Francesco Sidoti

Che cosa è il giornalismo investigativo?

(Relazione presentata al convegno  Sicurezza e informazione. Il giornalismo investigativo in Italia: passato e prospettive, che si è svolto a L’Aquila, 3-4-5- ottobre 2001, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, ospitato presso la Scuola Sottufficiali Guardia di Finanza, nell’ambito delle attività connesse con la nascita del Corso di laurea in Scienze dell'investigazione. Agli invitati è stato consegnato questo testo di riferimento, per una modesta rassegna di un orizzonte tematico, storico, comparativo, in maniera da offrire suggerimenti, idee, confronti, stimoli. Non si tratta assolutamente di un testo pronto per la pubblicazione; anzi, mi riprometto di modificarlo profondamente. La breve bibliografia citata alla fine indica soltanto alcuni testi consultati. Critiche e commenti sono benvenuti: Francesco Sidoti, c/o Università di L’Aquila, Via Verdi 28, 76100 L'Aquila, tel. 0862 432172, posta elettronica: frasidot@tin.it)

1)  IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO: UN MODELLO ETICO E PROFESSIONALE

     Nell'esplorazione di una realtà che non conosciamo mai interamente e che si trasforma mentre la conosciamo, l'investigazione è un procedimento conoscitivo di carattere generale, non vincolato ad una professionalità specifica, ma ad un ampio ventaglio di professionalità. L’investigazione è un tentativo di scoprire meccanismi causali, protagonisti nascosti, successioni temporali e motivazionali: vuole andare al di là delle apparenze, non si accontenta delle dichiarazioni formali e delle verità di convenienza. Vuole scoprire o ricostruire i fatti, non si limita ad una narrazione.

     Il modello del giornalismo investigativo è consegnato alla celebre immagine americana del Watchdog, il cane da guardia dell’interesse pubblico. Il potere o il contropotere del giornalismo investigativo va dunque considerato e apprezzato all’interno di un meccanismo pluralistico di checks and balances.  Il giornalismo investigativo all’americana è in questo senso contemporaneamente un contropotere e un potere di controllo, in una società dove i Padri Fondatori sin dall'inizio si posero un problema decisivo: chi controlla i controllori? come impedire che chi ha il potere tenda ad abusarne? Negli Stati Uniti domina la lezione di Montesquieu e l'interpretazione polibiana della virtus romana classica come conseguenza di un assetto pluralistico di mores e leges. In teoria il giornalismo è parte di un complesso sistema di divisione e di sorveglianza dei poteri; in pratica, anche per interesse i media interpretano un ruolo di contropotere: pochi li seguirebbero se si limitassero ad una piatta ripetizione delle verità ufficiali e formali.

   A voler segnare una data di nascita del giornalismo investigativo, secondo molti si deve risalire all’Inghilterra del 1721, quando sotto lo pseudonimo di Cato due eminenti whighs scrissero sul London Journal il primo resoconto dettagliato della commissione parlamentare d'inchiesta insediata per discutere uno scandalo economico dell'epoca. La data diventa simbolicamente assai significativa perché contemporaneamente mette insieme scandali politico-economici in una società di tipo liberale, appelli delle minoranze alla giustizia, nascita del giornalismo (e in particolare del giornalismo investigativo), commissioni parlamentari d'inchiesta. Siamo nel campo della democrazia liberale per eccellenza: pesi e contrappesi, controlli, bilanciamento e divisione dei poteri, dibattiti pubblici, eccetera, con una preminenza della stampa sin dai primordi.

     Mentre l’Inghilterra è la madre patria del giornalismo, gli Stati Uniti sono la madre patria del giornalismo investigativo, in cui si riversa una parte della cultura puritana dei Padri Fondatori: l’originario rigorismo morale prende anche questa forma, insieme a molte altre (inclusa, come nel caso di Upton Sinclair, la critica impietosa della religione organizzata).

     La storia della democrazia americana è strettamente intrecciata con la storia del giornalismo americano, e in particolare con il giornalismo investigativo, dall'inchiesta terribile di Upton Sinclair (poi raccolta in The Jungle) sull'industria della carne in scatola di Chicago, che ispirò il Pure Food and Drug Act, agli altrettanto significativi articoli di Ida Mae Tarbell, che portarono allo smembramento dell'assetto monopolistico della  Standard Oil's. Tutta la Progressive Era, cioè la trasformazione dell'America di Tammany Hall e dei Robber Barons, nell'America moderna, industriale, urbana, legalitaria, è avvenuta sotto la spinta, l'incalzare, il successo del giornalismo investigativo, protagonista per decenni, da New York al più minuscolo paesotto di provincia.

   Il giornalismo muckraking è diventato una componente fondamentale della storia e perfino della vita quotidiana degli americani: quel paese non sarebbe così com'è, da quel tipo di controllo sanitario dei cibi conservati, fino alle leggi antimonopolio, eccetera, se non ci fossero stati quei giornalisti che in vario modo hanno contribuito a fare sterzare quella società in certe direzioni invece che in altre.

   Il giornalismo investigativo, come è stato sostenuto da Jay Rosen, ha a che fare, in un certo senso, più con "la redenzione" e con “la missione” che con “il mestiere” del giornalismo. Le famose Schools of Journalism americane hanno costantemente puntato sul mito dell'investigative reporting, innanzitutto obiettivo, autonomo, documentato, puntuale, socialmente e moralmente responsabile, capace di scavare oltre la superficie dei fatti e senza riguardi nei confronti dei ricchi e potenti e famosi. Anzi. Con una dichiarazione assai citata, disse Ed Murrow: "Noi dobbiamo essere il poliziotto della stradale nello specchietto retrovisore del potere". Per molti rappresentanti di questo aspetto specifico della professione, è importantissima "la macelleria delle vacche sacre", in una visione dell’economia e della politica come regno in buona misura dell'imbroglio, dello scandalo, della corruzione, degli arcana imperii. In alcuni dei suoi rappresentanti più noti, come Jack Anderson, questo tipo di giornalismo investigativo ha spaziato in tutti i campi, inclusa la politica estera, come è d'altronde abitudine a Washington, dove politica interna e responsabilità sulla scena internazionale sono strettamente interrelate.

     Sarebbe del tutto erroneo attribuire soltanto agli Stati Uniti un ruolo unico ed esclusivo nel settore. Nella Francia della III Repubblica fu un articolo apparso su L’Aurore, il celebre J’accuse scritto da Emile Zola per il presidente Félix Faure, a imprimere una svolta epocale alla storia francese, a quel tempo drammaticamente in bilico tra ritorno al passato o consolidamento della cultura repubblicana; da quel momento in Francia l’etica del libero giornalismo democratico e l’etica della cultura repubblicana vanno insieme, indissolubilmente collegate: il journalisme d’investigation non è presente soltanto sui giornali, ma nelle collane editoriali delle più importanti case editrici. Anche negli anni più recenti e negli altri grandi paesi moderni il giornalismo investigativo è un ingrediente importante del funzionamento del sistema democratico, dalla campagna dei giornalisti inglesi sullo scandalo del talidomide fino alla campagna dei giornalisti spagnoli contro gli scandali dei governi di Felipe Gonzalez. In Francia (dove sinistra e destra sono finite impietosamente nel mirino della stampa, che ad esempio nel caso del sang contaminé è stata meritoriamente decisiva), il Canard Enchaîné è un’istituzione che, come ha scritto un magistrato, “costituisce di fatto la principale istanza deontologica dello Stato. Questo giornale è l’ultima risorsa in una Repubblica che non riesce a regolare altrimenti i suoi conflitti”.

    A parte il rischio, enorme e ricorrente, di un uso per rivalse private e su commissione, i valori centrali del giornalismo investigativo coincidono in larga misura con quelli classici del giornalismo: imparzialità; indipendenza economica, quindi opposizione alla concentrazione delle testate; preparazione professionale; attenzione rivolta ai sondaggi sugli umori dell’opinione pubblica; notizie separate dalle opinioni; editoriali nettamente distinti dai servizi, sia per quanto riguarda l'impostazione sia per quanto riguarda la responsabilità (a volte gli editorialisti possono rispondere direttamente alla proprietà invece che alla direzione); eccetera.

     Non si tratta dunque di un modello esclusivamente statunitense, anche se in America effettivamente viene celebrato con la solennità, le cattedrali e i rituali delle religioni (inclusa a volte una porzione di ipocrisia). Tanto è vero che uno dei maggiori esponenti di una concezione etica del giornalismo è stato J. F. Revel, di cui ricordiamo alcune affermazioni lapidarie: "… Noi abbiamo costruito una civilizzazione democratica fondata sull'informazione. … Se il cittadino non è correttamente informato il voto non vuol dire niente…". Per Revel, "è l'opinione che deve essere pluralista, non l'informazione: per sua natura l'informazione può essere vera o falsa; non può essere pluralista".

   Il giudizio di Revel a proposito della condizione odierna dell'informazione era abbastanza pessimistico: "Quando per caso il cittadino medio possiede una fonte d'informazione esterna a qualsiasi mezzo d'informazione, quando ad esempio il suo giornale o la sua televisione trattano un problema che egli conosce, il suo lavoro, la sua regione, avvenimenti nei quali è stato coinvolto, egli dà quasi sempre un giudizio severo e perfino scandalizzato del modo in cui la stampa ne ha dato conto".

   Di Revel conviene inoltre ricordare la campagna contro quella menzogna che a suo parere era spesso dominante nel giornalismo e che si camuffa in infiniti modi: dalla menzogna di Stato alla disinformazione, alla manipolazione, alla mistificazione, in uno slittamento multiforme di significati che confinano e si confondono con la  censura vera e propria.

    

2)  L'ATTUALITA' INTERNAZIONALE DI QUEL MODELLO

       Il millennio si chiude con dati poco esaltanti per il giornalismo investigativo: secondo i dati di Reporters Without Borders, un gruppo di pressione per la libertà di stampa, fondato a Parigi, al dicembre 1999 si contavano in un anno nel mondo 36 giornalisti uccisi (numero doppio rispetto all'anno precedente), soltanto in parte a causa delle guerre, dalla Cecenia alla Columbia, dalla Jugoslavia al Congo, dalla Sierra Leone all'Indonesia. Un mestiere che dovrebbe difendere la libertà d'espressione e d'informazione costa la vita o almeno drastiche limitazioni della propria vita: nello stesso anno si contavano centinaia di giornalisti in cella, aggrediti, feriti, rapiti, eccetera.

    Esemplare il caso della Birmania, definita da Reporters Without Borders come la più grande prigione per giornalisti in Asia. Secondo Reporters Without Borders, malgrado tanti negoziati tra i militari e Aung San Suu Kyi, il governo di Rangoon rimane ai margini della comunità internazionale. Dice il rapporto che la tortura in Birmania è ancora ordinaria amministrazione nelle prigioni e nei luoghi di detenzione; i giornalisti fra l’altro soffrono di seri disordini mentali a causa di lunghissimi periodi di detenzione. Scioperi della fame, censura, arresti, intimidazioni, sono la norma per i giornalisti che lavorano per i pochi centri privati d’informazione esistenti nella zona e che parlano senza infingimenti della situazione esistente in Birmania, dove il controllo del governo sull’informazione è rigorosissimo. La situazione è tale che una richiesta alle autorità di commentare il documento di Reporters Without Borders è caduta nel totale silenzio.

   Per la sua ribellione  alla situazione generale del paese, Aung San Suu Kyi ha ottenuto il premio Nobel nel 1991. Le fonti di informazione libere sono principalmente provenienti dall’estero, come, in particolare, la BBC, Voice of America, Radio Free Asia, e The Democratic Voice of Burma, che ha la sua base in Norvegia.       

      Anche in America Latina la situazione è per molti versi assai difficile per i rappresentanti del libero giornalismo, almeno a sentire Inter American Press Association, un’associazione basata a Miami che in un documento del 27 luglio 2001 ha descritto nove uccisioni di giornalisti in America Latina e l’emergenza di una cultura dell’autocensura. Secondo l’IAPA, i nove assassinii di giornalisti sono avvenuti in tre mesi: 7 in Colombia, uno in Messico e un altro in Costa Rica. Preoccupazioni sono state espresse anche per la situazione esistente in particolare in Haiti, Cuba, la Repubblica Dominicana, oltre a vari altri problemi in Brasile, Paraguay, Cile, Nicaragua, Panama, Guatemala, Venezuela (dove la Corte Suprema ha legiferato pesantemente sul concetto di informazione veritiera e sulla responsabilità della stampa). Secondo il presidente dell’IAPA, Danilo Arbilla, i giornalisti che lavorano in merito al narcotraffico sono quelli più esposti, anche se molti altri temi sono rischiosi, ad esempio l’inchiesta su organismi governativi.

    Sia per l’ Inter American Press Association, sia per Reporters Without Borders il diritto di essere informati è la pietra angolare della democrazia. L’ IAPA in particolare ha promosso la Declaration of Chapultepec, dove è stabilito che “nessuna società può essere libera senza libertà di espressione e di stampa” e che l’esercizio di questa libertà non è garantito “dalle autorità politiche, ma è un inalienabile diritto popolare”.

   Nei paesi post-comunisti la faticosa creazione di una società aperta si scontra spessissimo con i problemi della libertà di stampa. Quando nel luglio 2001 il giornalista investigativo ucraino Ihor Oleksandrov è morto di violentissime percosse, suscitando l’indignazione di tutte le organizzazioni professionali internazionali, era l’undicesimo giornalista ucciso in cinque anni in Ucraina (spesso in maniera barbara, con cadaveri ritrovati senza testa, eccetera). In più di un caso sono state mosse accuse circostanziate nei confronti delle più alte autorità dello Stato, sospettate di connivenza.

    In particolare nella Russia post-comunista il giornalismo investigativo ha realizzato i suoi massimi tonfi e trionfi, come in una gigantografia del peggio che avviene nei paesi di più antica democrazia: alcune testate ed emittenti, Novaya Gazeta, Ort, Tv-center, eccetera sono diventate famose anche in Occidente perché impegnate in una battaglia all'ultimo sangue tra differenti gruppi di potere, battaglia condotta a colpi di accuse tremende e reciproche su ruberie sterminate, assassinii, eccetera. Le disavventure anche mediatiche di personaggi come Berezovskij sono passate attraverso l’annientamento reciproco a colpi di telecomando e di denunce giornalistiche (senza escludere ovviamente i più classici strumenti: rivoltellate, attentati dinamitardi eccetera).

   E’ importante sottolineare che i paesi con una  tradizione democratica nel giornalismo e nel giornalismo investigativo sono anche i paesi che hanno difeso con maggiore determinazione la libertà di stampa nel mondo. Ad esempio, nel giugno 2001 Ronald Kenneth Noble, General Secretary dell’Interpol ha sostenuto in una impegnativa dichiarazione ufficiale che il governo della Russia stava attaccando per fini politici il magnate dei media Vladimir Gusinsky, accusato di frode da magistrati russi, arrestato in Spagna e poi fuggito in Israele dopo che i giudici spagnoli avevano deciso di non permettere l’estradizione. Nel frattempo in Russia l’impero mediatico di Vladimir Gusinsky viene spezzettato e soprattutto NTV, il solo canale indipendente in Russia, viene normalizzato violentemente.

   Negli Stati Uniti la più recente celebrazione del giornalismo investigativo è avvenuta in occasione della morte nel luglio 2001 di

 Katharine Graham, proprietaria del Washington Post, comprato ad un’asta fallimentare, trasformato in un autentico impero dei media: stazioni radio-televive e via cavo, giornali e riviste, tra cui Newsweek (ottocentomila copie settimanali). Le inchieste dello scandalo Watergate, che avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon, si rivelarono fondamentali nel trasformare il Washington Post in uno dei grandi giornali americani.

    Secondo Charles Krauthammer, Katharine Graham ha avuto il glorioso merito di rimanere indipendente in un’età di omogeneizzazione, difendendo i valori del dovere e del coraggio, mettendo a rischio la stessa esistenza di tutta la sua fortuna. Nixon aveva minacciato conseguenze se il Washington Post avesse continuato l'inchiesta sullo scandalo Watergate e in particolare sui tentativi della Casa Bianca di nascondere le proprie responsabilità. Nixon aizzò l'agenzia federale che rinnovava le licenze alla stazioni televisive e ordinò che la Graham fosse strizzata “come un panno bagnato”, ma alla fine fu costretto alle dimissioni e il Washington Post diventò il più temuto giornale americano.

   Secondo alcuni, le cose stanno in parte diversamente da come vengono rappresentate da una retorica ormai consolidata: uno dei segreti meglio custoditi della storia americana recente è relativo alla identificazione della mitica “Gola Profonda”, al tempo dello scandalo Watergate: l'allampanato fumatore incallito che nel buio di un parcheggio rivelava a Bob Woodward i misfatti presidenziali. Pare sicuro che la Graham, il direttore Ben Bradlee, Woodward e Bernstein furono aiutati da molte “Gole Profonde”, perché il progetto nixoniano di una  Presidenza Imperiale scatenò una faida interna all’amministrazione. Le dimissioni di Nixon furono un successo di tutto il sistema americano di pesi, contrappesi, controlli, poteri separati e bilanciati, e innanzitutto della magistratura. A quel tempo ebbero un ruolo rilevante – forse decisivo - giudici come Archibald Cox e le sentenze tremende di "Maximum John" Sirica. Sicuramente infine determinante fu l’orientamento della Corte costituzionale.

    Quei successi contribuirono fortemente a fare della stampa nell’ultima parte del ventesimo secolo un quarto potere nel senso pieno e completo del termine, tale da poter stare da pari a pari a fianco delle altre branche del governo. La stampa americana non era certo stata fino ad allora subalterna, ma non aveva mai spadroneggiato a quel modo: a Hollywood ad esempio si era specializzata negli scandali di attori e attricette, registi e produttori, che potevano essere aiutati o rovinati nella loro carriera. Il Watergate, soprattutto, diede enorme prestigio sociale ai temi del giornalismo investigativo. Katharine Graham fu probabilmente per molti anni la persona più potente di Washington (dove la Casa Bianca è lontana pochi minuti a piedi dal Washington Post). A differenza di molte altre persone potenti di Washington, inclusi i vari presidenti che aveva visto arrivare e partire in tanti anni, aveva creato questo suo potere attraverso il giornalismo.

     La decisione di pubblicare i Pentagon Papers  (che rivelarono alcune scomodissime verità sul Vietnam; ad esempio, l’incidente sul golfo del Tonchino che aveva dato il via all’inizio dei bombardamenti era inventato di sana pianta) nel 1971 e l'anno successivo lo scoppio del Watergate costituiscono il crinale: cambia il giornalismo americano, che non era mai stato tenero con il potere costituito, ma che da allora diventa consapevole della propria immensa potenza (la capacità di far finire una guerra o di destituire un presidente). I Pentagon Papers, quarantasette volumi, realizzati su commissione del Segretario alla difesa, McNamara, misero in luce un intreccio perverso di dissimulazione, inganno e autoinganno nella politica estera americana, secondo la celebre analisi di Hannah Arendt in Politica e menzogna. La decisione di pubblicarli fu travolgente per la società americana e per il giornalismo americano. Le conseguenze del Watergate, come è stato argomentato efficacemente da Bob Woodward in Shadow, influenzarono le presidenze di Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton.

 

 

3) SENSAZIONALISMO E GIUSTIZIA

 

    Il sensazionalismo è un elemento costitutivo del giornalismo. E' nei suoi cromosomi ed è uno degli aspetti che tende a farne più un mestiere che una missione. Negli Stati Uniti questa componente è immediatamente visibile insieme a quella prettamente etica e puritana: il giornalismo si sviluppa storicamente insieme alla vendita delle notizie e all’intrattenimento del grande pubblico: si rivolge ad un pubblico di consumatori, come un prodotto che deve essere acquistato, senza rimanere indifferente alle preferenze del pubblico. Il giornalismo delle inserzioni pubblicitarie, delle previsioni meteorologiche, delle notizie sportive, dei necrologi, si mescola spesso con un’ investigazione intenzionata a fare innanzitutto cassetta.

     Questa almeno sembra la lezione della storia, in America come in Europa. Le libertà di parola e di stampa, connesse con quelle di associazione e di riunione, si sviluppano nell'Europa continentale nel corso dell'Ottocento. In Inghilterra la lotta contro restrizioni, tasse, censura si svolge in quasi due secoli; in Germania, in Francia e negli altri paesi europei ci si uniforma al modello inglese, sia dal punto di vista della libertà dalle intromissioni governative, sia dal punto di vista della piena partecipazione ad una nuova cultura di massa, basata sulla propaganda, sulla demagogia, sull'eccitazioni di sentimenti nazionalistici spesso al limite dell'isteria. La contraffazione bismarkiana di un telegramma consegnato alla stampa proprio per scatenare reazioni di generale indignazione, fu all'origine della guerra franco-prussiana del 1870 e viene generalmente considerato come il simbolo dell'avvento di una nuova età della politica internazionale, che sostituisce le tradizionali armi segrete diplomatiche con la manipolazione dell'opinione pubblica, attraverso i giornali. L'alleanza tra politici privi di scrupoli e giornalisti guerrafondai, spesso per ragioni esclusivamente venali, diventava un ingrediente fondamentale di un nuovo periodo storico: alla società di massa corrispondeva la guerra di massa, basata sul coinvolgimento pieno di tutta la popolazione, a cominciare dai civili, che fino ad allora erano stati risparmiati dalle guerre condotte secondo i canoni dello ius publicum europeum.

   Il giornalismo investigativo è dalla nascita sensibile ai rischi generali della libertà. La cronaca nera e la cronaca giudiziaria, sono stati ad esempio campi di battaglia in cui si sono esercitati sia la sudditanza nei confronti degli interessi costituiti sia la sudditanza nei confronti delle inclinazioni più deteriori dei consumatori. Nel suo classico studio sulla storia e la struttura dell'opinione pubblica, Habermas cita proprio come esemplare il caso dei processi penali: il carattere pubblico non serve più al controllo dei procedimenti giudiziari, piuttosto i procedimenti giudiziari vengono riletti e confezionati ad uso e consumo di una conoscenza superficiale, emotiva ed acritica. Sin dalle origini i processi e i resoconti dei processi hanno costituito uno strumento importante per la fortuna del giornalismo, che immediatamente viene accusato di sostituirsi ai giudici, di influenzarli surrettiziamente, di inesperienza pari alla pretesa di soddisfare il pubblico. L’attività investigativa dei media sarebbe interessata più alla creazione del caso eclatante che all’adempimento di una funzione pubblica.

    La visione pessimistica del giornalismo e dell’opinione pubblica è presente nella condanna apocalittica che negli anni cinquanta era stata proclamata a grandi lettere da C. Wright Mills e che aveva il suo precedente celeberrimo nelle analisi della scuola di Francoforte. Il pessimismo proviene dagli scranni più autorevoli della destra e della sinistra: procedendo a ritroso, ritroviamo antesignani prestigiosi e insospettabili in Tocqueville e John Stuart Mill, che si sofferma ampiamente a commentare il "dispotismo dell'opinione pubblica" (a suo parere già all'epoca non si trattava più di difendere la libertà di parola dagli interventi polizieschi, ma la libertà anticonformista dagli interventi repressivi di un'opinione pubblica  ignorante e belluina).

    Tocqueville scrive che "Il popolo regna sul mondo politico americano, come Dio sull'universo", ma è anche vero che attornia la sua nitida celebrazione della libertà di stampa e della libertà di parola con tantissime osservazioni caustiche e critiche. Vittorio de Caprariis mise in luce a suo tempo un aspetto importante in Tocqueville: i giornali americani suscitarono su di lui un’impressione enorme, che cercò di riverberare nella sua opera. In una pagina famosa, Tocqueville dice che il primo giornale che cadde sotto i suoi occhi arrivando in America conteneva un furioso attacco contro il presidente Jackson. In realtà quell'articolo della Vincenne's Gazzette fu pubblicato sei mesi dopo il suo arrivo in America, ma Tocqueville preferì aggiustare le date per dare un'idea di quei temi che più immediatamente lo colpirono e che furono giudicati rivoluzionariamente anticipatori di un Mondo Nuovo. Sia Tocqueville, sia, sulle sue orme, John Stuart Mill, valutarono molti problemi che potevano derivare da una democrazia fondata sull'opinione pubblica: manipolazione, conformismo, ipocrisia, eccetera.

    Sul tema del sensazionalismo destra e sinistra si affrontano decisamente, rinfacciandosi reciprocamente pesantissime accuse di fomentare guardonismo e cannibalismo di massa. Il caso classico sono gli Stati Uniti. Da una parte ci sono osservatori (il capofila probabilmente è Noam Chomsky, da alcuni venerato, da altri sbeffeggiato) che dipingono un mondo di media dominato dai grandi interessi, quindi incline a dare per buona un'interpretazione di comodo ad esempio dei grandi scandali che sarebbero potuti scoppiare e che invece sono stati addomesticati (Savings & Loans; BCCI; eccetera). Dall'altra parte ci sono osservatori (dai lettori del Wall Street Journal in giù) che invece vedono il mondo dei media come dominato da naderiti, liberals, criptocomunisti e criptomarxisti, omosessuali, ebrei, eccetera.

   Un caso assai noto di rigetto del sensazionalismo, ovvero di una certa maniera di fare informazione, è rappresentato da un apologo di Umberto Eco, il quale ha raccontato quel che gli è capitato nelle isole Fiji, dove si trovava quando scoppiò la guerra in Kuwait. Egli sosteneva: per giorni ho potuto documentarmi soltanto attraverso il Fiji Journal, composto da otto pagine: due di dispacci d'agenzie e sei di pubblicità e cronaca locale; sono ripartito con le idee chiare su ciò che stava avvenendo nel mondo; quello in un certo senso sarebbe un giornale ideale, nel quale (rispetto al modello oggi dominante) mancherebbe soprattutto quella parte che è costituita dal pettegolezzo, dalla sorpresa, da ciò che in generale "ti obbliga a leggere anche quando non avresti voluto leggere". Secondo Umberto Eco nei giornali sono oggi ospitate troppe bufale, notizie false, leggende metropolitane, panzane vere e proprie: la scuola soprattutto dovrebbe insegnare agli studenti a distinguere, in modo da non rimanere vittime del sensazionalismo.

    Insieme agli aspetti del sensazionalismo legati squisitamente a motivi commerciali, ce ne sono altri, legati  a problemi e situazioni politicamente caratterizzati. Un clamoroso esempio italiano è costituito dall’episodio di Susanna Agnelli, che nel 1998 fu iscritta nel registro degli indagati per concorso in truffa, falso in bilancio ed evasione fiscale, fino ad essere sentita sotto questa veste dai magistrati romani, nel corso di un’inchiesta sull’Alta Velocità. Comprò una pagina del Corriere della Sera per esporre la sua autodifesa. Nel dicembre 1999 il Gip accolse la richiesta avanzata dal Pubblico Ministero e dispose l'archiviazione. La Agnelli sottolineava di essere rimasta vittima di una cattiva informazione, perché il TG1 non aveva raccolto una sua replica alla notizia del coinvolgimento: “Posso permettermi, è vero, di comprare una pagina sul Corriere. Non lo faccio soltanto per me ma per tutti gli italiani che sono stati trattati come me”.

    Secondo molti osservatori l’episodio è emblematico del tipo di investigazioni che sarebbero prevalenti nel nostro paese, sia da parte della magistratura sia da parte dei giornalisti: investigazioni che spesso trascinano (in galera o sulle prime pagine) persone che poi risultano estranee ai fatti. Da questo punto di vista giornalismo e magistratura mettono le persone sul banco degli imputati, ma vengono a loro volta sottoposte ad un’accusa per molti versi simile. In Italia come in tutti i paesi democratici, a volte i magistrati vengono accusati di sensazionalismo, allo stesso modo dei giornalisti.

    Scrive nel 1996 il giudice Garapon a proposito della Francia: “I petits juges non sarebbero riusciti a scardinare l’establishment politico, cosa che hanno fatto in questi ultimi anni, senza l’aiuto dei media. Questi stessi giudici, la cui celebrità è dovuta soprattutto al prestigio e alla notorietà dei personaggi inquisiti, sono tentati di approfittare di questo potere. Così alcuni di loro, per la verità una minoranza, si sono serviti di alcuni casi come trampolino di lancio politico. Questa pericolosa alchimia di giustizia e media è una spia della disfunzione profonda della democrazia. I media, soprattutto la televisione, minano le fondamenta stesse dell’istituzione giudiziaria…”.

 

 

4) IL CONDIZIONAMENTO DELLA PROPRIETA' E DEGLI INTERESSI COSTITUITI

 

   Dopo avere accennato al rischio del sensazionalismo, che è stato sempre molto forte nel suscitare gravi interrogativi su un giornalismo investigativo non sempre immacolato da un punto di vista deontologico e legislativo, sarà opportuno ricordare anche un rischio opposto, ma speculare nel minare la credibilità del giornalismo investigativo: il rapporto di sudditanza con i poteri costituiti.

    Come è stato detto egregiamente, "in Francia la rivoluzione creò da un giorno all'altro quanto in Inghilterra aveva avuto bisogno di una costante, secolare evoluzione". La piena emancipazione del giornalismo inglese da ogni vincolo di tasse e censure si compie in due secoli. Il Licensing Act inglese del 1692, con il quale cade la censura preventiva, è una pietra miliare nella storia della libertà e il punto di partenza della libertà di stampa, che si sviluppa lentamente, svincolandosi a poco a poco dalle tasse, dalle censure eccetera.

    In Francia, invece, tutto si svolge nell'espace d'un matin. Rivoluzione francese e libertà di stampa diventano strettamente associate sull'Europa continentale nello scalzare il vecchio mondo dell'Ancien Regime. Tuttavia, rapidamente si pose il problema del controllo di un giornalismo che si era messo spesso alla testa dei movimenti di radicale rinnovamento. Nella vita dei due rivoluzionari per eccellenza dell'Ottocento europeo, in Marx ed in Elgels, possiamo osservare una parte importante della parabola ottocentesca. Marx si inserisce magnificamente e giovanissimo nella storia del giornalismo, sia collaborando freneticamente con la stampa dei gruppuscoli rivoluzionari sia dirigendo con l’aiuto di Engels uno dei più grandi fogli dell'epoca, la Neue Rheinische Zeitung, durante la breve rivoluzione liberale tedesca del 1848:  un imponente successo editoriale, ma un tremendo insuccesso economico. Abbandonato a mezza strada da azionisti spaventatissimi, Marx investì nell'impresa fino all'ultimo soldo suo e dell’aristocratica moglie, che prima del crollo finale immolò sul banco dei pegni perfino l'argenteria. Poi Marx collabora stabilmente, dal 1852 al 1862, con quello che era allora il giornale con la più alta tiratura del mondo: la New York Tribune, dove pubblica articoli che sono la sua unica e magrissima fonte di guadagno, spesso piccoli e documentatissimi saggi che corrispondono a investigazioni di grande pregio sui temi più spinosi della politica internazionale, vista in maniera del tutto diversa da quanto propagandavano le cancellerie europee, amanti del segreto e delle parate.

    Il solito Marx, da incurabile comunista, sospettava invece cospirazioni, intrallazzi e farabutti dappertutto. Come un investigatore specializzato nell'analisi delle fonti aperte, Marx sprofondava tra i manoscritti, i giornali, i libri del British Museum, e c'indovinava spesso, ad esempio nel caso esemplare di Herr Vogt: per via soprattutto deduttiva Marx giunse alla conclusione che Vogt non era quello stinco di santo che dava a credere, ma un doppiogiochista segretamente venduto a Napoleone III; sorpresa delle sorprese, quando molti anni dopo, ai tempi della Comune, i rivoluzionari repubblicani rovesciarono gli altarini e pubblicarono i documenti segreti dell'Imperatore, si scoprì che effettivamente l’emerito Vogt questi benedetti quattrini li aveva copiosamente intascati.

     Infine, Marx ed Engels vedono la nascita del giornalismo legato alla classe operaia, ovvero ai sindacati operai; giornalismo che fu criticato severamente da un incontentabile Engels come espressione di un tipo nuovo e specifico di conformismo, non rispetto ai potenti dell'economia, ma ai potenti della democrazia organizzata: partiti e sindacati. La grande stampa socialdemocratica gli sembrava caratterizzata da opportunismo, servilismo e altri fenomeni deteriori; profondamente deluso, esaltò fino alla fine gli anni radiosi della sua giovinezza, i tempi della Neue Rheinische Zeitung, quando "proprio come un vero artigliere, ogni articolo colpiva e scoppiava al pari di un proiettile".

     Insieme al rafforzamento della stampa del movimento operaio (anche in questo caso gli inglesi, i cartisti inglesi, erano stati gli antesignani), l'intervento di forti gruppi economici nel settore del giornalismo è già sensibile nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Le larghe alleanze editoriali, da Hearst negli Stati Uniti a Ullstein e Mosse in Germania, sono massicciamente presenti alla fine dell'Ottocento. L'emergenza determinante della inserzione pubblicitaria, la crescita dell’impiego finanziario, la cartellizzazione, sono aspetti importanti che insieme ad altri rendono progressivamente sempre più insidiosa la dipendenza e la perdita di autonomia di molti giornalisti.

    La situazione italiana è specifica sotto questo punto di vista in quanto i fenomeni che caratterizzano tutta la scena internazionale sono acuiti dalle strutture di un paese late comer nella strada dello sviluppo, anche sotto il profilo giornalistico. Prima del fascismo la situazione è talmente arretrata che, come è stato raccontato, durante la Prima guerra mondiale era possibile per le potenze straniere pensare ad un vassallaggio immediato e diretto della cosiddetta grande stampa italiana attraverso l'acquisto di alcune testate. Il piano dei servizi segreti del Kaiser mirava a determinare l'uscita italiana dalla guerra e a favorire una scelta di neutralità; anche la Francia era considerata in questo piano, ma l'Italia era vista come il paese più facilmente aggredibile sia dal punto di vista della maggiore corruzione sia dal punto di vista della maggiore fragilità di tutte le strutture pubbliche e private.

   Il paese dove il giornalismo è più libero è anche il paese dove gli interessi costituiti sono più forti. Secondo l'analisi di Ken Auletta, negli Stati Uniti l'information-entertainment business è ormai il primo settore industriale nelle esportazioni americane: inoltre, le notizie stanno diventando sempre più intrattenimento e l’intrattenimento è infarcito di notizie, secondo un modello che in Italia è stato portato ai massimi onori di ascolto da Striscia la notizia e che secondo alcuni era anche presente nella fortunata formula imposta da Paolo Mieli al Corriere della sera, diventato all’epoca, secondo alcuni, un giornale omnibus, un giornale rosa, un giornale melassa, che rimescolava tradizionali articoli per la classe dirigente con tradizionali tematiche dei giornali popolari.

    L'infotainment, la somma di informazione e intrattenimento, è un settore economicamente decisivo nella società americana. Questa situazione porta ad un peso sempre maggiore degli interessi costituiti, che in realtà da sempre sono stati addosso a tutte le strutture d’informazione. Basti pensare al caso di Walter Cronkite, decano del giornalismo americano e primo uomo-àncora televisivo, che per venti anni aveva concluso ogni volta le sue trasmissioni serali per la CBS News con l'affermazione And that's the way it is; nel 1980 al momento di andare in pensione se ne venne fuori in un’intervista con l’affermazione: My lips have been kind of buttoned for almost twenty years.

    Nella carta stampata americana, l’80 percento degli introiti vengono dalla pubblicità e soltanto il 20 per cento dagli acquirenti: il peso degli inserzionisti è ovviamente schiacciante: ne risentono pesantemente la proprietà e la direzione. Il problema della predilezione partitica è poi onnipresente e spesso schiacciante. Per disperazione, molti hanno teorizzato che questa sarebbe una maniera giusta di intendere la professione: il giornalista si mette al servizio di un proprietario omogeneo ai propri ideali politici e in questo senso rimane sia un fedele subordinato sia un libero pensatore.

    Secondo altri osservatori è soprattutto in corso un’involuzione popolare e una drammatica perdita di affidamento: una delle più forti ragioni della pesante caduta di fiducia nelle istituzioni democratiche,  in America dagli anni Sessanta, sarebbero i media (è un’opinione diffusa anche tra molti giornalisti americani). Gli assassinii di Kennedy e di Martin Luther King, il Vietnam e il Watergate, sono state le punte di un forte malessere della democrazia, in gran parte nato indipendentemente dai media, ma in parte alimentato dai media: l’atteggiamento sfiduciato della gente, anche nei confronti dei media, rispecchia questa situazione di complessiva disaffezione nei confronti di tutto il sistema.

     Nel 1998, durante lo scandalo Clinton-Lewinsky, il sexygate, una ricerca condotta dalla Princeton Survey Research Associates commissionata dal prestigioso Commettee of Concerned Journalists, giunse alla conclusione che la natura del giornalismo americano sembrava cambiare profondamente: la tradizionale, ferrea separazione dei fatti dalle opinioni, negli articoli apparsi in merito a quello scandalo sembrava drasticamente venuta meno, sia nei quotidiani, sia nei settimanali, sia nelle trasmissioni televisive. Secondo quella attenta ricerca, il culto del documento ineccepibile e della testimonianza di almeno due fonti conosciute e controllate, era stato travolto da una valanga di opinioni, commenti, interpretazioni, ipotesi, giudizi, pettegolezzi, fonti anonime, dettagli piccanti, scoop spesso smentiti nel giro di poche ore. Diventavano preminenti anche in sede di cronaca i modelli offerti da due parti del giornalismo, l'interpretative reportage e la punditry, che sono ben distinte sia dalla cronaca propriamente detta sia dal giornalismo investigativo.

    Ancora nel 1998, durante lo scandalo Clinton-Lewinsky, un sondaggio mostrò che la percentuale di americani che pensavano che il giornalismo si dovesse considerare ad un livello eticamente “alto” o “assai alto” era soltanto del 18 per cento, la stessa minima percentuale accredita agli avvocati (da tempo al vertice del disprezzo dell’americano medio). Venalità, cinismo, ignoranza, imprecisione, superficialità sono aspetti del giornalismo americano che vengono criticati aspramente. Interrogandosi sulle ragioni di questo rifiuto dell’opinione pubblica americana, James Fallows ha individuato soprattutto le responsabilità dei giornalisti sotto due profili: 1) la descrizione a fosche tinte della realtà: droga, criminalità, disastri ecologici, terrorismo, guerre eccetera; 2) la descrizione a fosche tinte degli esseri umani, perennemente rosi dall'ambizione e dall'avidità. Per diffidenza, per sfiducia, per avvilimento, il pubblico preferisce girare la testa che stare a sentire i giornalisti. Il disperato pessimismo che aleggia nei mezzi di comunicazione tradizionali, potrebbe essere mitigato secondo Fallows da un altro tipo di giornalismo, il public journalism, più distaccato, meno catastrofista, meno sensazionalista, più prudente e misurato. Proprio l'opposto dell'investigative journalism, o almeno di una maniera di intendere l’ investigative journalism. I casi della stagista Chandra Levy e del deputato Gary Condit hanno confermato ampiamente quelle analisi che mettono in rilievo come in parte il giornalismo americano sia diventato una specie di tritacarne, collettore di pettegolezzi, infamie, allusioni, particolari piccanti, spesso avidamente e acriticamente assorbiti dall’opinione pubblica.

    Secondo i critici, è evidente nel giornalismo americano la crescita del pettegolezzo, di analisi prive di contenuto e di mordente, l’abbandono di ogni idea di dovere professionale, la dipendenza economica. I giornalisti vengono a patti con i politici, con i pubblici ufficiali, con gli interessi commerciali e finanziari e il giornalismo addirittura non sarebbe più veramente investigativo. Il 47 per cento degli americani legge un giornale, ma in maniera sempre più diffidente; in un decennio, i telegiornali della sera hanno visto dimezzati dal 60 al 30 per cento gli indici d’ascolto. Time e Newsweek hanno sette volte più probabilità che venti anni prima di stampare una copertina simile a quella di un giornale popolare come People.  Le polemiche tra gli esperti in merito alle diverse maniere di intendere il giornalismo sono spesso roventi. Ad esempio, nel luglio 2001 la successione di Paul Gigot a Robert L. Bartley nella pagina degli editoriali del Wall Street Journal ha scatenato una fitta polemica con la Columbia Journalism Review, con la filosofia pubblica che pervade le università americane e con la cultura di sinistra che impera nel giornalismo e nelle scuole di giornalismo.

    Gli infortuni non sono mancati neanche nelle più blasonate testate giornalistiche. Basti pensare ai pretesi Diari di Hitler pubblicati incautamente da Newsweek e alla storia di Janet Cooke, pubblicata nel Washington Post a proposito dell’inesistente bimbo di 8 anni consumatore di eroina dall’età di cinque (questa storia inventata aveva ricevuto nientemeno il Premio Pulitzer). Molti giornali non vengono risparmiati a loro volta dagli strali dell’investigazione, come il Wall Street Journal, a proposito dell'inerzia o imperizia dimostrata nei confronti di alcuni disastri pachidermici nel mondo economico americano (Saving and Loans, junk bons, eccetera). Anche l'Economist è stato accusato di aver trascurato i fatti (il peccato capitale per un giornale), in relazione a previsioni poi amaramente smentite (ad esempio, una previsione sulla caduta del prezzo del petrolio, fatta poco prima di quella impennata dei prezzi che ancora oggi continua).

    Il giornalismo anglosassone è un modello, ma non esente da critiche e infortuni. Proprio il settore del giornalismo investigativo è costellato di incidenti legati alla fertile immaginazione di autori che hanno spesso inventato di sana pianta. Riportando una fitta serie di incidenti (a cominciare di quello clamoroso di un mensile nato con un investimento di 40 miliardi per fare le pulci ai giornalisti e poi accusato di avere inventato a sua volta), un giornale italiano cominciava scrivendo con malcelata soddisfazione: “Come nelle peggiori barzellette si carabinieri, anche nei giornali americani per fare un articolo bisogna essere in tre: uno che scrive, l’altro che controlla il giornalista, il terzo che lo smentisce o se può lo licenzia…”.

 

 

 5) ALCUNI EMINENTI PUNTI DI VISTA ITALIANI

    Con un’annotazione assai pessimistica si chiudeva nel 1994 sul Corriere della Sera la recensione al volume di un giornalista che riproponeva ai giornalisti italiani il modello del watchdog: "Anche se non si può dire che nel giornalismo italiano non manchino i cani, è quasi impossibile capire a che cosa fanno la guardia".

    Molti aspetti del contraddittorio sul giornalismo e sul giornalismo investigativo, sono presenti in Italia con la stessa asprezza degli Stati Uniti. Mentre è a tutti nota l’esistenza in Italia di una grande cultura giornalistica, di una grande tradizione e di grandi maestri, non mancano le osservazioni dolenti e critiche. Ad esempio, è stata spesso rivolta ai giornali l’accusa di superpersonalizzare e supersemplificare. Molto note alcune polemiche in proposito sollevate da Massimo D'Alema. Spesso si rimprovera al giornalismo italiano di essere troppo schierato, di essere non sufficientemente preparato, di dare eccessivo rilievo a notizie su ipotesi, reazioni a notizie, con eccessi di narcisismo, cultura autocentrata, eccetera. Programmi come quelli di Michele Santoro e tutta la tradizione televisiva del giornalismo d'inchiesta di sinistra, sono stati messi sotto accusa. Anche il giornalismo televisivo più brillante e più obiettivo è stato accusato di servire nascostamente fini politici. Nel settembre 2000 un ironico commento di Emanuele Pirella cominciava consigliando compresse di Prozac prima e dopo i telegiornali diretti da Enrico Mentana: “Una sera qualsiasi ecco il grandinare di disastri, carestie, morti che incombono sull’Italia. ‘Allarme rosso’ per il costo dei barili di petrolio. ‘Situazione molto difficile’. Potrà ‘soffocare l’economia’. E’ stata una ‘giornata al cardiopalma’ Perché tutto è aumentato. ‘Le bollette della luce, dell’acqua, del gas’. Anche per gli alberghi non si sa perché, ‘190.000 lire in più all’anno’. Aumenta il bollo auto, aumentano le tasse sugli automobilisti, amen. E subito dopo, c’è una ‘notizia inquietante’. Un uomo di 63 anni è morto vittima del morbo della mucca pazza. Si attendono le morti dei famigliari. E magari di quanti hanno mangiato carne negli ultimi tempi. L’incubazione va da cinque a quindici anni. Insomma, moriremo tutti.

    Ma ‘C’è un’altra pagina spinosa’. Concorso con rischio di truffa. Hanno aperto una busta di un concorso ufficiale. La solita Italia dei disastri, delle truffe, dei raccomandati. Oppure è la solita Italia della confusione, dei ministri incapaci. E per finire in bellezza? ‘Sta per arrivare una nuova ondata d’influenza. Metterà a letto cinque milioni di italiani.’ Forse si potrà fare qualcosa? Certamente sì. Il virus ci viene detto oggi, ai primi di settembre, dovrebbe arrivare a ottobre. E i cinque milioni saranno a letto per Natale. Era un’edizione ordinaria di Tg5. Ha raccontato un’Italia dove non si può continuare a vivere. A meno che non cambi tutto. Magari con un nuovo governo?”.

   Per dare una panoramica di opinioni illustri e memorabili relativamente ad alcuni problemi specificamente italiani, mi limito a riportare senza commento alcune considerazioni di capiscuola molto noti, che incarnano maniere diverse di intendere la professione e direttamente o indirettamente offrono prospettive importanti su quelli che dovrebbero essere contenuti, cautele, princìpi del giornalismo investigativo.

      A proposito di libertà, può essere utile ricordare quanto scriveva nel 1969 Montanelli nel suo diario: «Spadolini ed io andiamo d'accordo perché ci compensiamo: lui scrive pensando a Rumor e a Moro, io pensando al rag. Brambilla e al cav. Rossi. Così il Corriere concilia autorevolezza e popolarità». Scriveva ancora nel 1970: «Arrivati i rendiconti dei miei diritti d'autore: 28 milioni nell'ultimo semestre. Supero dunque i 50 milioni annui... Credo di essere l'autore italiano che più guadagna, anche perché sono l'unico che questa cifra la guadagna ogni anno, e senza l'aiuto dei premi letterari. Non ne sono contento per il denaro, di cui non so che farmi e che serve solo per pagare i capricci di Colette (ne ha tanti!). Ne sono contento, anzi felice, per il mio «status» di autore stipendiato unicamente dal pubblico. C'è chi vive di partito. C'è chi vive di Eni. C'è chi vive di Agnelli, o di Perrone, o di Crespi. Io vivo di lettori. I lettori non m'impegnano altra servitù che la sincerità: l'unica che non pesi».

    A proposito dei rapporti tra magistratura e giornalismo investigativo, Curzio Maltese ha sostenuto nel settembre 1996 che lamentarsi per l'assenza di grandi inchieste del tipo di quella celebre su Capitale corrotta, nazione infetta, sarebbe lo stesso che lamentarsi per l'assenza di film come La Dolce Vita o di romanzi come Il Gattopardo. Le grandi ciambelle col buco riescono soltanto una volta ogni tanto. Invece a suo parere la stampa e la magistratura insieme patiscono la responsabilità della liquidazione di un vecchio assetto di potere, scontando un eccesso di protagonismo e tutte le difficoltà connesse alla necessità di rientrare nei ranghi. Concludeva: "Tutti a descrivere i vizi dell'infame corporazione dei giornalisti, che divide la scena con l'altra vil razza dei magistrati. E mai una parola su altre importanti professioni: medici, insegnanti, burocrati, avvocati, commercialisti, architetti, sindacalisti. Dove pure la quota di cialtroni, raccomandati e fanatici è altrettanto cospicua e non meno nociva. Basta vedere come funzionano in Italia la sanità, la scuola, gli uffici, eccetera".

   Indicando acutamente che ci sono campi poco visitati eppure molto importanti per il giornalismo investigativo, Alberto Ronchey nel dicembre 1999 ha scritto: "le cronache, nell'imbarazzo d'ogni scelta e indotte a semplificare, inseguono i detti e contraddetti della politica spettacolo invece che perseguire assidue e approfondite indagini su questioni d'interesse generale. Anzitutto, per esempio, il dissesto idrogeologico dell'Italia delle frane come a Sarno, la costosa e inefficiente sanità pubblica, l'intricato contenzioso pensionistico, i disservizi postali e bancari, le obsolete infrastrutture civili e i turbolenti trasporti pubblici. Così per semplificare aggirando gli ostacoli dell'inchiesta e della comunicazione, ecco tutte le luci sugli attori politici, a volte con piaggeria e a volte in cerca di rughe scavando anche sul cerone. Ma penombra sui problemi essenziali, proprio quelli che più da vicino dovrebbero interessare la gente".

     Infine, intervenendo su temi americani ma di grande attualità anche in italia, Vittorio Zucconi nel gennaio 1997 ha svolto un ragionamento di carattere generale che riguarda in generale cambiamenti che si sono verificati in tutti i paesi democratici. Zucconi ricorda le conclusioni impressionanti di uno studio condotto da Accuracy in the Media: "Peccato che il 90 % delle accuse che fanno notizia e tengono banco sui media per qualche giorno si rivelino infondate e si dissolvano nella grande cloaca delle reputazioni inquinate e delle vite avvelenate….Le accuse fanno scrivere bei pezzi. Le difese fanno sbadigliare. Le accuse sono sexy, divertenti, fantasiose, eccitanti, scandalose. Le difese sono noiose, scontate, rituali, cavillose. Accusare è facilissimo. Difendersi è difficilissimo. La prepotenza dell'accusa sulla difesa è ormai schiacciante…In questo classico, infernale meccanismo giornalistico, si è innestato un ingranaggio nuovo, che ha rafforzato la tendenza a prediligere l'accusatore sul difensore….La complicità con l'accusato è diventata la complicità con l'accusatore. Per farci perdonare i lunghi anni di servitù al potere politico, economico, sessuale, noi giornalisti ci siamo buttati dalla parte degli accusatori, delle accusatrici, di chiunque si alzi a denunciare….".

 

 

6) IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO E I SUOI RISCHI MORTALI

       La storia del giornalismo investigativo in Italia è assai complessa e non si esaurisce nella lunga lista dei giornalisti uccisi, qui ricordati con deferenza e con riconoscenza, da De Mauro a Fava, da Peppino Impastato a Mauro Rostagno. Non sono tutta la storia del giornalismo investigativo italiano, ma sono una pagina indimenticabile. Anche fuori d’Italia, molti giornalisti italiani, da Ilaria Alpi ad Antonio Russo, sono morti facendo coraggiosamente il loro lavoro.

   Il vero giornalismo investigativo quasi inevitabilmente finisce (o comincia) col dare fastidio a qualcuno. In questo senso tra destra e sinistra ci sono differenze ideologiche importanti, ma che spesso non sono discriminanti: il vero giornalismo investigativo non è di destra né di sinistra. Da un certo punto di vista, è stato sostenuto che il giornalismo investigativo di sinistra per decenni ha subito la frustrazione di pubblicare denunce inascoltate; da un altro punto di vista, è stato sostenuto che negli anni novanta la destra si è impegnata nel giornalismo investigativo forse più della sinistra, proprio perché esclusa dalla costituzione materiale della Repubblica (nella quale la sinistra era all'opposizione, ma in un sistema consociativo e nel quale comunque tutto il settore della cultura era egemonicamente controllato dalla sinistra).

    Ancora nel caso recente della “Missione Arcobaleno” (ricostruita e raccontata assai criticamente da un fronte composito, che andava da Panorama a Striscia la notizia), Eugenio Scalfari ha svolto un'argomentazione che sembrava volesse presentare quelle ricostruzioni come un premeditato attacco al governo, non vero giornalismo, e concludeva: "questo modo di fare informazione mi fa spesso vergognare del mio mestiere". Osservazioni che ovviamente hanno suscitato i commenti sdegnati degli interessati, ma che sono state spesso ripetute, ad esempio a proposito di quanti, a destra dello schieramento politico, hanno vivacemente sottolineato l’impressionante presenza di giornalisti nei fascicoli dell’affare Mitrokhin.

    Secondo i giornalisti di destra, molti giornalisti di sinistra (a parte i finanziamenti veri e propri, citati espressamente nei fascicoli di Mitrokhin), hanno quanto meno civettato con il diavolo sovietico e si sono prestati a farsi “coltivare”, raccontando in cambio una versione all’acqua di rose del sistema sovietico. Viene osservato: senza farsi impressionare da descrizioni agghiaccianti come quelle di Solgenitzin, vari giornalisti per tanti, troppi anni hanno raccontato favole sull’URSS, molto simili a quelle raccontate dal PCI per tanti, troppi anni – pur ostentando grande severità con democristiani e socialisti. Il punto non è da poco: secondo i berlusconiani di stretta osservanza, il rapporto fiduciario con l’URSS di una parte della sinistra italiana è la vera origine di Tangentopoli.

    Ad ogni modo, a parte l’impegno della stampa di destra nel denunciare molti aspetti “di regime” della società italiana, in una tradizione rappresentata oggi benissimo da Vittorio Feltri, pare proprio che le inchieste giornalistiche più incisive siano state patrimonio di quella cultura italiana che non si rassegnava agli equilibri ipocriti di un sistema consociativo. Non era questione di fare indagini impossibili, ma di eroico coraggio civile; buona parte dell’investigazione sulla mafia, ad esempio, è stato condotta da persone che svolgevano la funzione di denuncia e di indagine senza avere neanche la patente di giornalista. Basti pensare a Peppino Impastato e a Mauro Rostagno, più di recente, oppure ai romanzi di Sciascia o a quel processo su una denuncia di mafiosità svolto nel 1965 a carico di Danilo Dolci (tra l’altro, regolarmente condannato). Come raccontato nel libro di Luciano Mirone, Gli insabbiati, su molti dei giornalisti uccisi sul lavoro e poi in un certo senso dimenticati c'è il sospetto di gravi complicità nel sistema dei poteri istituzionali. Giornalisti scomodi, dunque uccisi.

   Qui ritorna il tema dell'eccezionalismo italiano. L'Italia sarebbe un paese simile ad altri paesi non democratici, con i quali dal punto di vista storico, geografico, economico ha invece assai poco da spartire? In effetti su molte uccisioni di giornalisti c’è una vicenda giudiziaria che continua ancora, in maniera spesso tortuosa e che sembra non effettivamente conclusa – anche quando gli autori materiali sono stati presi e condannati. Uno degli assassini di Giuseppe Fava, ucciso nel 1984, è entrato e uscito dal carcere nel 2001 per decorrenza di custodia cautelare, risuscitando polemiche a proposito dei mandanti; gli assassini di Mario Francese sono stati condannati dopo 22 anni di indagini, mentre il figlio ricorda amaramente sia i rapporti di imprenditori mafiosi con giornalisti ed editori (prima dell’omicidio del padre), sia la mancanza di impegno investigativo dei colleghi giornalisti (dopo l’omicidio del padre).

   Esemplare il caso relativo all'omicidio del “giornalista” del Mattino Giancarlo Siani, ucciso davanti casa sua al Vomero, a Napoli, nel 1985. Nel 2001 è stato arrestato, dai Carabinieri del Comando provinciale di Napoli, l'assassino di Siani: era latitante da lungo tempo, condannato a 29 anni di reclusione. Poco dopo la Dia di Napoli ha arrestato un capo della camorra, ricercato fra l'altro per l'omicidio Siani. Secondo la pronuncia della Cassazione, Giancarlo Siani sarebbe stato «giustiziato» perché avrebbe scritto di un tradimento all’interno di un clan. Secondo la ricostruzione di Antonio Franchini c’è nel caso Siani un interrogativo di fondo sulla maniera di fare il giornalista, in parti d’Italia dove impera il motto “non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, come regola aurea per sopravvivere – regola che non sarebbe ignota anche a quanti hanno responsabilità rilevanti negli organi d’informazione.

 

7) L’INVESTIGAZIONE NEL SOVRACCARICO DELLE INFORMAZIONI

 

    Oggi viviamo una trasformazione straordinaria che mette al suo centro l'informazione e la conoscenza, ma in un processo tumultuoso e accelerato, quale non si era mai visto nella storia umana. Sarebbe il secondo diluvio universale: il primo d’acqua; il secondo di informazioni, senza che stavolta ci sia una voce autorevole a decidere che cosa salvare sull’arca. Per misurare l’ordine di grandezza dei cambiamenti in corso, alcuni sollevano un confronto con l'influsso della scoperta della tipografia sulla deflagrazione della Riforma protestante.

   Le conseguenze sul giornalismo investigativo sono state colte esattamente da Indro Montanelli, che ha svolto un confronto tra il tempo presente e il lontano passato in cui aveva iniziato la professione di giornalista. Cinquant’anni fa, egli dice, il giornalista era il veicolo delle notizie, ora è soprattutto l’interprete: “Non solo quando fa il commentatore. Anche quando fa il cronista. La mole di informazioni è tale che la scelta già implica un giudizio (di opportunità e di valore). Questa è la prima cosa da dire, e forse la più importante”.

   Più in generale, pessimisti come Giovanni Sartori hanno paventato il pericolo che la videopolitica conduca ad una cultura della frammentazione e della stramberia, dunque ad una democrazia demagogica, protestataria, populista. Pessimisti di scuola diversa, come Pierre Bourdieu, hanno lanciato invettive contro i “signori dei mass media”, che trattano la cultura come pura merce secondo la regola del massimo profitto a breve termine, imponendo una logica mercantile nei settori dell’arte, della scienza, della letteratura, del cinema, del teatro, del museo.

     Franco Ferrarotti ha sottolineato che il passaggio dalla modalità analogica (un flusso continuo di informazioni) alla digitalizzazione dei processi comunicativi implica la possibilità di modificare, cambiare, manipolare, plasmare un dato all'infinito. Nel cyberspazio ognuno può diventare cyber, cioè "timoniere", dunque autore e produttore di notizie, navigatore solitario nel diluvio informazionale. Interattività e multimedialità segnano il passaggio dai mass media al personal medium, ma all'insegna di una generale destrutturazione e reinvenzione della realtà, ad opera sia dei media moguls sia degli stessi utenti individuali. In generale, sembra di poter prevedere sia una nuova confusione babelica delle informazioni, sia l’emergere di un consumo più sofisticato ed esigente, che richiederà un tipo di giornalismo molto qualificato, approfondito, concorrenziale in un mercato che offrirà una caterva di notizie e di opinioni. Insieme ad un pubblico genericamente rintronato, crescerà un consumatore con un alto livello di conoscenza settoriale: il giornalismo investigativo diventa dunque sempre più specializzato e attentamente valutato.

     Gli ottimisti come Pierre Lévi sostengono che "Auschwitz sarebbe stato impossibile in una società dove il 25% dei cittadini è connesso alla Rete"; mentre Elie Wiesel sostiene che "se Hitler avesse avuto la Rete, Mein Kampf avrebbe raggiunto tutti gli angoli del mondo". Ad ogni modo pare certo che siamo sull’uscio di un nuovo tipo di democrazia, basata sulla possibilità di ognuno di produrre o controllare le informazioni, con una grande circolazione di notizie e in conclusione  una sorta di campagna elettorale permanente.

   In particolare, la carta stampata sembra se non scavalcata almeno trasfigurata dai nuovi mezzi elettronici. Esemplare il caso di Carl Bernstein (che con Bob Woodward condusse l’inchiesta sul Watergate). Dopo essere stato un protagonista della tv su una delle reti americane più importanti, Carl Bernstein ha deciso di dirigere l'informazione di Voter.com, un sito di notizie politiche. Il fondatore del sito ha spiegato di aver scelto l'ex cronista del Washington Post proprio per il suo passato nel giornalismo investigativo e per l’inclinazione all’avventura nei diversi settori: "Bernstein è uno dei pochi professionisti dell'informazione ad aver lavorato in ogni medium: quotidiani, riviste, televisione, libri e, adesso, la Rete". Bernstein a sua volta ha sottolineato l’importanza del suo passato nel giornalismo investigativo: "Sulla Rete c'è il potenziale per sviluppare nuove fonti d'informazione che non trovano spazio nei grandi media e in quegli organi d'informazione che sono più interessati al sensazionalismo".
   Molti hanno sommato queste dichiarazioni a quelle di un altro importante protagonista del giornalismo investigativo, Hugh Downs: "Quando ho cominciato a lavorare alla radio, sessant'anni fa, la tv non esisteva quasi e nessuno avrebbe, allora, scommesso su un suo boom. Ora ho esattamente la stessa sensazione, la tv è destinata a cedere il passo a Internet. Anche se adesso ci sembra fantascienza, il mercato ha già capito da che parte tira il vento. E io non voglio restare indietro". Il matrimonio tra America on Line e il gruppo Time-Warner è stato interpretato come il simbolo delle imponenti nuove forme di concentrazione nell’ambito della nuova interattività. Giornalisti come Matt Drudge e Rush Limbaugh sono i simboli del modo  nuovo di usare le nuove risorse tecnologiche: il Drude Report Web ha conquistato 240 milioni di hits nel 1999.
   A parte la diversità delle interpretazioni, la Rete offre una possibilità praticamente sterminata di informazione capillare in tempo reale: grazie alla semplicità delle apparecchiature richieste, a fronte delle ben diverse e ponderose attrezzature della stampa e della tv, il giornalista on line è libero di intervenire ovunque nel mondo, su qualunque avvenimento.   

   Il web inoltre favorisce l'informazione specializzata, offerta da siti che selezionano soltanto un certo tipo di notizie, su soltanto un determinato ambito, tralasciando tutto il resto. Questa informazione parcellizzata, così diversa da quella offerta dai grandi giornali generalisti, in un certo senso è stata interpretata come la fine annunciata dell'informazione tradizionale.  

     Tra i figli di Gutenberg e i figli di Internet c'è di mezzo l'industria culturale, che secondo una definizione classica produce tutto meno che cultura: è innanzitutto di-vertissement, evasione. Superficialità, passatempo, opinioni, personalizzazione, pettegolezzi rischiano di spadroneggiare sull’improbo e rischioso lavoro dell’investigazione. L’informazione rischia di diventare il grande ipermercato dove tutte le verità, le ipotesi, i fatti si sovrappongono, si inseguono e si confondono. Siamo spaesati e anche sopraffatti, come clienti abituati alla bottega e improvvisamente scaraventati dentro giganteschi ipermercati, dove ci aggiriamo tentando di raccapezzarci tra chilometri di marche e contromarche, cartellini e cartelloni, prezzi e quantità, svendite e superofferte. L’ipertrofia di un'informazione che spesso siamo incapaci di razionalizzare, dominare, digerire porta a parlare di information overload (R. M. Lossee) e di information anxiety; Saul Wurman ha magnificamente descritto la serie abituale, inesorabile, sterminata di incidenti e catastrofi che ci viene comunicata quotidianamente dai media: “la violenta tappezzeria della nostra vita”, lo sfondo e l’orizzonte della nostra scombinata intimità domestica.     

     Il senso forte di una svolta epocale è stato descritto incisivamente e allegoricamente da Peter Weir in The Truman Show: i media alterano la percezione della realtà; siamo costantemente assediati e ingannati dalle immagini; è la prima volta nella storia dell'umanità che si assiste ad una tale trasformazione del tessuto connettivo del nostro pensiero sulla realtà.           

    Le interpretazioni apocalittiche e quelle ottimistiche si misurano da lungo tempo a proposito dei mezzi di comunicazione di massa; anche in questa nuova fase e anche a proposito del giornalismo investigativo le due fazioni non sono a corto di argomenti. Con certezza non può essere sottostimato il potenziale liberatorio, emancipativi, evolutivo dei nuovi mezzi comunicativi ed espressivi. Ad esempio, è stato osservato che, anche se il sovraccarico delle informazioni riduce la possibilità di formarsi una libera opinione, lo spirito critico non sfugge alla sua indomita lotta contro le forme di filtraggio e dogana. Sono circa venti gli Stati che tentano in qualche modo di controllare quanto avviene sulla Rete. Ma la censura si mantiene malamente al passo con i nuovi tempi dell’informatica.

    La Cina nel 1996 tentò di essere all'avanguardia nel tentativo di controllare questi nuovi tempi. Poiché, all'epoca della rivolta di Tien An Men, la Rete aveva offerto una grande possibilità di fare conoscere al mondo cosa avveniva a Pechino e poiché anche la resistenza tibetana aveva cominciato a utilizzare questo strumento di controinformazione, fu realizzato il primo filtro telematico in grado di bloccare le richieste di informazione non gradita (una specie di Grande Muraglia attorno soprattutto ad un gran numero di siti occidentali). Anche altri paesi asiatici, in prima linea la dissenziofobica Singapore, hanno sperimentato mezzi di contenimento della forza liberatoria della Rete (ad esempio, facendo registrare presso la polizia ogni utenza; prevedendo il carcere per l'accesso ad alcune tipologie di sito, eccetera), ma il tentativo della società di Stato che smista tutto il traffico internet era il primo intervento in grande stile. A distanza di qualche anno pare che la Cina stia perdendo questa battaglia: la cyber-revolution sta minando le fondamenta del suo controllo politico e poliziesco. In Cina i cyber-cafes si moltiplicano e il numero degli utenti di Internet si è innalzato da 4 milioni a più di 30 milioni, con un impatto di crescita che raddoppia ogni sei mesi. A dispetto di ogni controllo, Internet comunque sta cambiando la Cina in molti modi.

 

 

8) MAGISTRATURA, POLITICA, GIORNALISMO

 

   Il problema dei rapporti tra politici, magistrati, giornalisti dovrebbe essere descritto compiutamente all’interno di una teoria dei processi di modernizzazione e di secolarizzazione, che qui possiamo soltanto brevemente abbozzare nei termini classici dello sviluppo di controlli reciproci e di una divisione dei poteri. Magistrati, politici, giornalisti, svolgono ruoli diversi, ma limitrofi e inevitabilmente destinati a sconfinare. Nel caso dell’Italia la confusione dei ruoli è evidente, tanto è vero che spesso magistrati e giornalisti diventano politici di professione.

   In principio le differenze sono però evidenti e nette: nel caso dei magistrati e dei politici, ad esempio, secondo una interpretazione classica l’etica del magistrato obbedisce chiaramente ad una logica formale dei fini ultimi e dei valori ultimi; il politico preliminarmente obbedisce invece ad una valutazione della razionalità dei mezzi e ad una valutazione della responsabilità delle conseguenze. Questo risponde soprattutto all’elettorato; quello risponde soprattutto alle leggi o ad organismi rappresentativi di categoria. Il giornalista partecipa del mondo degli uni e degli altri, con la differenza che deve rispondere a molti, forse troppi: l’editore, il direttore, i lettori, i colleghi, eccetera. Spesso l’inquisito gioca il giornalista contro il giudice; a sua volta il giudice gioca il giornalista contro l’inquisito; come se ci fosse un duello tra il giudice e l’inquisito, nel quale il giornalista è una sorta di ulteriore istanza, in parte arbitro in parte complice.

    Il giornalismo investigativo è sottoposto sempre al pericolo di un’ambiguità che deforma la natura originaria del modello: una parte del giornalismo investigativo a volte appare confezionata non per fini di pubblica utilità, ma come arma per colpire gli avversari. Negli Stati Uniti si osserva talvolta che invece di Watchdog si dovrebbe parlare di attack dog; a proposito della Francia è stato osservato: “Ciò che viene eufemisticamente chiamato giornalismo d’inchiesta spesso non è altro che giornalismo di delazione”.

   Una differenza di fondo può essere colta attraverso un confronto tra paesi anglosassoni e paesi latini. Mentre il sistema inquisitorio vuole conoscere la Verità, quello accusatorio vuole conoscere soltanto un determinato tipo di prove, raccolte in un modo inappuntabile e sottoposte ad un pubblico contraddittorio, dove è in discussione non la verità vera ma soltanto la verità di un’accusa specifica. Il sistema accusatorio vuole conoscere una verità procedurale e convenzionale, non reclama di conoscere tutta la verità (come pretende il sistema inquisitorio).   

     Esemplare il contrasto tra il dispositivo nel sistema inquisitorio e il verdetto nel sistema accusatorio, dove non c’è motivazione della decisione, ma soltanto un sì o un no. Per complessi motivi storici e culturali, nei paesi anglosassoni c’è in un certo senso più investigazione nei giornali che nei processi, mentre in paesi come l’Italia c’è più investigazione negli uffici giudiziari che sui giornali (tanto è vero che i giornali spesso vanno a rimorchio dei magistrati). Negli Stati Uniti al contrario i giornali sono preminenti rispetto alle aule giudiziarie, sia prima che dopo il processo.

   La subalternità della stampa rispetto alla magistratura appare spesso indubbia in Italia e in Francia. In proposito della Francia ha detto chiaramente Garapon: i media non si accontentano più di riferire ciò che fanno i magistrati, criticandoli quando è necessario, ma ne copiano i metodi, partecipando attivamente alle indagini. Nel migliore dei casi “l’inchiesta giornalistica affianca il lavoro dei giudici: giudici e giornalisti lavorano insieme nell’interesse superiore della verità”.

    Il circuito mediatico giudiziario è stato denunciato da molti, che hanno al contrario sottolineato un punto rilevante: il giornalismo troppo legato alla magistratura sarebbe la conseguenza della incapacità di essere un servizio e un mestiere. A sottolineare la differenza netta tra modi diversi di intendere la professione si può ricordare una tesi di Eugenio Scalari: "la verità non c'è. Sono cinquant'anni che cerco di convertire gli altri alla mia verità. Il contributo che un giornalista può dare alla verità è di essere faziosamente onesto. Enunciare sempre, non soltanto col primo editoriale ma tutti i giorni, il punto di vista da cui si guarda, di cui nessuno può fingersi sprovvisto, perché non è pensabile uno sguardo che non parta da un punto e uno solo dello spazio. Chi occulta quel punto di vista, e purtroppo lo fanno i giornali di tutto il mondo, vi fa credere di essere onnipotente e onnisciente. Vi vende una cosa che non esiste".

     Questa impostazione è diametralmente opposta al teorema centrale della tradizione americana del giornalismo investigativo: una credenza granitica nei fatti, secondo quella celebre definizione enunciata dal Wall Street Journal: "Noi crediamo che i fatti siano fatti…crediamo perciò che si possa giungere alla verità sovrapponendo fatti a fatti, proprio come nella costruzione delle cattedrali". Questo richiamo ai fatti piuttosto che alla verità è tipico del giornalismo anglosassone: celebre la definizione di Cronkite: la verità è troppo importante, teniamoci ai fatti.

    In conclusione sul tema si può osservare quanto nella concezione anglosassone sia difficile e complessa la strada del giornalismo investigativo, destinato ad una raccolta o ad una scoperta molto laboriosa (e spesso ingrata) di fatti scomodi. In Italia molti giornalisti impegnati nelle investigazioni più scottanti lamentano di doversi confrontare non soltanto con un pubblico indifferente od ostile, ma anche con una diffusa ignoranza dei colleghi più autorevoli, derivante dalla materia stessa dell’analisi: a conclusione di una ricerca i fatti ricostruiti urtano non soltanto con le verità ufficiali, ma innanzitutto con la inadeguata conoscenza degli altri, che spesso costituiscono il primo ostacolo da superare.

   La disciplina giuridica di aspetti importanti del giornalismo investigativo è complessa e in evoluzione. Si segnala in particolare che sono oggetto di riflessione le conseguenze dell’art. 6 del codice etico dei magistrati: “Fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni e interviste ai giornali e ad altri mezzi di comunicazione di massa”. Inoltre, a proposito dei rapporti tra tutela della persona e libertà di stampa, è oggetto di riflessione il crescente ricorso ai procedimenti civili per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, con richieste miliardarie.

   Da  una parte si sottolinea che su temi altamente sensibili, come la lotta alla mafia, la piena libertà d’informazione e di opinione è indispensabile per individuare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurano delle responsabilità politiche e morali; dall’altro si osserva che proprio perché, su temi altamente sensibili le responsabilità politiche e morali mettono radicalmente in questione l’onore e la dignità della persona, non si può permettere un clima di intimidazione basato su affermazioni tanto gravi quanto generiche.

 

 

9) LA NUOVA FASE ITALIANA 

   In Italia la definizione di ciò che è o non è giornalismo investigativo, rimane oggetto di discussioni di vario tipo. Secondo alcuni, un giornalismo investigativo in senso stretto non c’è mai stato. Secondo altri, invece, il giornalismo investigativo, inteso in un senso diverso e soprattutto più ampio, ha giocato un grande ruolo, ad esempio sia per preparare Mani Pulite, sia nel correggere gli eccessi di Mani Pulite (ovviamente i protagonisti nei due periodi sono ben diversi).

    In un arco di opinioni molto differenti politicamente e ideologicamente, sottolineo quelli che mi sembrano i due estremi (che non sono propriamente due estremismi, ma soltanto le due ipotesi più distanti). Giuliano Ferrara ha difeso in particolare tesi accomodanti in merito ai rapporti tra le forze politiche, con ovvie conseguenze a proposito del giornalismo. Egli ha sottolineato sia l’esistenza di una degenerazione nella vita pubblica e nei giornali; sia la necessità di andare oltre questa fase.

    In particolare, Ferrara ha scritto già nel 1998 che i giornali italiani sono cambiati nel corso degli anni novanta e che sarebbe nata una generazione giornalistica “nerboruta e intollerante…nuovi picchiatori…”. Ferrara scrive di non avere nessuna nostalgia “dell’epoca in cui la lobby corporativa dei giornalisti pretendeva di esimersi dai conflitti, di estraniarsi dagli obblighi della politica, di fornire expertise al di sopra di ogni sospetto”, tuttavia denuncia “la degenerazione della vita pubblica italiana, un fenomeno che avvertiamo impercettibilmente da anni, che percorre tutto questo decennio, che è diventato come una seconda pelle anche per chi ne sia immune in linea di principio. I Tabucchi, i Maltese e i Deaglio non metterebbero i guantoni, non ridicolizzerebbero i loro stessi argomenti con modi polemici primitivi, se non fossimo diventati a furia di processi e di intimidazioni un Paese che ha sostituito la carta bollata alla carta stampata, mescolando impuramente le tecniche dell’una e dell’altra, mettendo in opera un totale disconoscimento di valori rispetto all’interlocutore del momento nella politica, nella società civile, nella cultura”. In seguito, questo punto di vista è stato ribadito e aggiornato soprattutto in occasione della campagna elettorale del 2001. A marzo 2001 un gruppo di giornalisti guidati da Paolo Mieli avevano pubblicato un appello contro la faziosità politica; dopo le elezioni si sono moltiplicati gli inviti a trovare compromessi, rimuovere le faziosità ideologiche, per consentire l’avvio di quel ciclo riformatore e liberale di cui il paese ha urgente bisogno.

   Inoltre, con un’annotazione assai rilevante a proposito della maniera ragionevole di fare investigazione, dopo una serie di episodi riferiti in maniera acritica dai giornali (come il caso del professore che simulava di essere stato perseguitato in quanto ebreo), Ferrara ha denunciato l’inclinazione ricorrente dei giornalisti (in Italia, soprattutto) a dare credito a mitomani: “Sputtanare il mestiere del giornalismo non è difficile, non bisogna nemmeno mettersi d’impegno, basta appunto registrare senza ironie le mitomanie correnti”.

   Infine, Ferrara ha difeso un punto di vista contrario ai processi in piazza e sui giornali e ha raccomandato un obbligo di riservatezza delle strutture dello Stato, a cominciare dalla magistratura. In questa prospettiva su Il Foglio è stata raccontata copiosamente la vicenda della causa Perna c. Italia, discussa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo il 25 luglio 2001. Chiamata ad esprimersi in merito alla condanna inflitta dalle corti italiane al giornalista Giancarlo Perna e ad una pretesa violazione degli articoli della Convenzione sui diritti dell’uomo che si riferiscono al giusto processo e al diritto d’espressione, nella sua decisione la Corte europea ha ribadito le differenze tra i ruoli della magistratura, della politica, della stampa. In particolare, dopo aver osservato che una militanza politica attiva di un magistrato può intaccare la fiducia dei cittadini, la Corte osserva: “…Con un simile comportamento, un magistrato si espone inevitabilmente alle critiche della stampa, per la quale l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura possono a buon diritto costituire una preoccupazione d’interesse generale…La libertà giornalistica comprende il possibile ricorso ad una certa dose di esagerazione, o anche di provocazione…Occorre vegliare affinché le sanzioni adottate nei confronti della stampa siano rigorosamente proporzionate e che le affermazioni su cui si basano abbiano effettivamente oltrepassato i limiti della facoltà di critica ammissibile”.

   All’altro estremo rispetto a Giuliano Ferrara ci sono invece proprio i giornalisti messi sotto accusa. Molti hanno parlato di un’Italia lobotomizzata, di una società del ricatto, eccetera, e alle accuse di far parte di un circuito mediatico giudiziario replicano sottolineando l’esistenza di un circuito mediatico delinquenziale, in quanto i grandi editori italiani sono di fatto super inquisiti. In questa prospettiva risulterebbe in Italia oggi poco praticabile una parte almeno del giornalismo investigativo: la parte che dà fastidio a quei potenti che, pur collocati su differenti sponde politiche, sono accomunati da una identica metodologia.

     Da questo punto di vista sono interessanti alcune dichiarazioni di Elio Veltri: <<Molti documenti per il libro L'odore dei soldi li ho avuti attraverso la Commissione antimafia. Se il presidente dell'antimafia Giuseppe Lumia avesse saputo che quei documenti mi servivano per un libro non li avrei mai avuti. Non a caso ha rifiutato di partecipare alla presentazione a Roma. So che quando si venne a sapere della relazione di Giuffrida e dei suoi contenuti, nel centrosinistra arrivò l'ordine perentorio di non occuparsi di queste cose. Durante la Bicamerale c'è stata una solidarietà di fondo con il Cavaliere. Io ero relatore per la commissione sui conflitti d'interessi. Appena feci la mia proposta basata sulla tesi dell'ineleggibilità, il presidente Violante, dopo un'intervista di Berlusconi, tolse il tema all'anticorruzione per darlo alla Affari costituzionali della Iervolino. Relatore diventò Frattini di Forza Italia e la Iervolino fu poi ministro dell'Interno...>>.

   Osservazioni di questo tipo sono ricorrenti. Ferdinando Imposimato ha sottolineato ad esempio che una parte della sinistra “chiude un occhio o tutti e due quando è coinvolta negli affari sporchi come la TAV o la terza corsia. Dei quali nessuno parla perché parte di quei soldi finiscono ai gruppi che controllano i maggiori giornali italiani”.

    Anche i magistrati impegnati nelle inchieste più pericolose si sono pronunciati in termini in equivoci. In una intervista  del marzo 2001, il magistrato palermitano Antonio Ingroia ha affermato che “L’ondata emotiva che è seguita alle stragi di Capaci e via D’Amelio si è consumata nell’indifferenze dei legislatori, della società civile e dell’informazione. Non è compito di un magistrato occuparsi di politica, ma non esiste una ‘politica neutrale’, credo sia mio dovere denunciare…In questo paese stiamo assistendo agli anni della distrazione… L’informazione si occupa di mafia soltanto davanti ai cadaveri ancora caldi…”

    Un confronto con la stampa estera è per concludere inevitabile. Infatti, è arcinoto che la più prestigiosa ed autorevole stampa estera in un determinato momento ha dato un’immagine dell’Italia talmente diversa da quanto facevano i giornali italiani da indurre il senatore Agnelli ad affermare che “l’Italia non è una Repubblica delle banane”, tentando con questa affermazione di rovesciare quella che gli sembrava l’immagine in quel momento all’estero più diffusa. In effetti più volte si misura una distanza sorprendente tra l’immagine dell’Italia offerta dai giornali italiani e l’immagine offerta dai giornali stranieri. Anche in occasione delle manifestazioni di Genova per il G8, che hanno suscitato commenti assai negativi di giornali come il Financial Times e il Wall Street Journal, uno sperimentato chiosatore della stampa italiana, Massimo D’Alema, ha scritto di “aver dovuto leggere sui giornali spagnoli e tedeschi le cronache di quello che è successo a Genova. Non vorrei che questo fosse il segnale inquietante della mancanza di libertà dell’informazione”. In effetti i commenti sono stati non propriamente positivi. Die Zeit ha parlato di “una miscela di incapacità e violenza barbara delle forze dell’ordine”, e parole simili sono state usate da Le Monde, Der Spiegel, e vari altri.

   A parte la molteplicità dei punti di vista, un punto rimane pacifico per tutti: un giornalismo investigativo imparziale, documentato, responsabile, in grado di scoprire o riscoprire aspetti ignorati della nostra realtà, è garanzia e ingrediente indispensabile di una democrazia.

Francesco Sidoti

 

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