Francesco Sidoti
Che cosa è il giornalismo investigativo?
(Relazione presentata al convegno Sicurezza e informazione. Il giornalismo investigativo in Italia: passato e prospettive, che si è svolto a L’Aquila, 3-4-5- ottobre 2001, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, ospitato presso la Scuola Sottufficiali Guardia di Finanza, nell’ambito delle attività connesse con la nascita del Corso di laurea in Scienze dell'investigazione. Agli invitati è stato consegnato questo testo di riferimento, per una modesta rassegna di un orizzonte tematico, storico, comparativo, in maniera da offrire suggerimenti, idee, confronti, stimoli. Non si tratta assolutamente di un testo pronto per la pubblicazione; anzi, mi riprometto di modificarlo profondamente. La breve bibliografia citata alla fine indica soltanto alcuni testi consultati. Critiche e commenti sono benvenuti: Francesco Sidoti, c/o Università di L’Aquila, Via Verdi 28, 76100 L'Aquila, tel. 0862 432172, posta elettronica: frasidot@tin.it)
1)
IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO: UN MODELLO ETICO E PROFESSIONALE
Il modello del giornalismo investigativo è consegnato alla celebre
immagine americana del Watchdog, il cane da guardia dell’interesse pubblico. Il potere o
il contropotere del giornalismo investigativo va dunque considerato e apprezzato
all’interno di un meccanismo pluralistico di checks and balances. Il
giornalismo investigativo all’americana è in questo senso contemporaneamente
un contropotere e un potere di controllo, in una società dove i Padri Fondatori
sin dall'inizio si posero un problema decisivo: chi controlla i controllori?
come impedire che chi ha il potere tenda ad abusarne? Negli Stati Uniti domina
la lezione di Montesquieu e l'interpretazione polibiana della virtus
romana classica come conseguenza di un assetto pluralistico di mores e leges.
In teoria il giornalismo è parte di un complesso sistema di divisione e di
sorveglianza dei poteri; in pratica, anche per interesse i media interpretano un
ruolo di contropotere: pochi li seguirebbero se si limitassero ad una piatta
ripetizione delle verità ufficiali e formali.
A voler segnare una data di nascita del giornalismo investigativo,
secondo molti si deve risalire all’Inghilterra del 1721, quando sotto lo
pseudonimo di Cato due eminenti whighs scrissero sul London
Journal il primo resoconto dettagliato della commissione parlamentare
d'inchiesta insediata per discutere uno scandalo economico dell'epoca. La data
diventa simbolicamente assai significativa perché contemporaneamente mette
insieme scandali politico-economici in una società di tipo liberale, appelli
delle minoranze alla giustizia, nascita del giornalismo (e in particolare del
giornalismo investigativo), commissioni parlamentari d'inchiesta. Siamo nel
campo della democrazia liberale per eccellenza: pesi e contrappesi, controlli,
bilanciamento e divisione dei poteri, dibattiti pubblici, eccetera, con una
preminenza della stampa sin dai primordi.
Mentre l’Inghilterra è la madre patria del giornalismo, gli Stati
Uniti sono la madre patria del giornalismo investigativo, in cui si riversa una
parte della cultura puritana dei Padri
Fondatori: l’originario rigorismo morale prende anche questa forma,
insieme a molte altre (inclusa, come nel caso di Upton Sinclair, la critica
impietosa della religione organizzata).
La storia della democrazia americana è strettamente intrecciata con la
storia del giornalismo americano, e in particolare con il giornalismo
investigativo, dall'inchiesta terribile di Upton Sinclair (poi raccolta in The
Jungle) sull'industria della carne in scatola di Chicago, che ispirò il Pure
Food and Drug Act, agli altrettanto significativi articoli di Ida Mae
Tarbell, che portarono allo smembramento dell'assetto monopolistico della
Standard Oil's. Tutta la Progressive
Era, cioè la trasformazione dell'America di Tammany
Hall e dei Robber Barons,
nell'America moderna, industriale, urbana, legalitaria, è avvenuta sotto la
spinta, l'incalzare, il successo del giornalismo investigativo, protagonista per
decenni, da New York al più minuscolo paesotto di provincia.
Il giornalismo muckraking è diventato una componente fondamentale della storia e
perfino della vita quotidiana degli americani: quel paese non sarebbe così com'è,
da quel tipo di controllo sanitario dei cibi conservati, fino alle leggi
antimonopolio, eccetera, se non ci fossero stati quei giornalisti che in vario
modo hanno contribuito a fare sterzare quella società in certe direzioni invece
che in altre.
Il giornalismo investigativo, come è stato sostenuto da Jay Rosen, ha a
che fare, in un certo senso, più con "la redenzione" e con “la
missione” che con “il mestiere” del giornalismo. Le famose Schools of Journalism americane hanno costantemente puntato sul mito
dell'investigative reporting,
innanzitutto obiettivo, autonomo, documentato, puntuale, socialmente e
moralmente responsabile, capace di scavare oltre la superficie dei fatti e senza
riguardi nei confronti dei ricchi e potenti e famosi. Anzi. Con una
dichiarazione assai citata, disse Ed Murrow: "Noi dobbiamo essere il
poliziotto della stradale nello specchietto retrovisore del potere". Per
molti rappresentanti di questo aspetto specifico della professione, è
importantissima "la macelleria delle vacche sacre", in una visione
dell’economia e della politica come regno in buona misura dell'imbroglio,
dello scandalo, della corruzione, degli arcana imperii. In alcuni dei
suoi rappresentanti più noti, come Jack Anderson, questo tipo di giornalismo
investigativo ha spaziato in tutti i campi, inclusa la politica estera, come è
d'altronde abitudine a Washington, dove politica interna e responsabilità sulla
scena internazionale sono strettamente interrelate.
Sarebbe del tutto erroneo attribuire soltanto agli Stati Uniti un ruolo
unico ed esclusivo nel settore. Nella Francia della III Repubblica fu un
articolo apparso su L’Aurore, il celebre J’accuse scritto da
Emile Zola per il presidente Félix Faure, a imprimere una svolta epocale alla
storia francese, a quel tempo drammaticamente in bilico tra ritorno al passato o
consolidamento della cultura repubblicana; da quel momento in Francia l’etica
del libero giornalismo democratico e l’etica della cultura repubblicana vanno
insieme, indissolubilmente collegate: il journalisme d’investigation non
è presente soltanto sui giornali, ma nelle collane editoriali delle più
importanti case editrici. Anche negli anni più recenti e negli altri grandi
paesi moderni il giornalismo investigativo è un ingrediente importante del
funzionamento del sistema democratico, dalla campagna dei giornalisti inglesi
sullo scandalo del talidomide fino alla campagna dei giornalisti spagnoli contro
gli scandali dei governi di Felipe Gonzalez. In Francia (dove sinistra e destra
sono finite impietosamente nel mirino della stampa, che ad esempio nel caso del sang
contaminé è stata meritoriamente decisiva), il Canard Enchaîné è
un’istituzione che, come ha scritto un magistrato, “costituisce di fatto la
principale istanza deontologica dello Stato. Questo giornale è l’ultima
risorsa in una Repubblica che non riesce a regolare altrimenti i suoi
conflitti”.
A parte il rischio, enorme e ricorrente, di un uso per rivalse private e
su commissione, i valori centrali del giornalismo investigativo coincidono in
larga misura con quelli classici del giornalismo: imparzialità; indipendenza
economica, quindi opposizione alla concentrazione delle testate; preparazione
professionale; attenzione rivolta ai sondaggi sugli umori dell’opinione
pubblica; notizie separate dalle opinioni; editoriali nettamente distinti dai
servizi, sia per quanto riguarda l'impostazione sia per quanto riguarda la
responsabilità (a volte gli editorialisti possono rispondere direttamente alla
proprietà invece che alla direzione); eccetera.
Non si tratta dunque di un
modello esclusivamente statunitense, anche se in America effettivamente viene
celebrato con la solennità, le cattedrali e i rituali delle religioni (inclusa
a volte una porzione di ipocrisia). Tanto è vero che uno dei maggiori esponenti
di una concezione etica del giornalismo è stato J. F. Revel, di cui ricordiamo
alcune affermazioni lapidarie: "… Noi abbiamo costruito una
civilizzazione democratica fondata sull'informazione. … Se il cittadino non è
correttamente informato il voto non vuol dire niente…". Per Revel, "è
l'opinione che deve essere pluralista, non l'informazione: per sua natura
l'informazione può essere vera o falsa; non può essere pluralista".
Il giudizio di Revel a proposito della condizione odierna
dell'informazione era abbastanza pessimistico: "Quando per caso il
cittadino medio possiede una fonte d'informazione esterna a qualsiasi mezzo
d'informazione, quando ad esempio il suo giornale o la sua televisione trattano
un problema che egli conosce, il suo lavoro, la sua regione, avvenimenti nei
quali è stato coinvolto, egli dà quasi sempre un giudizio severo e perfino
scandalizzato del modo in cui la stampa ne ha dato conto".
Di Revel conviene inoltre ricordare la campagna contro quella menzogna
che a suo parere era spesso dominante nel giornalismo e che si camuffa in
infiniti modi: dalla menzogna di Stato alla disinformazione, alla manipolazione,
alla mistificazione, in uno slittamento multiforme di significati che confinano
e si confondono con la censura vera
e propria.
2)
L'ATTUALITA' INTERNAZIONALE DI QUEL MODELLO
Il millennio si chiude con dati poco esaltanti per il giornalismo
investigativo: secondo i dati di Reporters
Without Borders, un gruppo di pressione per la libertà di stampa, fondato a
Parigi, al dicembre 1999 si contavano in un anno nel mondo 36 giornalisti uccisi
(numero doppio rispetto all'anno precedente), soltanto in parte a causa delle
guerre, dalla Cecenia alla Columbia, dalla Jugoslavia al Congo, dalla Sierra
Leone all'Indonesia. Un mestiere che dovrebbe difendere la libertà
d'espressione e d'informazione costa la vita o almeno drastiche limitazioni
della propria vita: nello stesso anno si contavano centinaia di giornalisti in
cella, aggrediti, feriti, rapiti, eccetera.
Esemplare il caso della Birmania, definita da Reporters
Without Borders come la più grande prigione per giornalisti in Asia.
Secondo Reporters Without Borders, malgrado tanti negoziati tra i militari e
Aung San Suu Kyi, il governo di Rangoon rimane ai margini della comunità
internazionale. Dice il rapporto che la tortura in Birmania è ancora ordinaria
amministrazione nelle prigioni e nei luoghi di detenzione; i giornalisti fra
l’altro soffrono di seri disordini mentali a causa di lunghissimi periodi di
detenzione. Scioperi della fame, censura, arresti, intimidazioni, sono la norma
per i giornalisti che lavorano per i pochi centri privati d’informazione
esistenti nella zona e che parlano senza infingimenti della situazione esistente
in Birmania, dove il controllo del governo sull’informazione è rigorosissimo.
La situazione è tale che una richiesta alle autorità di commentare il
documento di Reporters Without Borders è caduta nel totale silenzio.
Per la sua ribellione
alla situazione generale del paese, Aung San Suu
Kyi ha ottenuto il premio Nobel nel 1991. Le fonti di informazione libere sono
principalmente provenienti dall’estero, come, in particolare, la BBC, Voice
of America, Radio Free Asia, e The Democratic Voice of Burma,
che ha la sua base in Norvegia.
Anche in America Latina la situazione
è per molti versi assai difficile per i rappresentanti del libero giornalismo,
almeno a sentire Inter American Press Association, un’associazione
basata a Miami che in un documento del 27 luglio 2001 ha descritto nove
uccisioni di giornalisti in America Latina e l’emergenza di una cultura
dell’autocensura. Secondo l’IAPA, i nove assassinii di giornalisti sono
avvenuti in tre mesi: 7 in Colombia, uno in Messico e un altro in Costa Rica.
Preoccupazioni sono state espresse anche per la situazione esistente in
particolare in Haiti, Cuba, la Repubblica Dominicana, oltre a vari altri
problemi in Brasile, Paraguay, Cile, Nicaragua, Panama, Guatemala, Venezuela
(dove la Corte Suprema ha legiferato pesantemente sul concetto di informazione
veritiera e sulla responsabilità della stampa). Secondo il presidente dell’IAPA,
Danilo Arbilla, i giornalisti che lavorano in merito al narcotraffico sono
quelli più esposti, anche se molti altri temi sono rischiosi, ad esempio
l’inchiesta su organismi governativi.
Sia
per l’ Inter American Press Association,
sia per Reporters Without Borders il
diritto di essere informati è la pietra angolare della democrazia. L’ IAPA in
particolare ha promosso la Declaration of Chapultepec, dove è stabilito
che “nessuna società può essere libera senza libertà di espressione e di
stampa” e che l’esercizio di questa libertà non è garantito “dalle
autorità politiche, ma è un inalienabile diritto popolare”.
Nei paesi post-comunisti la faticosa creazione di una società aperta si
scontra spessissimo con i problemi della libertà di stampa. Quando nel luglio
2001 il giornalista investigativo ucraino Ihor Oleksandrov è morto di
violentissime percosse, suscitando l’indignazione di tutte le organizzazioni
professionali internazionali, era l’undicesimo giornalista ucciso in cinque
anni in Ucraina (spesso in maniera barbara, con cadaveri ritrovati senza testa,
eccetera). In più di un caso sono state mosse accuse circostanziate nei
confronti delle più alte autorità dello Stato, sospettate di connivenza.
In particolare nella Russia post-comunista il giornalismo investigativo
ha realizzato i suoi massimi tonfi e trionfi, come in una gigantografia del
peggio che avviene nei paesi di più antica democrazia: alcune testate ed
emittenti, Novaya Gazeta, Ort,
Tv-center, eccetera sono diventate famose anche in Occidente perché impegnate
in una battaglia all'ultimo sangue tra differenti gruppi di potere, battaglia
condotta a colpi di accuse tremende e reciproche su ruberie sterminate,
assassinii, eccetera. Le disavventure anche mediatiche di personaggi come
Berezovskij sono passate attraverso l’annientamento reciproco a colpi di
telecomando e di denunce giornalistiche (senza escludere ovviamente i più
classici strumenti: rivoltellate, attentati dinamitardi eccetera).
E’ importante sottolineare che i paesi con una
tradizione democratica nel giornalismo e nel giornalismo investigativo
sono anche i paesi che hanno difeso con maggiore determinazione la libertà di
stampa nel mondo. Ad esempio, nel giugno 2001 Ronald Kenneth Noble, General
Secretary dell’Interpol ha sostenuto in una impegnativa dichiarazione
ufficiale che il governo della Russia stava attaccando per fini politici il
magnate dei media Vladimir Gusinsky, accusato di frode da magistrati russi,
arrestato in Spagna e poi fuggito in Israele dopo che i giudici spagnoli avevano
deciso di non permettere l’estradizione. Nel frattempo in Russia l’impero
mediatico di Vladimir Gusinsky viene spezzettato e soprattutto NTV, il solo
canale indipendente in Russia, viene normalizzato violentemente.
Negli Stati Uniti la più recente celebrazione del giornalismo investigativo è avvenuta in occasione della morte nel luglio 2001 di
Katharine
Graham, proprietaria del Washington Post, comprato ad un’asta
fallimentare, trasformato in un autentico impero dei media: stazioni
radio-televive e via cavo, giornali e riviste, tra cui Newsweek
(ottocentomila copie settimanali). Le inchieste dello scandalo Watergate, che
avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon, si rivelarono fondamentali
nel trasformare il Washington Post in uno dei grandi giornali americani.
Secondo Charles Krauthammer, Katharine Graham ha
avuto il glorioso merito di rimanere indipendente in un’età di
omogeneizzazione, difendendo i valori del dovere e del coraggio, mettendo a
rischio la stessa esistenza di tutta la sua fortuna. Nixon
aveva minacciato conseguenze se il Washington Post avesse continuato
l'inchiesta sullo scandalo Watergate e in particolare sui tentativi della Casa
Bianca di nascondere le proprie responsabilità. Nixon aizzò l'agenzia federale che rinnovava le licenze alla stazioni
televisive e ordinò che la Graham fosse strizzata “come un panno bagnato”, ma alla fine fu costretto alle dimissioni e il Washington
Post diventò il più temuto giornale americano.
Secondo alcuni, le cose stanno in parte diversamente da
come vengono rappresentate da una retorica ormai consolidata: uno dei segreti
meglio custoditi della storia americana
recente è relativo alla identificazione della mitica “Gola Profonda”, al
tempo dello scandalo Watergate: l'allampanato fumatore incallito che nel buio di
un parcheggio rivelava a Bob Woodward i misfatti presidenziali. Pare sicuro che
la Graham, il direttore Ben Bradlee, Woodward e Bernstein furono aiutati da
molte “Gole Profonde”, perché il progetto nixoniano di una Presidenza Imperiale scatenò una faida interna
all’amministrazione. Le dimissioni di Nixon furono un successo di tutto il
sistema americano di pesi, contrappesi, controlli, poteri separati e bilanciati,
e innanzitutto della magistratura. A quel tempo ebbero un ruolo rilevante –
forse decisivo - giudici come Archibald Cox e le sentenze tremende di "Maximum
John" Sirica. Sicuramente infine determinante fu l’orientamento della
Corte costituzionale.
Quei successi contribuirono fortemente a fare
della stampa nell’ultima parte del ventesimo secolo un quarto potere nel senso
pieno e completo del termine, tale da poter stare da pari a pari a fianco delle
altre branche del governo. La stampa americana non era certo stata fino ad
allora subalterna, ma non aveva mai spadroneggiato a quel modo: a Hollywood ad
esempio si era specializzata negli scandali di attori e attricette, registi e
produttori, che potevano essere aiutati o rovinati nella loro carriera. Il
Watergate, soprattutto, diede enorme prestigio sociale ai temi del giornalismo
investigativo. Katharine Graham fu probabilmente per molti anni la persona più
potente di Washington (dove la Casa Bianca è lontana pochi minuti a piedi dal Washington
Post). A differenza di molte altre persone potenti di Washington,
inclusi i vari presidenti che aveva visto arrivare e partire in tanti anni,
aveva creato questo suo potere attraverso il giornalismo.
La decisione di pubblicare i Pentagon
Papers (che
rivelarono alcune scomodissime verità sul Vietnam; ad esempio, l’incidente
sul golfo del Tonchino che aveva dato il via all’inizio dei bombardamenti era
inventato di sana pianta) nel 1971 e l'anno successivo lo scoppio del
Watergate costituiscono il crinale: cambia il giornalismo americano, che non era
mai stato tenero con il potere costituito, ma che da allora diventa consapevole
della propria immensa potenza (la capacità di far finire una guerra o di
destituire un presidente). I Pentagon Papers, quarantasette volumi, realizzati su commissione del
Segretario alla difesa, McNamara, misero in luce un intreccio perverso di
dissimulazione, inganno e autoinganno nella politica estera americana, secondo
la celebre analisi di Hannah Arendt in Politica
e menzogna. La decisione di pubblicarli fu travolgente per la società
americana e per il giornalismo americano. Le conseguenze del Watergate, come è
stato argomentato efficacemente da Bob Woodward in Shadow, influenzarono le presidenze di Gerald Ford, Jimmy Carter,
Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton.
3)
SENSAZIONALISMO E GIUSTIZIA
Il sensazionalismo è un elemento costitutivo del
giornalismo. E' nei suoi cromosomi ed è uno degli aspetti che tende a farne più
un mestiere che una missione. Negli Stati Uniti questa componente è
immediatamente visibile insieme a quella prettamente etica e puritana: il
giornalismo si sviluppa storicamente insieme alla vendita delle notizie e
all’intrattenimento del grande pubblico: si rivolge ad un pubblico di
consumatori, come un prodotto che deve essere acquistato, senza rimanere
indifferente alle preferenze del pubblico. Il giornalismo delle inserzioni
pubblicitarie, delle previsioni meteorologiche, delle notizie sportive, dei
necrologi, si mescola spesso con un’ investigazione intenzionata a fare
innanzitutto cassetta.
Questa almeno sembra la lezione della
storia, in America come in Europa. Le libertà di parola e di stampa, connesse
con quelle di associazione e di riunione, si sviluppano nell'Europa continentale
nel corso dell'Ottocento. In Inghilterra la lotta contro restrizioni, tasse,
censura si svolge in quasi due secoli; in Germania, in Francia e negli altri
paesi europei ci si uniforma al modello inglese, sia dal punto di vista della
libertà dalle intromissioni governative, sia dal punto di vista della piena
partecipazione ad una nuova cultura di massa, basata sulla propaganda, sulla
demagogia, sull'eccitazioni di sentimenti nazionalistici spesso al limite
dell'isteria. La contraffazione bismarkiana di un telegramma consegnato alla
stampa proprio per scatenare reazioni di generale indignazione, fu all'origine
della guerra franco-prussiana del 1870 e viene generalmente considerato come il
simbolo dell'avvento di una nuova età della politica internazionale, che
sostituisce le tradizionali armi segrete diplomatiche con la manipolazione
dell'opinione pubblica, attraverso i giornali. L'alleanza tra politici privi di
scrupoli e giornalisti guerrafondai, spesso per ragioni esclusivamente venali,
diventava un ingrediente fondamentale di un nuovo periodo storico: alla società
di massa corrispondeva la guerra di massa, basata sul coinvolgimento pieno di
tutta la popolazione, a cominciare dai civili, che fino ad allora erano stati
risparmiati dalle guerre condotte secondo i canoni dello ius
publicum europeum.
Il giornalismo investigativo è dalla nascita sensibile ai rischi
generali della libertà. La cronaca nera e la cronaca giudiziaria, sono stati ad
esempio campi di battaglia in cui si sono esercitati sia la sudditanza nei
confronti degli interessi costituiti sia la sudditanza nei confronti delle
inclinazioni più deteriori dei consumatori. Nel suo classico studio sulla
storia e la struttura dell'opinione pubblica, Habermas cita proprio come
esemplare il caso dei processi penali: il carattere pubblico non serve più al
controllo dei procedimenti giudiziari, piuttosto i procedimenti giudiziari
vengono riletti e confezionati ad uso e consumo di una conoscenza superficiale,
emotiva ed acritica. Sin dalle origini i processi e i resoconti dei processi
hanno costituito uno strumento importante per la fortuna del giornalismo, che
immediatamente viene accusato di sostituirsi ai giudici, di influenzarli
surrettiziamente, di inesperienza pari alla pretesa di soddisfare il pubblico.
L’attività investigativa dei media sarebbe interessata più alla creazione
del caso eclatante che all’adempimento di una funzione pubblica.
La visione pessimistica del giornalismo e dell’opinione pubblica è
presente nella condanna apocalittica che negli anni cinquanta era stata
proclamata a grandi lettere da C. Wright Mills e che aveva il suo precedente
celeberrimo nelle analisi della scuola di Francoforte. Il pessimismo proviene
dagli scranni più autorevoli della destra e della sinistra: procedendo a
ritroso, ritroviamo antesignani prestigiosi e insospettabili in Tocqueville e
John Stuart Mill, che si sofferma ampiamente a commentare il "dispotismo
dell'opinione pubblica" (a suo parere già all'epoca non si trattava più
di difendere la libertà di parola dagli interventi polizieschi, ma la libertà
anticonformista dagli interventi repressivi di un'opinione pubblica
ignorante e belluina).
Tocqueville scrive che "Il popolo regna sul mondo politico
americano, come Dio sull'universo", ma è anche vero che attornia la sua
nitida celebrazione della libertà di stampa e della libertà di parola con
tantissime osservazioni caustiche e critiche. Vittorio de Caprariis mise in luce
a suo tempo un aspetto importante in Tocqueville: i giornali americani
suscitarono su di lui un’impressione enorme, che cercò di riverberare nella
sua opera. In una pagina famosa, Tocqueville dice che il primo giornale che
cadde sotto i suoi occhi arrivando in America conteneva un furioso attacco
contro il presidente Jackson. In realtà quell'articolo della Vincenne's
Gazzette fu pubblicato sei mesi dopo il suo arrivo in America, ma
Tocqueville preferì aggiustare le date per dare un'idea di quei temi che più
immediatamente lo colpirono e che furono giudicati rivoluzionariamente
anticipatori di un Mondo Nuovo. Sia Tocqueville, sia, sulle sue orme, John
Stuart Mill, valutarono molti problemi che potevano derivare da una democrazia
fondata sull'opinione pubblica: manipolazione, conformismo, ipocrisia, eccetera.
Sul tema del sensazionalismo destra e sinistra si
affrontano decisamente, rinfacciandosi reciprocamente pesantissime accuse di
fomentare guardonismo e cannibalismo di massa. Il caso classico sono gli Stati
Uniti. Da una parte ci sono osservatori (il capofila probabilmente è Noam
Chomsky, da alcuni venerato, da altri sbeffeggiato) che dipingono un mondo di
media dominato dai grandi interessi, quindi incline a dare per buona
un'interpretazione di comodo ad esempio dei grandi scandali che sarebbero potuti
scoppiare e che invece sono stati addomesticati (Savings & Loans;
BCCI; eccetera). Dall'altra parte ci sono osservatori (dai lettori del Wall
Street Journal in giù) che invece vedono il mondo dei media come dominato
da naderiti, liberals, criptocomunisti e criptomarxisti, omosessuali, ebrei,
eccetera.
Un caso assai noto di rigetto del sensazionalismo,
ovvero di una certa maniera di fare informazione, è rappresentato da un apologo
di Umberto Eco, il quale ha raccontato quel che gli è capitato nelle isole Fiji,
dove si trovava quando scoppiò la guerra in Kuwait. Egli sosteneva: per giorni
ho potuto documentarmi soltanto attraverso il Fiji Journal, composto da
otto pagine: due di dispacci d'agenzie e sei di pubblicità e cronaca locale;
sono ripartito con le idee chiare su ciò che stava avvenendo nel mondo; quello
in un certo senso sarebbe un giornale ideale, nel quale (rispetto al modello
oggi dominante) mancherebbe soprattutto quella parte che è costituita dal
pettegolezzo, dalla sorpresa, da ciò che in generale "ti obbliga a leggere
anche quando non avresti voluto leggere". Secondo Umberto Eco nei giornali
sono oggi ospitate troppe bufale, notizie false, leggende metropolitane, panzane
vere e proprie: la scuola soprattutto dovrebbe insegnare agli studenti a
distinguere, in modo da non rimanere vittime del sensazionalismo.
Insieme agli aspetti del sensazionalismo legati squisitamente a motivi
commerciali, ce ne sono altri, legati a
problemi e situazioni politicamente caratterizzati. Un clamoroso esempio
italiano è costituito dall’episodio di Susanna Agnelli, che nel 1998 fu
iscritta nel registro degli indagati per concorso in truffa, falso in bilancio
ed evasione fiscale, fino ad essere sentita sotto questa veste dai magistrati
romani, nel corso di un’inchiesta sull’Alta Velocità. Comprò una pagina
del Corriere della Sera per esporre la sua autodifesa. Nel dicembre 1999
il Gip accolse la richiesta avanzata dal Pubblico Ministero e dispose
l'archiviazione. La Agnelli sottolineava di essere rimasta vittima di una
cattiva informazione, perché il TG1 non aveva raccolto una sua replica
alla notizia del coinvolgimento: “Posso permettermi, è vero, di comprare una
pagina sul Corriere. Non lo faccio soltanto per me ma per tutti gli
italiani che sono stati trattati come me”.
Secondo molti osservatori l’episodio è emblematico del tipo di
investigazioni che sarebbero prevalenti nel nostro paese, sia da parte della
magistratura sia da parte dei giornalisti: investigazioni che spesso trascinano
(in galera o sulle prime pagine) persone che poi risultano estranee ai fatti. Da
questo punto di vista giornalismo e magistratura mettono le persone sul banco
degli imputati, ma vengono a loro volta sottoposte ad un’accusa per molti
versi simile. In Italia come in tutti i paesi democratici, a volte i magistrati
vengono accusati di sensazionalismo, allo stesso modo dei giornalisti.
Scrive nel 1996 il giudice Garapon a proposito della Francia: “I petits
juges non sarebbero riusciti a scardinare l’establishment politico,
cosa che hanno fatto in questi ultimi anni, senza l’aiuto dei media. Questi
stessi giudici, la cui celebrità è dovuta soprattutto al prestigio e alla
notorietà dei personaggi inquisiti, sono tentati di approfittare di questo
potere. Così alcuni di loro, per la verità una minoranza, si sono serviti di
alcuni casi come trampolino di lancio politico. Questa pericolosa alchimia di
giustizia e media è una spia della disfunzione profonda della democrazia. I
media, soprattutto la televisione, minano le fondamenta stesse
dell’istituzione giudiziaria…”.
4)
IL CONDIZIONAMENTO DELLA PROPRIETA' E DEGLI INTERESSI COSTITUITI
Dopo avere accennato al rischio del sensazionalismo, che è stato sempre
molto forte nel suscitare gravi interrogativi su un giornalismo investigativo
non sempre immacolato da un punto di vista deontologico e legislativo, sarà
opportuno ricordare anche un rischio opposto, ma speculare nel minare la
credibilità del giornalismo investigativo: il rapporto di sudditanza con i
poteri costituiti.
Come è stato detto egregiamente, "in Francia la rivoluzione creò
da un giorno all'altro quanto in Inghilterra aveva avuto bisogno di una
costante, secolare evoluzione". La piena emancipazione del giornalismo
inglese da ogni vincolo di tasse e censure si compie in due secoli. Il Licensing
Act inglese del 1692, con il quale cade la censura preventiva, è una pietra
miliare nella storia della libertà e il punto di partenza della libertà di
stampa, che si sviluppa lentamente, svincolandosi a poco a poco dalle tasse,
dalle censure eccetera.
In Francia, invece, tutto si svolge nell'espace
d'un matin. Rivoluzione francese e libertà di stampa diventano strettamente
associate sull'Europa continentale nello scalzare il vecchio mondo dell'Ancien
Regime. Tuttavia, rapidamente si pose il problema del controllo di un
giornalismo che si era messo spesso alla testa dei movimenti di radicale
rinnovamento. Nella vita dei due rivoluzionari per eccellenza dell'Ottocento
europeo, in Marx ed in Elgels, possiamo osservare una parte importante della
parabola ottocentesca. Marx si inserisce magnificamente e giovanissimo nella
storia del giornalismo, sia collaborando freneticamente con la stampa dei
gruppuscoli rivoluzionari sia dirigendo con l’aiuto di Engels uno dei più
grandi fogli dell'epoca, la Neue
Rheinische Zeitung, durante la breve rivoluzione liberale tedesca del 1848:
un imponente successo editoriale, ma un tremendo insuccesso economico.
Abbandonato a mezza strada da azionisti spaventatissimi, Marx investì
nell'impresa fino all'ultimo soldo suo e dell’aristocratica moglie, che prima
del crollo finale immolò sul banco dei pegni perfino l'argenteria. Poi Marx
collabora stabilmente, dal 1852 al 1862, con quello che era allora il giornale
con la più alta tiratura del mondo: la New
York Tribune, dove pubblica articoli che sono la sua unica e magrissima
fonte di guadagno, spesso piccoli e documentatissimi saggi che corrispondono a
investigazioni di grande pregio sui temi più spinosi della politica
internazionale, vista in maniera del tutto diversa da quanto propagandavano le
cancellerie europee, amanti del segreto e delle parate.
Il solito Marx, da incurabile comunista, sospettava invece cospirazioni,
intrallazzi e farabutti dappertutto. Come un investigatore specializzato
nell'analisi delle fonti aperte, Marx sprofondava tra i manoscritti, i giornali,
i libri del British Museum, e c'indovinava spesso, ad esempio nel caso esemplare
di Herr Vogt: per via soprattutto deduttiva Marx giunse alla conclusione
che Vogt non era quello stinco di santo che dava a credere, ma un
doppiogiochista segretamente venduto a Napoleone III; sorpresa delle sorprese,
quando molti anni dopo, ai tempi della Comune, i rivoluzionari repubblicani
rovesciarono gli altarini e pubblicarono i documenti segreti dell'Imperatore, si
scoprì che effettivamente l’emerito Vogt questi benedetti quattrini li aveva
copiosamente intascati.
Infine, Marx ed Engels vedono la nascita del giornalismo legato alla
classe operaia, ovvero ai sindacati operai; giornalismo che fu criticato
severamente da un incontentabile Engels come espressione di un tipo nuovo e
specifico di conformismo, non rispetto ai potenti dell'economia, ma ai potenti
della democrazia organizzata: partiti e sindacati. La grande stampa
socialdemocratica gli sembrava caratterizzata da opportunismo, servilismo e
altri fenomeni deteriori; profondamente deluso, esaltò fino alla fine gli anni
radiosi della sua giovinezza, i tempi della Neue
Rheinische Zeitung, quando "proprio come un vero artigliere, ogni
articolo colpiva e scoppiava al pari di un proiettile".
Insieme al rafforzamento della stampa del movimento operaio (anche in
questo caso gli inglesi, i cartisti inglesi, erano stati gli antesignani),
l'intervento di forti gruppi economici nel settore del giornalismo è già
sensibile nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Le larghe alleanze
editoriali, da Hearst negli Stati Uniti a Ullstein e Mosse in Germania, sono
massicciamente presenti alla fine dell'Ottocento. L'emergenza determinante della
inserzione pubblicitaria, la crescita dell’impiego finanziario, la
cartellizzazione, sono aspetti importanti che insieme ad altri rendono
progressivamente sempre più insidiosa la dipendenza e la perdita di autonomia
di molti giornalisti.
La situazione italiana è specifica sotto questo punto di vista in quanto
i fenomeni che caratterizzano tutta la scena internazionale sono acuiti dalle
strutture di un paese late comer nella strada dello sviluppo, anche sotto il profilo
giornalistico. Prima del fascismo la situazione è talmente arretrata che, come
è stato raccontato, durante la Prima guerra mondiale era possibile per le
potenze straniere pensare ad un vassallaggio immediato e diretto della
cosiddetta grande stampa italiana attraverso l'acquisto di alcune testate. Il
piano dei servizi segreti del Kaiser mirava a determinare l'uscita italiana
dalla guerra e a favorire una scelta di neutralità; anche la Francia era
considerata in questo piano, ma l'Italia era vista come il paese più facilmente
aggredibile sia dal punto di vista della maggiore corruzione sia dal punto di
vista della maggiore fragilità di tutte le strutture pubbliche e private.
Il paese dove il giornalismo è più libero è anche il paese dove gli
interessi costituiti sono più forti. Secondo l'analisi di Ken Auletta, negli
Stati Uniti l'information-entertainment business è ormai il primo
settore industriale nelle esportazioni americane: inoltre, le notizie stanno
diventando sempre più intrattenimento e l’intrattenimento è infarcito di
notizie, secondo un modello che in Italia è stato portato ai massimi onori di
ascolto da Striscia la notizia e che secondo alcuni era anche presente
nella fortunata formula imposta da Paolo Mieli al Corriere della sera,
diventato all’epoca, secondo alcuni, un giornale omnibus, un giornale rosa, un
giornale melassa, che rimescolava tradizionali articoli per la classe dirigente
con tradizionali tematiche dei giornali popolari.
L'infotainment, la somma di informazione e
intrattenimento, è un settore economicamente decisivo nella società americana.
Questa situazione porta ad un peso sempre maggiore degli interessi costituiti,
che in realtà da sempre sono stati addosso a tutte le strutture
d’informazione. Basti pensare al caso di Walter Cronkite, decano del
giornalismo americano e primo uomo-àncora televisivo, che per venti anni aveva
concluso ogni volta le sue trasmissioni serali per la CBS News con
l'affermazione And that's the way it is; nel 1980 al momento di andare in
pensione se ne venne fuori in un’intervista con l’affermazione: My lips
have been kind of buttoned for almost twenty years.
Nella carta stampata americana, l’80 percento degli introiti vengono
dalla pubblicità e soltanto il 20 per cento dagli acquirenti: il peso degli
inserzionisti è ovviamente schiacciante: ne risentono pesantemente la proprietà
e la direzione. Il problema della predilezione partitica è poi onnipresente e
spesso schiacciante. Per disperazione, molti hanno teorizzato che questa sarebbe
una maniera giusta di intendere la professione: il giornalista si mette al
servizio di un proprietario omogeneo ai propri ideali politici e in questo senso
rimane sia un fedele subordinato sia un libero pensatore.
Secondo altri osservatori è soprattutto in corso un’involuzione
popolare e una drammatica perdita di affidamento: una delle più forti ragioni
della pesante caduta di fiducia nelle istituzioni democratiche,
in America dagli anni Sessanta, sarebbero i media (è un’opinione
diffusa anche tra molti giornalisti americani). Gli assassinii di Kennedy e di
Martin Luther King, il Vietnam e il Watergate, sono state le punte di un forte
malessere della democrazia, in gran parte nato indipendentemente dai media, ma
in parte alimentato dai media: l’atteggiamento sfiduciato della gente, anche
nei confronti dei media, rispecchia questa situazione di complessiva
disaffezione nei confronti di tutto il sistema.
Nel 1998, durante lo scandalo Clinton-Lewinsky, il sexygate, una
ricerca condotta dalla Princeton Survey
Research Associates commissionata dal prestigioso Commettee
of Concerned Journalists, giunse alla conclusione che la natura del
giornalismo americano sembrava cambiare profondamente: la tradizionale, ferrea
separazione dei fatti dalle opinioni, negli articoli apparsi in merito a quello
scandalo sembrava drasticamente venuta meno, sia nei quotidiani, sia nei
settimanali, sia nelle trasmissioni televisive. Secondo quella attenta ricerca,
il culto del documento ineccepibile e della testimonianza di almeno due fonti
conosciute e controllate, era stato travolto da una valanga di opinioni,
commenti, interpretazioni, ipotesi, giudizi, pettegolezzi, fonti anonime,
dettagli piccanti, scoop spesso smentiti nel giro di poche ore. Diventavano
preminenti anche in sede di cronaca i modelli offerti da due parti del
giornalismo, l'interpretative reportage e
la punditry, che sono ben distinte sia
dalla cronaca propriamente detta sia dal giornalismo investigativo.
Ancora nel 1998, durante lo scandalo Clinton-Lewinsky, un sondaggio mostrò
che la percentuale di americani che pensavano che il giornalismo si dovesse
considerare ad un livello eticamente “alto” o “assai alto” era soltanto
del 18 per cento, la stessa minima percentuale accredita agli avvocati (da tempo
al vertice del disprezzo dell’americano medio). Venalità, cinismo, ignoranza,
imprecisione, superficialità sono aspetti del giornalismo americano che vengono
criticati aspramente. Interrogandosi sulle ragioni di questo rifiuto
dell’opinione pubblica americana, James Fallows ha individuato soprattutto le
responsabilità dei giornalisti sotto due profili: 1) la descrizione a fosche
tinte della realtà: droga, criminalità, disastri ecologici, terrorismo, guerre
eccetera; 2) la descrizione a fosche tinte degli esseri umani, perennemente rosi
dall'ambizione e dall'avidità. Per diffidenza, per sfiducia, per avvilimento,
il pubblico preferisce girare la testa che stare a sentire i giornalisti. Il
disperato pessimismo che aleggia nei mezzi di comunicazione tradizionali,
potrebbe essere mitigato secondo Fallows da un altro tipo di giornalismo, il public
journalism, più distaccato, meno catastrofista, meno sensazionalista, più
prudente e misurato. Proprio l'opposto dell'investigative journalism, o
almeno di una maniera di intendere l’ investigative journalism. I casi
della stagista Chandra Levy e del deputato Gary Condit
hanno confermato ampiamente quelle analisi che mettono in rilievo come in parte
il giornalismo americano sia diventato una specie di tritacarne, collettore di
pettegolezzi, infamie, allusioni, particolari piccanti, spesso avidamente e
acriticamente assorbiti dall’opinione pubblica.
Secondo i critici, è evidente nel giornalismo americano la crescita del
pettegolezzo, di analisi prive di contenuto e di mordente, l’abbandono di ogni
idea di dovere professionale, la dipendenza economica. I giornalisti vengono a
patti con i politici, con i pubblici ufficiali, con gli interessi commerciali e
finanziari e il giornalismo addirittura non sarebbe più veramente
investigativo. Il 47 per cento degli americani legge un giornale, ma in maniera
sempre più diffidente; in un decennio, i telegiornali della sera hanno visto
dimezzati dal 60 al 30 per cento gli indici d’ascolto. Time
e Newsweek hanno sette volte più probabilità che venti anni prima di stampare
una copertina simile a quella di un giornale popolare come People.
Le polemiche tra gli esperti in merito alle diverse maniere di intendere
il giornalismo sono spesso roventi. Ad esempio, nel
luglio 2001 la successione di Paul Gigot a Robert L. Bartley nella pagina degli
editoriali del Wall
Street Journal ha
scatenato una fitta polemica con la
Columbia Journalism Review,
con
la filosofia pubblica che pervade le università americane e con la cultura di
sinistra che impera nel giornalismo e nelle scuole di giornalismo.
Gli infortuni non sono mancati neanche nelle più blasonate testate
giornalistiche. Basti pensare ai pretesi Diari di Hitler pubblicati
incautamente da Newsweek e alla storia di Janet Cooke, pubblicata nel Washington
Post a proposito dell’inesistente bimbo di 8 anni consumatore di eroina
dall’età di cinque (questa storia inventata aveva ricevuto nientemeno il
Premio Pulitzer). Molti giornali non vengono risparmiati a loro volta dagli
strali dell’investigazione, come il Wall
Street Journal, a proposito dell'inerzia o imperizia dimostrata nei
confronti di alcuni disastri pachidermici nel mondo economico americano (Saving
and Loans, junk bons, eccetera).
Anche l'Economist è stato accusato di
aver trascurato i fatti (il peccato capitale per un giornale), in relazione a
previsioni poi amaramente smentite (ad esempio, una previsione sulla caduta del
prezzo del petrolio, fatta poco prima di quella impennata dei prezzi che ancora
oggi continua).
Il giornalismo anglosassone è un modello, ma non esente da critiche e
infortuni. Proprio il settore del giornalismo investigativo è costellato di
incidenti legati alla fertile immaginazione di autori che hanno spesso inventato
di sana pianta. Riportando una fitta serie di incidenti (a cominciare di quello
clamoroso di un mensile nato con un investimento di 40 miliardi per fare le
pulci ai giornalisti e poi accusato di avere inventato a sua volta), un giornale
italiano cominciava scrivendo con malcelata soddisfazione: “Come nelle
peggiori barzellette si carabinieri, anche nei giornali americani per fare un
articolo bisogna essere in tre: uno che scrive, l’altro che controlla il
giornalista, il terzo che lo smentisce o se può lo licenzia…”.
5)
ALCUNI EMINENTI PUNTI DI VISTA ITALIANI
Con un’annotazione assai pessimistica si chiudeva nel 1994 sul Corriere
della Sera la recensione al volume di un giornalista che riproponeva ai
giornalisti italiani il modello del watchdog: "Anche se non si può
dire che nel giornalismo italiano non manchino i cani, è quasi impossibile
capire a che cosa fanno la guardia".
Molti aspetti del contraddittorio sul giornalismo e sul giornalismo
investigativo, sono presenti in Italia con la stessa asprezza degli Stati Uniti.
Mentre è a tutti nota l’esistenza in Italia di una grande cultura
giornalistica, di una grande tradizione e di grandi maestri, non mancano le
osservazioni dolenti e critiche. Ad esempio, è stata spesso rivolta ai giornali
l’accusa di superpersonalizzare e supersemplificare. Molto note alcune
polemiche in proposito sollevate da Massimo D'Alema. Spesso si rimprovera al
giornalismo italiano di essere troppo schierato, di essere non sufficientemente
preparato, di dare eccessivo rilievo a notizie su ipotesi, reazioni a notizie,
con eccessi di narcisismo, cultura autocentrata, eccetera. Programmi come quelli
di Michele Santoro e tutta la tradizione televisiva del giornalismo d'inchiesta
di sinistra, sono stati messi sotto accusa. Anche il giornalismo televisivo più
brillante e più obiettivo è stato accusato di servire nascostamente fini
politici. Nel settembre 2000 un ironico commento di Emanuele Pirella cominciava
consigliando compresse di Prozac prima e dopo i telegiornali diretti da Enrico
Mentana: “Una sera qualsiasi ecco il grandinare di disastri, carestie, morti
che incombono sull’Italia. ‘Allarme rosso’ per il costo dei barili di
petrolio. ‘Situazione molto difficile’. Potrà ‘soffocare l’economia’.
E’ stata una ‘giornata al cardiopalma’ Perché tutto è aumentato. ‘Le
bollette della luce, dell’acqua, del gas’. Anche per gli alberghi non si sa
perché, ‘190.000 lire in più all’anno’. Aumenta il bollo auto, aumentano
le tasse sugli automobilisti, amen. E subito dopo, c’è una ‘notizia
inquietante’. Un uomo di 63 anni è morto vittima del morbo della mucca pazza.
Si attendono le morti dei famigliari. E magari di quanti hanno mangiato carne
negli ultimi tempi. L’incubazione va da cinque a quindici anni. Insomma,
moriremo tutti.
Ma ‘C’è un’altra
pagina spinosa’. Concorso con rischio di truffa. Hanno aperto una busta di un
concorso ufficiale. La solita Italia dei disastri, delle truffe, dei
raccomandati. Oppure è la solita Italia della confusione, dei ministri
incapaci. E per finire in bellezza? ‘Sta per arrivare una nuova ondata
d’influenza. Metterà a letto cinque milioni di italiani.’ Forse si potrà
fare qualcosa? Certamente sì. Il virus ci viene detto oggi, ai primi di
settembre, dovrebbe arrivare a ottobre. E i cinque milioni saranno a letto per
Natale. Era un’edizione ordinaria di Tg5. Ha raccontato un’Italia dove non
si può continuare a vivere. A meno che non cambi tutto. Magari con un nuovo
governo?”.
Per dare una panoramica di opinioni illustri e memorabili relativamente
ad alcuni problemi specificamente italiani, mi limito a riportare senza commento
alcune considerazioni di capiscuola molto noti, che incarnano maniere diverse di
intendere la professione e direttamente o indirettamente offrono prospettive
importanti su quelli che dovrebbero essere contenuti, cautele, princìpi del
giornalismo investigativo.
A proposito di libertà, può essere utile ricordare quanto scriveva nel
1969 Montanelli nel suo diario: «Spadolini ed io andiamo d'accordo perché ci
compensiamo: lui scrive pensando a Rumor e a Moro, io pensando al rag. Brambilla
e al cav. Rossi. Così il Corriere concilia autorevolezza e popolarità».
Scriveva ancora nel 1970: «Arrivati i rendiconti dei miei diritti d'autore: 28
milioni nell'ultimo semestre. Supero dunque i 50 milioni annui... Credo di
essere l'autore italiano che più guadagna, anche perché sono l'unico che
questa cifra la guadagna ogni anno, e senza l'aiuto dei premi letterari. Non ne
sono contento per il denaro, di cui non so che farmi e che serve solo per pagare
i capricci di Colette (ne ha tanti!). Ne sono contento, anzi felice, per il mio
«status» di autore stipendiato unicamente dal pubblico. C'è chi vive di
partito. C'è chi vive di Eni. C'è chi vive di Agnelli, o di Perrone, o di
Crespi. Io vivo di lettori. I lettori non m'impegnano altra servitù che la
sincerità: l'unica che non pesi».
A proposito dei rapporti tra magistratura e giornalismo investigativo,
Curzio Maltese ha sostenuto nel settembre 1996 che lamentarsi per l'assenza di
grandi inchieste del tipo di quella celebre su Capitale corrotta, nazione
infetta, sarebbe lo stesso che lamentarsi per l'assenza di film come La
Dolce Vita o di romanzi come Il Gattopardo. Le grandi ciambelle col
buco riescono soltanto una volta ogni tanto. Invece a suo parere la stampa e la
magistratura insieme patiscono la responsabilità della liquidazione di un
vecchio assetto di potere, scontando un eccesso di protagonismo e tutte le
difficoltà connesse alla necessità di rientrare nei ranghi. Concludeva:
"Tutti a descrivere i vizi dell'infame corporazione dei giornalisti, che
divide la scena con l'altra vil razza dei magistrati. E mai una parola su altre
importanti professioni: medici, insegnanti, burocrati, avvocati, commercialisti,
architetti, sindacalisti. Dove pure la quota di cialtroni, raccomandati e
fanatici è altrettanto cospicua e non meno nociva. Basta vedere come funzionano
in Italia la sanità, la scuola, gli uffici, eccetera".
Indicando acutamente che ci sono campi poco visitati eppure molto
importanti per il giornalismo investigativo, Alberto Ronchey nel dicembre 1999
ha scritto: "le cronache, nell'imbarazzo d'ogni scelta e indotte a
semplificare, inseguono i detti e contraddetti della politica spettacolo invece
che perseguire assidue e approfondite indagini su questioni d'interesse
generale. Anzitutto, per esempio, il dissesto idrogeologico dell'Italia delle
frane come a Sarno, la costosa e inefficiente sanità pubblica, l'intricato
contenzioso pensionistico, i disservizi postali e bancari, le obsolete
infrastrutture civili e i turbolenti trasporti pubblici. Così per semplificare
aggirando gli ostacoli dell'inchiesta e della comunicazione, ecco tutte le luci
sugli attori politici, a volte con piaggeria e a volte in cerca di rughe
scavando anche sul cerone. Ma penombra sui problemi essenziali, proprio quelli
che più da vicino dovrebbero interessare la gente".
Infine, intervenendo su temi americani ma di grande attualità anche in
italia, Vittorio Zucconi nel gennaio 1997 ha svolto un ragionamento di carattere
generale che riguarda in generale cambiamenti che si sono verificati in tutti i
paesi democratici. Zucconi ricorda le conclusioni impressionanti di uno studio
condotto da Accuracy in the Media:
"Peccato che il 90 % delle accuse che fanno notizia e tengono banco sui
media per qualche giorno si rivelino infondate e si dissolvano nella grande
cloaca delle reputazioni inquinate e delle vite avvelenate….Le accuse fanno
scrivere bei pezzi. Le difese fanno sbadigliare. Le accuse sono sexy,
divertenti, fantasiose, eccitanti, scandalose. Le difese sono noiose, scontate,
rituali, cavillose. Accusare è facilissimo. Difendersi è difficilissimo. La
prepotenza dell'accusa sulla difesa è ormai schiacciante…In questo classico,
infernale meccanismo giornalistico, si è innestato un ingranaggio nuovo, che ha
rafforzato la tendenza a prediligere l'accusatore sul difensore….La complicità
con l'accusato è diventata la complicità con l'accusatore. Per farci perdonare
i lunghi anni di servitù al potere politico, economico, sessuale, noi
giornalisti ci siamo buttati dalla parte degli accusatori, delle accusatrici, di
chiunque si alzi a denunciare….".
6)
IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO E I SUOI RISCHI MORTALI
La storia del giornalismo investigativo in Italia è assai complessa e
non si esaurisce nella lunga lista dei giornalisti uccisi, qui ricordati con
deferenza e con riconoscenza, da De Mauro a Fava, da Peppino Impastato a Mauro
Rostagno. Non sono tutta la storia del giornalismo investigativo italiano, ma
sono una pagina indimenticabile. Anche fuori d’Italia, molti giornalisti
italiani, da Ilaria Alpi ad Antonio Russo, sono morti facendo coraggiosamente il
loro lavoro.
Il vero giornalismo
investigativo quasi inevitabilmente finisce (o comincia) col dare fastidio a
qualcuno. In questo senso tra destra e sinistra ci sono differenze ideologiche
importanti, ma che spesso non sono discriminanti: il vero giornalismo
investigativo non è di destra né di sinistra. Da un certo punto di vista, è stato sostenuto che il
giornalismo investigativo di sinistra per decenni ha subito la frustrazione di
pubblicare denunce inascoltate; da un altro punto di vista, è stato sostenuto
che negli anni novanta la destra si è impegnata nel giornalismo investigativo
forse più della sinistra, proprio perché esclusa dalla costituzione materiale
della Repubblica (nella quale la sinistra era all'opposizione, ma in un sistema
consociativo e nel quale comunque tutto il settore della cultura era
egemonicamente controllato dalla sinistra).
Ancora nel caso recente
della “Missione Arcobaleno” (ricostruita e raccontata assai criticamente da
un fronte composito, che andava da Panorama
a Striscia la notizia), Eugenio
Scalfari ha svolto un'argomentazione che sembrava volesse presentare quelle
ricostruzioni come un premeditato attacco al governo, non vero giornalismo, e
concludeva: "questo modo di fare informazione mi fa spesso vergognare del
mio mestiere". Osservazioni che ovviamente hanno suscitato i commenti
sdegnati degli interessati, ma che sono state spesso ripetute, ad esempio a
proposito di quanti, a destra dello schieramento politico, hanno vivacemente
sottolineato l’impressionante presenza di giornalisti nei fascicoli
dell’affare Mitrokhin.
Secondo i giornalisti di
destra, molti giornalisti di sinistra (a parte i finanziamenti veri e propri,
citati espressamente nei fascicoli di Mitrokhin), hanno quanto meno civettato
con il diavolo sovietico e si sono prestati a farsi “coltivare”, raccontando
in cambio una versione all’acqua di rose del sistema sovietico. Viene
osservato: senza farsi impressionare da descrizioni agghiaccianti come quelle di
Solgenitzin, vari giornalisti per tanti, troppi anni hanno raccontato favole
sull’URSS, molto simili a quelle raccontate dal PCI per tanti, troppi anni –
pur ostentando grande severità con democristiani e socialisti. Il punto non è
da poco: secondo i berlusconiani di stretta osservanza, il rapporto fiduciario
con l’URSS di una parte della sinistra italiana è la vera origine di
Tangentopoli.
Ad ogni modo, a parte l’impegno della stampa di destra nel denunciare
molti aspetti “di regime” della società italiana, in una tradizione
rappresentata oggi benissimo da Vittorio Feltri, pare proprio che le inchieste
giornalistiche più incisive siano state patrimonio di quella cultura italiana
che non si rassegnava agli equilibri ipocriti di un sistema consociativo. Non
era questione di fare indagini impossibili, ma di eroico coraggio civile; buona
parte dell’investigazione sulla mafia, ad esempio, è stato condotta da
persone che svolgevano la funzione di denuncia e di indagine senza avere neanche
la patente di giornalista. Basti pensare a Peppino
Impastato e a Mauro Rostagno, più di recente, oppure ai romanzi di Sciascia o a
quel processo su una denuncia di mafiosità svolto nel 1965 a carico di
Danilo Dolci (tra l’altro, regolarmente condannato). Come raccontato nel libro
di Luciano Mirone, Gli insabbiati, su
molti dei giornalisti uccisi sul lavoro e poi in un certo senso dimenticati c'è
il sospetto di gravi complicità nel sistema dei poteri istituzionali.
Giornalisti scomodi, dunque uccisi.
Qui ritorna il tema dell'eccezionalismo italiano. L'Italia sarebbe un
paese simile ad altri paesi non democratici, con i quali dal punto di vista
storico, geografico, economico ha invece assai poco da spartire? In effetti su
molte uccisioni di giornalisti c’è una vicenda giudiziaria che continua
ancora, in maniera spesso tortuosa e che sembra non effettivamente conclusa –
anche quando gli autori materiali sono stati presi e condannati. Uno degli
assassini di Giuseppe Fava, ucciso nel 1984, è entrato e uscito dal carcere nel
2001 per decorrenza di custodia cautelare, risuscitando polemiche a proposito
dei mandanti; gli assassini di Mario Francese sono stati condannati dopo 22 anni
di indagini, mentre il figlio ricorda amaramente sia i rapporti di imprenditori
mafiosi con giornalisti ed editori (prima dell’omicidio del padre), sia la
mancanza di impegno investigativo dei colleghi giornalisti (dopo l’omicidio
del padre).
Esemplare il caso relativo all'omicidio del “giornalista” del Mattino
Giancarlo Siani, ucciso davanti casa sua al Vomero, a Napoli, nel 1985. Nel 2001
è stato arrestato, dai Carabinieri del Comando provinciale di Napoli,
l'assassino di Siani: era latitante da lungo tempo, condannato a 29 anni di
reclusione. Poco dopo la Dia di Napoli ha arrestato un capo della camorra,
ricercato fra l'altro per l'omicidio Siani. Secondo la pronuncia della
Cassazione, Giancarlo Siani sarebbe stato «giustiziato» perché avrebbe
scritto di un tradimento all’interno di un clan. Secondo la ricostruzione di
Antonio Franchini c’è nel caso Siani un interrogativo di fondo sulla maniera
di fare il giornalista, in parti d’Italia dove impera il motto “non so, non
ho visto, se c’ero dormivo”, come regola aurea per sopravvivere – regola
che non sarebbe ignota anche a quanti hanno responsabilità rilevanti negli
organi d’informazione.
7)
L’INVESTIGAZIONE NEL SOVRACCARICO DELLE INFORMAZIONI
Oggi viviamo una trasformazione straordinaria che mette al suo centro l'informazione e la conoscenza, ma in un processo tumultuoso e accelerato, quale non si era mai visto nella storia umana. Sarebbe il secondo diluvio universale: il primo d’acqua; il secondo di informazioni, senza che stavolta ci sia una voce autorevole a decidere che cosa salvare sull’arca. Per misurare l’ordine di grandezza dei cambiamenti in corso, alcuni sollevano un confronto con l'influsso della scoperta della tipografia sulla deflagrazione della Riforma protestante.
Le conseguenze sul giornalismo investigativo sono state colte esattamente da Indro Montanelli, che ha svolto un confronto tra il tempo presente e il lontano passato in cui aveva iniziato la professione di giornalista. Cinquant’anni fa, egli dice, il giornalista era il veicolo delle notizie, ora è soprattutto l’interprete: “Non solo quando fa il commentatore. Anche quando fa il cronista. La mole di informazioni è tale che la scelta già implica un giudizio (di opportunità e di valore). Questa è la prima cosa da dire, e forse la più importante”.
Più in generale, pessimisti come Giovanni Sartori hanno paventato il
pericolo che la videopolitica conduca ad una cultura della frammentazione e
della stramberia, dunque ad una democrazia demagogica, protestataria, populista.
Pessimisti di scuola diversa, come Pierre Bourdieu, hanno lanciato invettive
contro i “signori dei mass media”, che trattano la cultura come pura merce
secondo la regola del massimo profitto a breve termine, imponendo una logica
mercantile nei settori dell’arte, della scienza, della letteratura, del
cinema, del teatro, del museo.
Franco Ferrarotti ha sottolineato che il passaggio dalla modalità
analogica (un flusso continuo di informazioni) alla digitalizzazione dei
processi comunicativi implica la possibilità di modificare, cambiare,
manipolare, plasmare un dato all'infinito. Nel cyberspazio ognuno può diventare
cyber, cioè "timoniere", dunque autore e produttore di
notizie, navigatore solitario nel diluvio informazionale. Interattività e
multimedialità segnano il passaggio dai mass media al personal medium, ma all'insegna di una generale destrutturazione e
reinvenzione della realtà, ad opera sia dei media moguls sia degli stessi
utenti individuali. In generale, sembra di poter prevedere sia una nuova
confusione babelica delle informazioni, sia l’emergere di un consumo più
sofisticato ed esigente, che richiederà un tipo di giornalismo molto
qualificato, approfondito, concorrenziale in un mercato che offrirà una caterva
di notizie e di opinioni. Insieme ad un pubblico genericamente rintronato,
crescerà un consumatore con un alto livello di conoscenza settoriale: il
giornalismo investigativo diventa dunque sempre più specializzato e
attentamente valutato.
Gli ottimisti come Pierre Lévi sostengono che "Auschwitz sarebbe
stato impossibile in una società dove il 25% dei cittadini è connesso alla
Rete"; mentre Elie Wiesel sostiene che "se Hitler avesse avuto la
Rete, Mein Kampf avrebbe raggiunto
tutti gli angoli del mondo". Ad ogni modo pare certo che siamo sull’uscio
di un nuovo tipo di democrazia, basata sulla possibilità di ognuno di produrre
o controllare le informazioni, con una grande circolazione di notizie e in
conclusione una sorta di campagna
elettorale permanente.
In particolare, la carta stampata sembra se non scavalcata almeno
trasfigurata dai nuovi mezzi elettronici. Esemplare il caso di Carl Bernstein
(che con Bob Woodward condusse l’inchiesta sul Watergate). Dopo essere stato
un protagonista della tv su una delle reti americane più importanti, Carl
Bernstein ha deciso di dirigere l'informazione di Voter.com, un sito di notizie politiche. Il fondatore del
sito ha spiegato di aver scelto l'ex cronista del Washington Post proprio
per il suo passato nel giornalismo investigativo e per l’inclinazione
all’avventura nei diversi settori: "Bernstein è uno dei pochi
professionisti dell'informazione ad aver lavorato in ogni medium: quotidiani,
riviste, televisione, libri e, adesso, la Rete". Bernstein a sua volta ha
sottolineato l’importanza del suo passato nel giornalismo investigativo:
"Sulla Rete c'è il potenziale per sviluppare nuove fonti d'informazione
che non trovano spazio nei grandi media e in quegli organi d'informazione che
sono più interessati al sensazionalismo".
Molti hanno sommato queste
dichiarazioni a quelle di un altro importante protagonista del giornalismo
investigativo, Hugh Downs: "Quando ho cominciato a lavorare alla radio,
sessant'anni fa, la tv non esisteva quasi e nessuno avrebbe, allora, scommesso
su un suo boom. Ora ho esattamente la stessa sensazione, la tv è destinata a
cedere il passo a Internet. Anche se adesso ci sembra fantascienza, il mercato
ha già capito da che parte tira il vento. E io non voglio restare
indietro". Il matrimonio tra America on Line e il gruppo Time-Warner è
stato interpretato come il simbolo delle imponenti nuove forme di concentrazione
nell’ambito della nuova interattività. Giornalisti come Matt Drudge e Rush
Limbaugh sono i simboli del modo nuovo
di usare le nuove risorse tecnologiche: il Drude Report Web ha conquistato 240
milioni di hits nel 1999.
A parte la diversità delle
interpretazioni, la Rete offre una possibilità praticamente sterminata di
informazione capillare in tempo reale: grazie alla semplicità delle
apparecchiature richieste, a fronte delle ben diverse e ponderose attrezzature
della stampa e della tv, il giornalista on line è libero di intervenire ovunque
nel mondo, su qualunque avvenimento.
Il web inoltre favorisce l'informazione specializzata, offerta da siti
che selezionano soltanto un certo tipo di notizie, su soltanto un determinato
ambito, tralasciando tutto il resto. Questa informazione parcellizzata, così
diversa da quella offerta dai grandi giornali generalisti, in un certo senso è
stata interpretata come la fine annunciata dell'informazione tradizionale.
Tra i figli di Gutenberg e i figli di Internet c'è di mezzo l'industria culturale, che secondo una definizione classica produce tutto meno che cultura: è innanzitutto di-vertissement, evasione. Superficialità, passatempo, opinioni, personalizzazione, pettegolezzi rischiano di spadroneggiare sull’improbo e rischioso lavoro dell’investigazione. L’informazione rischia di diventare il grande ipermercato dove tutte le verità, le ipotesi, i fatti si sovrappongono, si inseguono e si confondono. Siamo spaesati e anche sopraffatti, come clienti abituati alla bottega e improvvisamente scaraventati dentro giganteschi ipermercati, dove ci aggiriamo tentando di raccapezzarci tra chilometri di marche e contromarche, cartellini e cartelloni, prezzi e quantità, svendite e superofferte. L’ipertrofia di un'informazione che spesso siamo incapaci di razionalizzare, dominare, digerire porta a parlare di information overload (R. M. Lossee) e di information anxiety; Saul Wurman ha magnificamente descritto la serie abituale, inesorabile, sterminata di incidenti e catastrofi che ci viene comunicata quotidianamente dai media: “la violenta tappezzeria della nostra vita”, lo sfondo e l’orizzonte della nostra scombinata intimità domestica.
Il senso forte di una svolta epocale è stato descritto incisivamente e
allegoricamente da Peter Weir in The
Truman Show: i media alterano la percezione della realtà; siamo
costantemente assediati e ingannati dalle immagini; è la prima volta nella
storia dell'umanità che si assiste ad una tale trasformazione del tessuto
connettivo del nostro pensiero sulla realtà.
Le interpretazioni apocalittiche e quelle ottimistiche si misurano da
lungo tempo a proposito dei mezzi di comunicazione di massa; anche in questa
nuova fase e anche a proposito del giornalismo investigativo le due fazioni non
sono a corto di argomenti. Con certezza non può essere sottostimato il
potenziale liberatorio, emancipativi, evolutivo dei nuovi mezzi comunicativi ed
espressivi. Ad esempio, è stato osservato che, anche se il sovraccarico delle
informazioni riduce la possibilità di formarsi una libera opinione, lo spirito
critico non sfugge alla sua indomita lotta contro le forme di filtraggio e
dogana. Sono circa venti gli Stati che tentano in qualche modo di controllare
quanto avviene sulla Rete. Ma la censura si mantiene malamente al passo con i
nuovi tempi dell’informatica.
La Cina nel 1996 tentò di essere all'avanguardia nel tentativo di controllare questi nuovi tempi. Poiché, all'epoca della rivolta di Tien An Men, la Rete aveva offerto una grande possibilità di fare conoscere al mondo cosa avveniva a Pechino e poiché anche la resistenza tibetana aveva cominciato a utilizzare questo strumento di controinformazione, fu realizzato il primo filtro telematico in grado di bloccare le richieste di informazione non gradita (una specie di Grande Muraglia attorno soprattutto ad un gran numero di siti occidentali). Anche altri paesi asiatici, in prima linea la dissenziofobica Singapore, hanno sperimentato mezzi di contenimento della forza liberatoria della Rete (ad esempio, facendo registrare presso la polizia ogni utenza; prevedendo il carcere per l'accesso ad alcune tipologie di sito, eccetera), ma il tentativo della società di Stato che smista tutto il traffico internet era il primo intervento in grande stile. A distanza di qualche anno pare che la Cina stia perdendo questa battaglia: la cyber-revolution sta minando le fondamenta del suo controllo politico e poliziesco. In Cina i cyber-cafes si moltiplicano e il numero degli utenti di Internet si è innalzato da 4 milioni a più di 30 milioni, con un impatto di crescita che raddoppia ogni sei mesi. A dispetto di ogni controllo, Internet comunque sta cambiando la Cina in molti modi.
8)
MAGISTRATURA, POLITICA, GIORNALISMO
Il problema dei rapporti tra politici, magistrati, giornalisti dovrebbe
essere descritto compiutamente all’interno di una teoria dei processi di
modernizzazione e di secolarizzazione, che qui possiamo soltanto brevemente
abbozzare nei termini classici dello sviluppo di controlli reciproci e di una
divisione dei poteri. Magistrati, politici, giornalisti, svolgono ruoli diversi,
ma limitrofi e inevitabilmente destinati a sconfinare. Nel caso dell’Italia la
confusione dei ruoli è evidente, tanto è vero che spesso magistrati e
giornalisti diventano politici di professione.
In principio le differenze sono però evidenti e nette: nel caso dei
magistrati e dei politici, ad esempio, secondo una interpretazione classica
l’etica del magistrato obbedisce chiaramente ad una logica formale dei fini
ultimi e dei valori ultimi; il politico preliminarmente obbedisce invece ad una
valutazione della razionalità dei mezzi e ad una valutazione della
responsabilità delle conseguenze. Questo risponde soprattutto all’elettorato;
quello risponde soprattutto alle leggi o ad organismi rappresentativi di
categoria. Il giornalista partecipa del mondo degli uni e degli altri, con la
differenza che deve rispondere a molti, forse troppi: l’editore, il direttore,
i lettori, i colleghi, eccetera. Spesso l’inquisito gioca il giornalista
contro il giudice; a sua volta il giudice gioca il giornalista contro
l’inquisito; come se ci fosse un duello tra il giudice e l’inquisito, nel
quale il giornalista è una sorta di ulteriore istanza, in parte arbitro in
parte complice.
Il giornalismo investigativo è sottoposto sempre al pericolo di
un’ambiguità che deforma la natura originaria del modello: una parte del
giornalismo investigativo a volte appare confezionata non per fini di pubblica
utilità, ma come arma per colpire gli avversari. Negli Stati Uniti si osserva
talvolta che invece di Watchdog si dovrebbe parlare di attack dog;
a proposito della Francia è stato osservato: “Ciò che viene eufemisticamente
chiamato giornalismo d’inchiesta spesso non è altro che giornalismo di
delazione”.
Una differenza di fondo può essere colta attraverso un confronto tra
paesi anglosassoni e paesi latini. Mentre il sistema inquisitorio vuole
conoscere la Verità, quello accusatorio vuole conoscere soltanto un determinato
tipo di prove, raccolte in un modo inappuntabile e sottoposte ad un pubblico
contraddittorio, dove è in discussione non la verità vera ma soltanto la verità
di un’accusa specifica. Il sistema accusatorio vuole conoscere una verità
procedurale e convenzionale, non reclama di conoscere tutta la verità (come
pretende il sistema inquisitorio).
Esemplare il contrasto tra il dispositivo nel sistema inquisitorio e il
verdetto nel sistema accusatorio, dove non c’è motivazione della decisione,
ma soltanto un sì o un no. Per complessi motivi storici e culturali, nei paesi
anglosassoni c’è in un certo senso più investigazione nei giornali che nei
processi, mentre in paesi come l’Italia c’è più investigazione negli
uffici giudiziari che sui giornali (tanto è vero che i giornali spesso vanno a
rimorchio dei magistrati). Negli Stati Uniti al contrario i giornali sono
preminenti rispetto alle aule giudiziarie, sia prima che dopo il processo.
La subalternità della stampa rispetto alla magistratura appare spesso
indubbia in Italia e in Francia. In proposito della Francia ha detto chiaramente
Garapon: i media non si accontentano più di riferire ciò che fanno i
magistrati, criticandoli quando è necessario, ma ne copiano i metodi,
partecipando attivamente alle indagini. Nel migliore dei casi “l’inchiesta
giornalistica affianca il lavoro dei giudici: giudici e giornalisti lavorano
insieme nell’interesse superiore della verità”.
Il circuito mediatico giudiziario è stato
denunciato da molti, che hanno al contrario sottolineato un punto rilevante: il
giornalismo troppo legato alla magistratura sarebbe la conseguenza della
incapacità di essere un servizio e un mestiere. A sottolineare la differenza
netta tra modi diversi di intendere la professione si può ricordare una tesi di
Eugenio Scalari: "la verità non c'è. Sono cinquant'anni che cerco di
convertire gli altri alla mia verità. Il contributo che un giornalista può
dare alla verità è di essere faziosamente onesto. Enunciare sempre, non
soltanto col primo editoriale ma tutti i giorni, il punto di vista da cui si
guarda, di cui nessuno può fingersi sprovvisto, perché non è pensabile uno
sguardo che non parta da un punto e uno solo dello spazio. Chi occulta quel
punto di vista, e purtroppo lo fanno i giornali di tutto il mondo, vi fa credere
di essere onnipotente e onnisciente. Vi vende una cosa che non esiste".
Questa impostazione è diametralmente opposta al teorema centrale della
tradizione americana del giornalismo investigativo: una credenza granitica nei
fatti, secondo quella celebre definizione enunciata dal Wall
Street Journal: "Noi crediamo che i fatti siano fatti…crediamo perciò
che si possa giungere alla verità sovrapponendo fatti a fatti, proprio come
nella costruzione delle cattedrali". Questo richiamo ai fatti piuttosto che
alla verità è tipico del giornalismo anglosassone: celebre la definizione di
Cronkite: la verità è troppo importante, teniamoci ai fatti.
In conclusione sul tema si può osservare quanto nella concezione
anglosassone sia difficile e complessa la strada del giornalismo investigativo,
destinato ad una raccolta o ad una scoperta molto laboriosa (e spesso ingrata)
di fatti scomodi. In Italia molti giornalisti impegnati nelle investigazioni più
scottanti lamentano di doversi confrontare non soltanto con un pubblico
indifferente od ostile, ma anche con una diffusa ignoranza dei colleghi più
autorevoli, derivante dalla materia stessa dell’analisi: a conclusione di una
ricerca i fatti ricostruiti urtano non soltanto con le verità ufficiali, ma
innanzitutto con la inadeguata conoscenza degli altri, che spesso costituiscono
il primo ostacolo da superare.
La disciplina giuridica di aspetti importanti del giornalismo
investigativo è complessa e in evoluzione. Si segnala in particolare che sono
oggetto di riflessione le conseguenze dell’art. 6 del codice etico dei
magistrati: “Fermo il principio di piena libertà di manifestazione del
pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio e misura nel
rilasciare dichiarazioni e interviste ai giornali e ad altri mezzi di
comunicazione di massa”. Inoltre, a proposito dei rapporti tra tutela della
persona e libertà di stampa, è oggetto di riflessione il crescente ricorso ai
procedimenti civili per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, con
richieste miliardarie.
Da una parte si sottolinea
che su temi altamente sensibili, come la lotta alla mafia, la piena libertà
d’informazione e di opinione è indispensabile per individuare e stigmatizzare
tutti quei comportamenti che configurano delle responsabilità politiche e
morali; dall’altro si osserva che proprio perché, su temi altamente sensibili
le responsabilità politiche e morali mettono radicalmente in questione
l’onore e la dignità della persona, non si può permettere un clima di
intimidazione basato su affermazioni tanto gravi quanto generiche.
9)
LA NUOVA FASE ITALIANA
In Italia la definizione di ciò che è o non è giornalismo
investigativo, rimane oggetto di discussioni di vario tipo. Secondo alcuni, un
giornalismo investigativo in senso stretto non c’è mai stato. Secondo altri,
invece, il giornalismo investigativo, inteso in un senso diverso e soprattutto
più ampio, ha giocato un grande ruolo, ad esempio sia per preparare Mani
Pulite, sia nel correggere gli eccessi di Mani Pulite (ovviamente i protagonisti
nei due periodi sono ben diversi).
In un arco di opinioni molto differenti politicamente e ideologicamente,
sottolineo quelli che mi sembrano i due estremi (che non sono propriamente due
estremismi, ma soltanto le due ipotesi più distanti). Giuliano Ferrara ha
difeso in particolare tesi accomodanti in merito ai rapporti tra le forze
politiche, con ovvie conseguenze a proposito del giornalismo. Egli ha
sottolineato sia l’esistenza di una degenerazione nella vita pubblica e nei
giornali; sia la necessità di andare oltre questa fase.
In particolare, Ferrara ha scritto già nel 1998 che i giornali italiani
sono cambiati nel corso degli anni novanta e che sarebbe nata una generazione
giornalistica “nerboruta e intollerante…nuovi picchiatori…”. Ferrara
scrive di non avere nessuna nostalgia “dell’epoca in cui la lobby
corporativa dei giornalisti pretendeva di esimersi dai conflitti, di estraniarsi
dagli obblighi della politica, di fornire expertise al di sopra di ogni
sospetto”, tuttavia denuncia “la degenerazione della vita pubblica italiana,
un fenomeno che avvertiamo impercettibilmente da anni, che percorre tutto questo
decennio, che è diventato come una seconda pelle anche per chi ne sia immune in
linea di principio. I Tabucchi, i Maltese e i Deaglio non metterebbero i
guantoni, non ridicolizzerebbero i loro stessi argomenti con modi polemici
primitivi, se non fossimo diventati a furia di processi e di intimidazioni un
Paese che ha sostituito la carta bollata alla carta stampata, mescolando
impuramente le tecniche dell’una e dell’altra, mettendo in opera un totale
disconoscimento di valori rispetto all’interlocutore del momento nella
politica, nella società civile, nella cultura”. In seguito, questo punto di
vista è stato ribadito e aggiornato soprattutto in occasione della campagna
elettorale del 2001. A marzo 2001 un gruppo di giornalisti guidati da Paolo
Mieli avevano pubblicato un appello contro la faziosità politica; dopo le
elezioni si sono moltiplicati gli inviti a trovare compromessi, rimuovere le
faziosità ideologiche, per consentire l’avvio di quel ciclo riformatore e
liberale di cui il paese ha urgente bisogno.
Inoltre, con un’annotazione assai rilevante a proposito della maniera
ragionevole di fare investigazione, dopo una serie di episodi riferiti in
maniera acritica dai giornali (come il caso del professore che simulava di
essere stato perseguitato in quanto ebreo), Ferrara ha denunciato
l’inclinazione ricorrente dei giornalisti (in Italia, soprattutto) a dare
credito a mitomani: “Sputtanare il mestiere del giornalismo non è difficile,
non bisogna nemmeno mettersi d’impegno, basta appunto registrare senza ironie
le mitomanie correnti”.
Infine, Ferrara ha difeso un punto di vista contrario ai processi in
piazza e sui giornali e ha raccomandato un obbligo di riservatezza delle
strutture dello Stato, a cominciare dalla magistratura. In questa prospettiva su
Il Foglio è stata raccontata copiosamente la vicenda della causa Perna
c. Italia, discussa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo il 25 luglio
2001. Chiamata ad esprimersi in merito alla condanna inflitta dalle corti
italiane al giornalista Giancarlo Perna e ad una pretesa violazione degli
articoli della Convenzione sui diritti dell’uomo che si riferiscono al giusto
processo e al diritto d’espressione, nella sua decisione la Corte europea ha
ribadito le differenze tra i ruoli della magistratura, della politica, della
stampa. In particolare, dopo aver osservato che una militanza politica attiva di
un magistrato può intaccare la fiducia dei cittadini, la Corte osserva:
“…Con un simile comportamento, un magistrato si espone inevitabilmente alle
critiche della stampa, per la quale l’indipendenza e l’imparzialità della
magistratura possono a buon diritto costituire una preoccupazione d’interesse
generale…La libertà giornalistica comprende il possibile ricorso ad una certa
dose di esagerazione, o anche di provocazione…Occorre vegliare affinché le
sanzioni adottate nei confronti della stampa siano rigorosamente proporzionate e
che le affermazioni su cui si basano abbiano effettivamente oltrepassato i
limiti della facoltà di critica ammissibile”.
All’altro estremo rispetto a Giuliano Ferrara ci sono invece proprio i
giornalisti messi sotto accusa. Molti hanno parlato di un’Italia lobotomizzata,
di una società del ricatto, eccetera, e alle accuse di far parte di un circuito
mediatico giudiziario replicano sottolineando l’esistenza di un circuito
mediatico delinquenziale, in quanto i grandi editori italiani sono di fatto
super inquisiti. In questa prospettiva risulterebbe in Italia oggi poco
praticabile una parte almeno del giornalismo investigativo: la parte che dà
fastidio a quei potenti che, pur collocati su differenti sponde politiche, sono
accomunati da una identica metodologia.
Da questo punto di vista sono interessanti
alcune dichiarazioni di Elio Veltri: <<Molti documenti per il libro L'odore
dei soldi li ho avuti attraverso la Commissione antimafia. Se il presidente
dell'antimafia Giuseppe Lumia avesse saputo che quei documenti mi servivano per
un libro non li avrei mai avuti. Non a caso ha rifiutato di partecipare alla
presentazione a Roma. So che quando si venne a sapere della relazione di
Giuffrida e dei suoi contenuti, nel centrosinistra arrivò l'ordine perentorio
di non occuparsi di queste cose. Durante la Bicamerale c'è stata una solidarietà
di fondo con il Cavaliere. Io ero relatore per la commissione sui conflitti
d'interessi. Appena feci la mia proposta basata sulla tesi dell'ineleggibilità,
il presidente Violante, dopo un'intervista di Berlusconi, tolse il tema
all'anticorruzione per darlo alla Affari costituzionali della Iervolino.
Relatore diventò Frattini di Forza Italia e la Iervolino fu poi ministro
dell'Interno...>>.
Osservazioni di questo tipo sono ricorrenti. Ferdinando Imposimato ha
sottolineato ad esempio che una parte della sinistra “chiude un occhio o tutti
e due quando è coinvolta negli affari sporchi come la TAV o la terza corsia.
Dei quali nessuno parla perché parte di quei soldi finiscono ai gruppi che
controllano i maggiori giornali italiani”.
Anche i magistrati impegnati nelle inchieste più pericolose si sono
pronunciati in termini in equivoci. In una intervista
del marzo 2001, il magistrato palermitano Antonio Ingroia ha affermato
che “L’ondata emotiva che è seguita alle stragi di Capaci e via D’Amelio
si è consumata nell’indifferenze dei legislatori, della società civile e
dell’informazione. Non è compito di un magistrato occuparsi di politica, ma
non esiste una ‘politica neutrale’, credo sia mio dovere denunciare…In
questo paese stiamo assistendo agli anni della distrazione… L’informazione
si occupa di mafia soltanto davanti ai cadaveri ancora caldi…”
Un confronto con la stampa estera è per concludere inevitabile. Infatti,
è arcinoto che la più prestigiosa ed autorevole stampa estera in un
determinato momento ha dato un’immagine dell’Italia talmente diversa da
quanto facevano i giornali italiani da indurre il senatore Agnelli ad affermare
che “l’Italia non è una Repubblica delle banane”, tentando con questa
affermazione di rovesciare quella che gli sembrava l’immagine in quel momento
all’estero più diffusa. In effetti più volte si misura una distanza
sorprendente tra l’immagine dell’Italia offerta dai giornali italiani e
l’immagine offerta dai giornali stranieri. Anche in occasione delle
manifestazioni di Genova per il G8, che hanno suscitato commenti assai negativi
di giornali come il Financial Times e il Wall Street Journal, uno
sperimentato chiosatore della stampa italiana, Massimo D’Alema, ha scritto di
“aver dovuto leggere sui giornali spagnoli e tedeschi le cronache di quello
che è successo a Genova. Non vorrei che questo fosse il segnale inquietante
della mancanza di libertà dell’informazione”. In effetti i commenti sono
stati non propriamente positivi. Die Zeit ha parlato di “una miscela di
incapacità e violenza barbara delle forze dell’ordine”, e parole simili
sono state usate da Le Monde, Der Spiegel, e vari altri.
A parte la molteplicità dei punti di vista, un punto rimane pacifico per tutti: un giornalismo investigativo imparziale, documentato, responsabile, in grado di scoprire o riscoprire aspetti ignorati della nostra realtà, è garanzia e ingrediente indispensabile di una democrazia.
Francesco
Sidoti
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