (Rainman, prodotto in USA nel 1997) di Francis Ford Coppola, con Matt Dammon, Claire Danes, John Voight, Mickey Rourke, Danny De Vito.

Coppola conferma in questo film la sua straordinaria capacità di fare cinema e di riuscire a trasformare in mito anche aspetti sgradevoli della realtà americana. Da una delle tante storie di ambito giuridico-forense di Grisham, qui è tratta un'opera lancinante, tenera, stupenda, perfetta per la capacità di mettere il generale nel particolare. Coppola ha trasformato in saga anche le più grandi schifezze, dalla mafia al Vietnam; stavolta è toccato all'avvocato semplice ed onesto, in lotta contro gli  squali del mondo della giustizia, che per molti osservatori negli Stati Uniti rappresenta il peggio del peggio: proprio la quintessenza del peggio, come dice Michel Crozier in Le mal americaine). Il protagonista è Matt Dammon: una delle facce più pulite del cinema hollywoodiano, già interprete del memorabile remake di Profumo di donna. E' una storia alla Frank Capra: l'uomo comune contro tutti, da vittima ad eroe, in un mondo di oggi che è molto più squallido di quello di Frank Capra.

La morale del film è che l'idealismo soltanto, l'idealismo puro, in un certo senso disperato, temerario, donchisciottesco, l'idealismo metafisico di Parsifal, può essere contrapposto all'impudenza, al cinismo, all'avidità  delle tante iene che sotto forma di avvocati, assicuratori, eccetera gravitano in particolare nei tribunali, intenzionati soprattutto a sbranare i malcapitati che si ritrovano negli ingranaggi della macchina giudiziaria. Film epico, eppure profondamente malinconico quanto soltanto le musiche indimenticabili del Padrino potevano  Interpretazioni semplicemente strepitose, scene indimenticabili, colori tristi e dolorosi, grandissimo cinema soprattutto se visto nella sua immediata capacità di parlarci di uno dei massimi problemi del nostro tempo: il dramma della corruzione, dell'inganno e della frode nell'amministrazione della giustizia, negli Stati Uniti (e peggio ancora, peggio del peggio del peggio, in Italia). Grisham-Coppola dicono ad altissima voce che è un mondo talmente sordido da poter essere contrastato soltanto da eroi - e senza il lieto fine delle storie di Frank Capra.

INCONSCIO

La donna che visse due volte (Vertigo, prodotto in USA nel 1958) di Alfred Hitchcock con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Hellmore. 128’.

Questo capolavoro di Alfred Hitchcock si basa su un copione d’eccezione: il romanzo D’entre les morts (1954) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Spunto di partenza è la storia di un investigatore che soffre di vertigini ed ha l’incarico di sorvegliare la moglie di un amico. Lei si butta da un campanile, ma lui stranamente poi crede di riconoscerla in un’altra donna incontrata casualmente. Anche in questo caso pare proprio che il regista metta nel protagonista tutte le contraddizioni e tensioni del proprio inconscio gonfio di problemacci faticosamente pilotati: una vertigine di complessi, frustrazioni, repressioni, fobie e manie (qui incluse anche la necrofilia e il feticismo) che avrebbero riempito un volumone di psichiatria e sulla quale si sono esercitati un esercito di commentatori e ammiratori. Quasi tutti persuasi che la fantasia criminosa del loro regista preferito attingeva direttamente ad una difficile situazione personale, sublimata e decantata in vari modi. Nel film c’è fra l’altro una celebre rappresentazione cinematografica di un sogno-incubo-inconscio, costruita, se non ricordo male, con la consulenza di Salvador Dalì. Hitchcock si sfogava sublimando le sue inquietudini nelle avventure terrificanti di  bionde irraggiungibili e glaciali; ma le persone comuni come possono fare?

 

INVESTIGATORI

Il mistero del Falco (The Maltese Falcon, prodotto in USA nel 1941) di John Huston con Humphrey Bogart, Peter Lorre, Mary Astor, Sydney Greenstreet, Elisha Coork Jr., Walter Huston. 100’.

Film leggendario e prototipo per la successiva mitologia cinematografica dell’investigatore privato, qui Sam Spade alle prese con variopinti farabutti in contesa per appropriarsi la statuetta di un falcone, che si presume sia d’oro puro e alla fine si scopre essere invece una misera patacca (metafora plateale). E’ la celebre opera prima di John Huston, con uno straordinario senso del ritmo, dell’ironia, e una grande capacità di trarre il meglio dagli attori. Il copione si basa su un romanzo celebre di Dashiell Hammett, che fu perseguitato dai maccartisti per i suoi rapporti con i comunisti americani. Hammett, come Chandler in altre opere che diventeranno altrettanto famose, dà un’immagine balzacchiana (o criptocomunista?) della società americana: dominata dall’interesse, dalla corruzione e dall’illegalità, dove l’investigatore si aggira come un cavaliere puro e duro. La classe dirigente a livello locale e nazionale viene vista sotto un’ottica che forse pretendeva di essere marxista, ma che in realtà era macchiettista: un brando di farabutti; invece, l’investigatore privato appare quasi un santo, una specie di Don Chisciotte votato al fallimento, più romanticamente in Chandler, più scetticamente in Hammett, ma sempre destinato al fallimento. Intellettuali di due generazioni hanno guardato la società americana attraverso questa immagine, per molti versi artificiosa e ideologica, per quanto descritta in maniera  avvincente. Il film ebbe tre nomine per i premi Oscar; è visibile anche in una versione recentemente colorizzata.  

    INVESTIGAZIONI

Quarto potere (Citizen Kane, prodotto in USA nel 1941) di Orson Welles con Orson Welles, Joseph Cotten, Alan Ladd. 119'.

     E' l'indagine di un giornalista sul mistero della morte di un magnate della stampa, che viene descritto in modi diversi dalle diverse persone intervistate. Il mistero non è svelato, tranne che per gli spettatori. Citizen Kane è un capolavoro, che regolarmente viene giudicato dai critici cinematografici il più grande film di tutti i tempi; si apre e si chiude inquadrando l’avvertenza No Trespassing e si svolge tutto intorno al tema della impenetrabilità e della enigmaticità di ogni esistenza.

   Nella lettera in cui proibisce ad Arnold Zweig di scrivere una sua biografia, Freud dice: <<Chiunque si avventura nell’impresa di scrivere una biografia, soggiace per ciò stesso alla menzogna, alla dissimulazione, all’ipocrisia, all’insulsaggine e perfino alla necessità di nascondere un’inevitabile mancanza di comprensione, in quanto  il materiale biografico non dovrebbe cadere nelle mani di nessuno, e se ciò accadesse, non dovrebbe venire utilizzato. La verità è inaccessibile: l’umanità non la merita. Non aveva forse ragione il principe Amleto quando si domandava chi mai potrebbe sfuggire ai colpi, se ognuno avesse quanto si merita?>>. Come Freud, in maniera analoga e con motivazioni analoghe, Orson Welles dice in una celebre intervista: <<Distruggete tutte le biografie....L’arte può spiegare la vita; la vita non spiega l’arte>>. 

   Quando Amleto si chiede chi mai potrebbe sfuggire alla giustizia, o quando Montaigne afferma che il migliore di noi potrebbe essere impiccato per almeno dieci buoni motivi (Essais, III, 9) entrambi mettono in rilievo il tema della difficoltà di distinguere tra colpevoli e innocenti, che è ricorrente in tutta la storia del pensiero umano. Se il segreto di ogni vita è impenetrabile, diventa non sempre facile distinguere nettamente tra colpevolezza e innocenza.

MAFIA

Bronx (A Bronx Tale, prodotto in USA nel 1994) di Robert De Niro con Robert De Niro, Chazz Palminteri, Lillo Brancato, Katherin Narducci, Joe Pesci, Francis Capra. 121’.

Le opere che trattano con un occhio di riguardo le storie dei mafiosi non sono poche, e introducono riflessioni che si possono trascurare sdegnosamente o che si possono leggere in maniera non preconcetta. Diretto da un esordiente De Niro e tratto da un intelligente atto unico di Chazz Palminteri, il film racconta come nel Bronx italiano degli anni sessanta, un ragazzo subisce l’influenza del boss del quartiere, che lo tratta con i guanti gialli e lo prende sotto la sua affettuosa protezione, come un altro padre, premuroso come quello vero, che è amante della legge e non vede per niente con piacere il rapporto del figlio col mafioso. Il messaggio finale dice che i veri duri sono quelli che vanno tutti i giorni a lavorare, ma il racconto lascia spazio a molte descrizioni clementi della malavita italo-americana di quell’epoca. Volendo, potrebbe essere visto come una sorta di apologia della mafia, ma se letto correttamente può anche essere di aiuto nel tentativo di capire le ragioni che hanno permesso la lunga vita della mafia (americana).

 

Il giorno della civetta di Damiano Damiani (prodotto in Italia nel 1968) con Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Serge Reggiani. Sceneggiatura di Ugo Pirro.

Come e meglio di altri film rilevanti (ad esempio, In nome della legge di Pietro Germi), questo film straordinario può servire ad  illustrare magnificamente la differenza tra vecchia mafia e nuova mafia. E può anche servire ad illustrare un problema che soltanto gli stupidi non vogliono vedere: è indubbio che la vecchia mafia ha suscitato anche momenti di comprensione in persone che personalmente con la mafia non avevano niente a che fare, o addirittura la combattevano coraggiosamente. E' proprio il caso di Sciascia, che in questa posizione non è per niente isolato: basti pensare a quell'altra testimonianza parallela sulla camorra che Eduardo De Filippo ci ha lasciato in Il sindaco del Rione Sanità.(che può essere rivisto in una videocassetta nell'impareggiabile interpretazione dell'autore). Nella luce dei molti autori classici che si sono occupati della criminalità organizzata di una volta, deve essere visto in questo film il famoso (e controverso!) scambio di battute a proposito di uomini, mezzi uomini, ominicchi e così via, che si conclude con un reciproco riconoscimento di superiorità umana tra il capitano dei carabinieri e il capomafia. Sciascia era un fiero avversario della mafia, ma ne sentiva in qualche modo il fascino ne comprendeva le ragioni (ovviamente, pur senza approvarle minimamente); in questo non era un isolato, tanto è vero che persino il giudice Falcone scrisse pagine apparentemente incomprensibili sulle lezioni morali che la mafia gli aveva dato! La distinzione tra vecchia e nuova mafia è importante e documentata al meglio da film come questi (anche se ovviamente rimane chiaro, come era chiaro a Sciascia e agli altri, che pure la vecchia mafia era spesso prevaricatrice ed assassina).

E' un aspetto della storia della mafia che è certamente difficile da digerire, ma va studiato, altrimenti chiudiamo gli occhi e rinunciamo a capire gente come Pietro Germi, Leonardo Sciascia, Edoardo De Filippo, Giovanni Falcone. Anche da questo punto di vista il cinema rivela la sua grande capacità di aiutarci a cogliere aspetti inesplorati e complicati, aiutandoci a capire, meglio e più di ponderose analisi storiche, criminologiche, sociologiche.

 

I cento passi di Marco Tullio Giordana (prodotto in Italia nel 2000) con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Tony Sperandio. Sceneggiatura di Marco Tullio Giordana, Monica Zapelli, Claudio Fava.

  Che questo film sia assolutamente eccezionale mi è stato detto dai miei studenti, che a Bari e a L'Aquila me lo hanno indicato tra i più belli che abbiano mai visto nella loro vita di spettatori. Marco Tullio Giordana ha fatto film a volte discutibili e a volte molto belli, come Irene, Irene che ha avuto un contenuto successo ed è invece opera meritevole di ben altra fortuna.  Nonostante qualche critica ingenerosa (come quella di Lietta Tornabuoni) il film non ha un carattere meramente storiografico: si occupa di una realtà ancora ben viva, come sanno molti abitanti di tanti paesoni siciliani. La madre di Peppino Impastato ricorda quasi in ogni intervista che la mafia obbliga i padri ad ammazzare i figli, se si ribellano, e che avevano chiesto al padre di ammazzare il figlio: sono cose che capitano anche oggi, e non soltanto in quei posti tipici di mafia che sembra quasi non siano cambiati, nonostante tutto quello che è avvenuto dal 1992 in poi.

Il cinema italiano può ancora fare grandi film con pochi mezzi: è la migliore notizia cinematografica dell'anno. Fuori dal cinema, la realtà supera l'immaginazione, dalle polemiche di Alleanza Nazionale contro la designazione all'Oscar (tra parentesi, proprio studenti di Alleanza Nazionale mi hanno parlato del film in termini entusiastici), alle osservazioni di Liberazione, 2 ottobre 2000, che ha accusato perfino i carabinieri e il Corriere della Sera, chi per aver tentato di ostacolare chi per aver tentato di screditare le indagini sull'omicidio di Peppino Impastato. Il 6 dicembre 2000 la Commissione antimafia ha approvato all'unanimità un documento che, dopo un lavoro di anni diretto da Giovanni Russo Spena, ricostruisce lo stato di asservimento dl territorio in cui è maturato il delitto, e quel sistema di relazioni per il quale <<può essere avanzata l'ipotesi che l'aprioristica esclusione della pista mafiosa abbia potuto trovare una ragione nei rapporti tra la cosca di Cinisi e segmenti delle istituzioni con essa compromessi>>.

MOSTRI

M – Il mostro di Düsseldorf (M, prodotto in Germania nel 1931) di Fritz Lang con Peter Lorre, Otto Wernicke, Gustav Grundgens, Theo Lingen. 118’.

Il film è un capolavoro carico di temi straordinari della cultura espressionistica e di quella weimariana, a cominciare dalla rappresentazione di un tribunale dei criminali per molti versi simile a quello rappresentato da Bertold Brecht in L’opera da tre soldi. E’ la società dei criminali (abbastanza organizzata anche nella Germania di quegli anni a quanto pare) che infatti sotto la pressione della polizia riesce a trovare e condannare il maniaco che violenta e uccide bambine senza farsi mai acchiappare dalla polizia, che mette alle strette i delinquenti professionali, danneggiandoli negli affari, e costringendoli a organizzare una colossale caccia all’uomo (questa delinquenza organizzata viene rappresentata come uno stato parallelo, che sul punto si rivela più efficiente di quello ufficiale). Fritz Lang scrisse la sceneggiatura con la moglie Thea von Harbou riprendendo un fatto di cronaca realmente avvenuto. Insieme alla trattazione di varie tematiche classiche, a cominciare dalla contrapposizione tra giustizia pubblica e privata, il film raccoglie innanzitutto una forte meditazione sulla colpevolezza universale, soprattutto nella celeberrima arringa di autodifesa che il protagonista proclama davanti al tribunale dei malfattori. Dicono che Peter Lorre avrebbe qui interpretato per la prima volta il suo personaggio di deviante pseudolombrosiano, che potrà redimersi soprattutto nelle scene esilaranti di Arsenico e vecchi merletti: gli assassini più temibili hanno l’apparenza più innocente.

 

Shining (The Shining, prodotto in Gran Bretagna nel 1980) di Stanley Kubrik con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philp Stone, Joe Turkel. 120’

Tutti quelli che almeno una volta nella vita hanno avvertito qualche disagio davanti ad una pagina bianca (incluse quelle del computer) non faranno fatica a riconoscere un altro capolavoro del genio di Stanley Kubrik, che qui prende spunto da un altro genio: Stephen King. Nell’Overlok Hotel, sulle Montagne Rocciose del Colorado, Jack Torrence, scrittore momentaneamente in crisi e incapace di riempire la pagina bianca, costretto dal perfido destino a sbarcare il lunario come guardiano d’inverno, capisce a poco a poco che la cosa migliore è fare fuori a colpi d’accetta i suoi cari: la moglie e la figlia. Come mostro non c’è male, ma quanta normalità c’è, luccicante, shining, dietro quella mostruosità, e come è forte a volte la tentazione a lasciarsi andare! Allo stesso modo che per 2001: Odissea nello spazio o per Arancia meccanica o per Lolita o per Il dottor Stranamore, anche per questo film di Kubrik sono stati citati archetipi e miti di tutti i generi, ad esempio quello di Saturno, quello di Teseo, quello del Minotauro, quello di Edipo. Per alcuni la filosofia generale dell’autore culminerebbe in un pessimismo assoluto sulle radici umane del male, per altri, invece, c’è sempre in Kubrik la possibilità di una riconciliazione, dimostrata anche in questo caso da una luccicanza, shining, in verità non molto specificata. Come in molti altri film di Kubrik, la versione in circolazione è stata abbreviata, senza l’approvazione del regista.

 

TESTIMONI

Rashômon (Rashômon, prodotto in Giappone nel 1950) di Akira Kurosawa con Toshiro Mifune, Takashi Shimura, Masayuki Mori, Machiko Kyo. 88’.

Liberamente ispirato dalla sovrapposizione di due racconti di Ryumosuke Akutagawa (1892-1927), il film di Kurosawa vinse il Leone d’oro a Venezia nel 1951 (e il Premio speciale agli Academy Awards del 1951), consacrando la fortuna di quello che viene considerato tra i più grandi registi della storia del cinema, già autore di opere straordinarie e successivamente di altri capolavori. La vicenda si svolge nel portico del tempio del dio Rasho a Kyoto nel XV secolo. Un servo, un boscaiolo, un bonzo rievocano un tragico fatto di sangue, davanti al quale hanno deposto in tribunale come testimoni, in merito alla aggressione e alla morte di un samurai che con la moglie, violentata, attraversava una foresta. A proposito della verità sul come si erano svolti i fatti, il boscaiolo racconta la versione del bandito e poi quella della donna. Ma il bonzo riferisce un’altra versione (completamente diversa dalle prime due, che erano a loro volta diverse tra loro): è la versione del samurai assassinato, che può raccontare la sua verità grazie all’intervento di una maga. A quel punto, il boscaiolo riprende la parola, dice di avere assistito al delitto e narra una versione ancora diversa. 

Non soltanto i testimoni possono sinceramente proporre verità diverse, ma lo stesso testimone può fornire differenti versioni della verità. Estremo e barocco, abissale ed alato, impregnato di echi della storia più inquieta della cultura occidentale (da Faulkner a Pirandello, che a prima vista hanno poco da spartire) come tante opere dello stesso regista il film tra l’altro mostra quanto è grande il terreno comune tra cultura orientale e cultura occidentale.

 

 

 

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