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Virgilio Ilari, pacificazione e guerra civile

   

Nonostante il titolo possa far pensare ad altro, nel volume di Virgilio Ilari, Guerra civile, edito da Ideazione, Roma 2001, lire 10.000, c'è la riflessione su un'ipotesi di pacificazione nazionale. Riportiamo tra virgolette alcune delle pagine, iniziali e finali, del libro, riprese dalla versione dattiloscritta dell'autore, stilata ben prima delle consultazioni elettorali del maggio 2001. 

 

<<Iperbole e metafora della guerra civile italiana

 

            La campagna elettorale del 2000-2001, la più lunga della storia italiana, ha registrato continui appelli a “smorzare i toni”, a “non delegittimare” l’avversario, a scongiurare atteggiamenti da “guerra civile”. Ma “guerra civile” non è qui un concetto, bensì una mera iperbole retorica per deplorare la tendenza dei due poli alla reciproca delegittimazione e demonizzazione. Ha quindi funzione meramente descrittiva: ed è anche fuorviante, non perché le elezioni del 2001 non siano davvero drammatiche e decisive, ma perché la vera guerra civile in corso non si svolge tra i due poli e non è combattuta con la scheda elettorale, malgrado gli acuti femminili in diretta televisiva e i colpi bassi parlamentari ed extraparlamentari. Tanto più se si considerano le scarse differenze di programma tra una “destra” e una “sinistra” che si contendono lo stesso tipo di elettore e sono entrambe ingabbiate dal pensiero unico, dai vincoli comunitari e dai signori della guerra civile.

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            Tuttavia di guerra civile si è parlato anche in senso propriamente metaforico, usando cioè il concetto per interpretare la storia nazionale e sollevare una vera questione politica. E’ avvenuto però in modo ellittico e dunque ambiguo, senza porre l’accento sulla guerra, bensì sulla “pacificazione”. Il primo ad alludervi, più che a parlarne, è stato Luciano Violante, a proposito della guerra antifascista. E il suo intervento aveva una specifica pregnanza, perché si innestava sulla reinterpretazione della Resistenza come guerra civile anziché come guerra di liberazione nazionale e “secondo Risorgimento”: una reinterpretazione avvenuta all’inizio degli anni Novanta e che ha svolto, come diremo, una precisa funzione nella fine traumatica della Repubblica “consociativa” nata dal patto ciellenista.

            A sua volta la lobby di Lotta continua ha approfittato di questa complessa e cruciale revisione politica della storia nazionale per riproporre l’amnistia per gli anni di piombo. Da ultimo, nell’autunno 1998, Giuliano Ferrara ha perorato la “pacificazione” nella vicenda politica attuale, indicando come condizioni necessarie e sufficienti la rinuncia della sinistra all’arma giudiziaria e un nuovo “compromesso storico” tra D’Alema e Berlusconi.

            Ma da tutti costoro la metafora della guerra civile non è stata usata come concetto e tanto meno come criterio ermeneutico. Si sono limitati ad evocarla in modo incidentale e indiretto, e soltanto Ferrara per segnalare un’impasse ormai decennale che non si sa né si vuole veramente spiegare e non si è dunque capaci di superare. Se si resta nel vago sulla natura e addirittura sull’identità della guerra, rinunciando a comprendere quale sia la posta in gioco, quali le vere parti in causa, il discorso sulla pacificazione si riduce inevitabilmente ad una perorazione moralistica, non molto diversa, nella sostanza, dagli appelli fatti in campagna elettorale da chi ha interesse ad accreditarsi come “al di sopra delle parti”.

             L’iperbole ha funzione meramente descrittiva, caricaturale, spesso con intonazione comica o sarcastica. La funzione della metafora è invece di trasferire un concetto da un campo semantico ad un altro per scoprirne aspetti fino a quel momento ignoti o afferrare quel che non si è ancora riusciti ad esprimere.

            Ma, per poter fecondare il pensiero, la metafora dev’essere pertinente e necessaria. Ci sono queste due condizioni nella questione che abbiamo sollevato? E’ possibile parlare di guerra quando non vengono usate le armi? Quale rapporto lega la guerra internazionale alla guerra civile? E’ pertinente la metafora della guerra civile alla vicenda politica italiana? In quale misura l’impiego di tale metafora può risultare illuminante? E - quel che davvero preme a noi italiani - consente di superare il modo erroneo e inefficace in cui è stata finora impostata la giusta questione della pacificazione?

 

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La questione del colpo di stato

 

            Pochi uomini politici si resero conto che l’arresto (concordato) di Mario Chiesa e l’assassinio di Salvo Lima, avvenuto un mese dopo, preludevano all’offensiva giudiziaria a tenaglia contro il vecchio regime. Sul momento il sistema tenne, dato che il vecchio centrosinistra vinse le elezioni del 1992 col 52 per cento dei voti. Era il suo minimo storico, ma il Polo e l’Ulivo hanno governato per sette anni col 42.

            Furono poi quelle camere, sbigottite dalla notizia della strage di Capaci, ad eleggere presidente della Repubblica il candidato di Pannella, l’ex-ministro dell’interno che, poco dopo Sigonella, aveva ricucito i rapporti con gli americani firmando l’accordo bilaterale gestito dal giudice Falcone. E’ rimasta l’idea che le camere del 1992 furono sciolte perché delegittimate dalle 200 richieste di autorizzazione a procedere (“il parlamento degli inquisiti”). Se così fosse stato, si sarebbe trattato di una palese sovversione costituzionale, di un colpo di stato in piena regola. Ma le cose, formalmente, non andarono così. Il parlamento fu sciolto infatti sull’assunto - discutibile ma argomentabile in punto di diritto - che il referendum maggioritario avesse implicitamente limitato il mandato delle camere all’approvazione di una nuova legge elettorale. Tale assunto non fu tuttavia neppure esaminato dal parlamento, sciolto a seguito delle dimissioni presentate, senza voto di sfiducia, dal governo Ciampi.   

            Nessuno ha eccepito la regolarità costituzionale di tale atto, avallato dall’eloquente silenzio dei padri della patria. A Scalfaro sono state rivolte accuse di parzialità a favore della sinistra soltanto per non aver sciolto le camere dopo il ribaltone del 1994. E, tornato privato cittadino, lo stesso ex-presidente ha approfittato della sua deposizione al processo per diffamazione intentato da alcuni magistrati contro Giancarlo Lehner (per l’opuscolo Attentato al governo Berlusconi. Articolo 289 codice penale, Milano, Mondadori, 1997), per sconfessare e stigmatizzare, in termini assai duri, il famoso invio del primo avviso di garanzia a Berlusconi mentre presiedeva la conferenza internazionale di Napoli sulla lotta alla criminalità organizzata.

            Il nodo politico-costituzionale del 1993 può comunque essere illuminato da un istruttivo precedente. Nel 1964 si andò vicini allo scioglimento anticipato delle camere elette nel 1963, con un modesto spostamento elettorale a sinistra che preoccupava la destra economica e la commissione europea di quell’epoca. Grazie all’abilità di Moro e di Nenni la grave crisi del primo governo organico di centrosinistra fu risolta e lo scioglimento scongiurato. Nonostante ciò, la sinistra parlò anni dopo di un tentativo di “colpo di stato” e impose un’indagine parlamentare (v. V. Ilari, Il generale col monocolo, Nuove Ricerche, Ancona, 1995).

            Tra i meriti della commissione Alessi (1970) c’è quello di aver definito in termini molto rigorosi quattro tipi di “colpo di stato”. La questione pertinente allo scioglimento mancato del 1964 e allo scioglimento effettivo del 1993, è così impostata:

 

Chi mai potrebbe inficiare di illegittimità l’esercizio incensurabilmente discrezionale del potere che ha il Presidente della Repubblica di sciogliere le due Camere e di indire nuove elezioni? Ma è altrettanto indubbio che il decreto immotivato, in sé e per sé ineccepibile sul piano costituzionale, si tramuterebbe in atto illecito e in attentato alle pubbliche libertà costituzionalmente garantite, ove risultasse programmaticamente predisposto alla produzione di avvenimenti intesi al sovvertimento della situazione politica - sia pure uno strumento solo artificiosamente legittimo, ma sostanzialmente eversivo - in altra, non più espressione della volontà popolare ma del di lui volere, al quale docilmente il nuovo Parlamento appresterebbe, poi, il mezzo, apparentemente democratico, per realizzare la sovversione costituzionale”.        

 

La rifondazione dello stato nazionale

 

            Il bilancio sociale della rivoluzione italiana, ossia dell’autogoverno  delle parti sociali, è racchiuso in due dati: in dieci anni l’incidenza dei salari sul Pil è diminuita di 10 punti e quella dei profitti è aumentata di altrettanti, mentre il numero dei poveri è cresciuto del 28 per cento (da 6 a 7.7 milioni). Per quanto in Italia sia più accentuato, il fenomeno è comune all’Europa e non indica di per sé un regresso economico. Ma l’aumento dei profitti e del gettito fiscale non si è tradotto in un finanziamento della base economica (ricerca, innovazione, infrastrutture).

            I sacrifici degli italiani non rappresentati e non garantiti sono stati sprecati per congelare (senza poterlo ridurre) il debito pubblico interno e contenere l’impatto sociale degli stessi sacrifici (aumento del crumiraggio extracomunitario, della criminalità, delle spese per la sicurezza interna e per la sanità, diminuzione della domanda interna e del tasso di istruzione, salute, fiducia e propensione al risparmio). Il patto di stabilità europeo è stato rispettato in modo puramente formale e contabile, rinunciando agli investimenti strategici per mantenere una spesa corrente iniqua, parassitaria e clientelare. In tal modo si è accresciuto il divario coi sistemi economici concorrenti e si è spostato in avanti, compattandolo, un onere ineludibile e sempre più schiacciante. In sintesi, abbiamo sacrificato il futuro alla nostra incapacità di affrontare il presente.

            La distruzione dei partiti e della mediazione politica ha riaperto la frattura tra il popolo dei sudditi e la nazione dei cittadini, proiettando la lotta di classe sul territorio. Sono così riemersi dal passato, intatti nella loro ragion d’essere geoeconomica, e perfino nella loro memoria, gli antichi stati italiani. Di fronte alla catastrofe dell’unità nazionale, gli apprendisti stregoni che l’hanno provocata si sono messi candidamente e spudoratamente a cantare Fratelli d’Italia. Scippando con destrezza lo scettro al popolo, trasformando i cittadini in sudditi e criminali, la nazione giacobina non ha distrutto soltanto la sovranità popolare, ma anche la sovranità nazionale. Non sono morti soltanto i vecchi attributi della sovranità, la lira e l’esercito. E’ morto lo stato, ridotto al cartello criminale delle  burocrazie corporative e parassitarie. 

            Al di là della rozzezza, è stato Bossi, innalzando il vessillo della secessione padana, a dire finalmente che il patto sociale è stato violato, che lo stato è morto assassinato, a porre e ad imporre la questione delle due sovranità, finalmente raccolta dal Polo. Non si tratta più di una questione tecnica come il decentramento amministrativo: si tratta, ormai, di una questione politica fondamentale, di una rifondazione popolare dello stato. Non di un nuovo Risorgimento, ma, finalmente, del vero risorgimento italiano.                          

 

Il tribunato della plebe

 

            L’esperienza italiana dimostra che commissariare la democrazia, distruggendo i partiti e sostituendo la mediazione politica con l’accordo diretto tra le parti sociali, non basta a sterilizzare la questione della  rappresentanza sociale. Se la soluzione dei partiti non è più praticabile, alla fine la loro funzione viene inevitabilmente supplita dal cesarismo, dalla personalizzazione della politica.

            Andreotti e D’Antoni sperano di poter ricostituire i partiti: non si può escludere che ciò possa, in qualche modo, avvenire in futuro, se il paese verrà pacificato. Ma, nella fase storica attuale, la leadership carismatica di Berlusconi non ha alternative, non solo per il centrodestra, ma per la salvezza del paese. Il tribunato della plebe è l’unico modo in cui i sudditi possono riappropriarsi dello scettro usurpato dalla nazione giacobina e dalle corporazioni criminali, rifondare la sovranità popolare e la sovranità nazionale, lo stato e la democrazia. Questa è la forza e al tempo stesso la debolezza non del centrodestra, ma del futuro stesso dell’Italia. Qui sta il carattere altamente drammatico della sfida elettorale con l’Ulivo, il suo carattere decisivo.  

            Molti hanno sperato di raccogliere il tribunato della plebe dalle ceneri dei partiti: Cossiga, Bossi, Pannella, Di Pietro si sono sentiti defraudati dall’autocandidatura di Berlusconi. I professionisti della politica come i Masaniello “vestuti d’ariento” l’hanno considerato un usurpatore; ma erano loro ad essere fuori posto, dal momento che la natura del colpo di stato aveva ridotto la politica a puro teatrino, a pura sovrastruttura. Solo chi proveniva dal mondo dell’impresa poteva andare alla radice della questione. Se cadeva la funzione mediatrice della politica, allora diventava necessario il coinvolgimento diretto dell’impresa in politica. Gardini si è suicidato. Berlusconi ha varcato il Rubicone. Le grandi famiglie del capitalismo hanno ripetuto lo stesso errore che commisero quando, dopo avergli lasciato il monopolio della televisione privata, lo esclusero dal salotto buono. Hanno giocato la carta dell’ostracismo, del conflitto d’interessi, invece di contrapporgli Colaninno, o lo stesso Agnelli. All’inizio della sua straordinaria avventura politica, Berlusconi era il leader dei girondini, la fazione perdente della rivoluzione italiana: ed è in tale veste che ha perso le elezioni del 1996. Solo nel 1998, rompendo il patto rifiormista con D’Alema, sollevando la bandiera dell’anticomunismo, entrando nel Ppe e infine rinnovando su nuove basi il patto nazionale con la Lega, Berlusconi è diventato il tribuno della plebe, il rappresentante dell’Italia detronizzata.

            Difronte al coagularsi di un nuovo blocco sociale, sono esplose le contraddizioni della sinistra. Ridotta a una compagnia di giro, ai salotti delle contesse, ha perso ogni radicamento sociale e ogni reale funzione politica. Il regime senza ricambio non ha resistito una sola legislatura. La concertazione tra le parti sociali, architrave del regime, è crollata perché non è stata in grado di sostituire la mediazione politica e nemmeno di rappresentare le parti sociali più forti. La piccola e media impresa ha sloggiato dalla confindustria le controfigure di Agnelli e l’unità sindacale è morta. Così clamoroso è stato il fallimento del disegno liberista che oggi le speranze di ricostituire i partiti tradizionali poggiano sui due capi del sindacato, D’Antoni e Cofferati. 

           

La questione della pacificazione

 

            Non può esserci pacificazione prima della battaglia, come surrogato della vittoria. Un popolo detronizzato non deve supplicare la clemenza dell’usurpatore, deve riprendersi lo scettro o rassegnarsi alla schiavitù. Sarà il sovrano legittimo, una volta ripristinata la legalità costituzionale, a temperare con la clemenza la necessaria giustizia su chi ha osato la violenza e la sovversione. Il ripristino della legalità costituzionale e della democrazia, la rifondazione dello stato nazionale e della libertà passano per la vittoria del centrodestra e il governo Berlusconi, ma non si risolvono in esse.

            C’è una necessità storica, non la garanzia che le elezioni saranno vinte e che il governo del tribuno della plebe sarà all’altezza del compito. Il compito non riguarda il centrodestra e Berlusconi, ma il paese, ciascun cittadino, ciascuna cultura e famiglia politica. La rifondazione dello stato nazionale passa anche per una autentica rifondazione della sinistra. La pacificazione non è un atto di buona volontà, una cerimonia bizantina, un coro da teatro. E’ un duro, difficile e drammatico processo politico, che si scontrerà con tutti gli interessi ostili all’Italia, con le ragioni della guerra bianca ancora in corso contro la Fortezza Europa. Nulla garantisce che sia possibile, che il paese lo comprenderà e lo vorrà. Ma il solo modo di poter pacificare il paese è dargli la coscienza della sua guerra.>>

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