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Cacucci Editore

Premessa alla ristampa del marzo 2000

Questa edizione è identica alla precedente. L’editore mi ha consigliato di citare nella quarta di copertina le frasi di apprezzamento che sono state scritte a proposito della prima edizione. Pubblico soltanto alcuni degli elogi nei confronti di un’impresa che avevo cominciato con varie perplessità; temevo di farmi soltanto nemici tra i colleghi accademici, che in larga misura condividono l’atteggiamento più diffuso nei confronti dell’intelligence: una radicata diffidenza. Mentre tra gli accademici mi aspettavo quantomeno diffidenza, sapevo anche di non poter contare su una particolare attenzione degli addetti ai lavori, che in stragrande maggioranza mancano proprio di quella cultura dell’intelligence che invece ritengo sia indispensabile.

Il mio scetticismo era in parte ingiustificato. Insieme alle riviste scientifiche citate nella quarta di copertina, molti altri apprezzamenti di autorevoli colleghi sono apparsi su periodici e organi di stampa a larga diffusione. Sul quotidiano Il Mattino, 15 agosto 1998, il professor Guido Gili ha scritto un articolato commento a questo volume. Cito testualmente: <<Il termine morale che si trova presente già nel titolo del libro ci sorprende perché l’attività di spionaggio è associata all’idea di un lavoro sporco, all’ambiguità e al doppio gioco, alla possibilità di infrangere le comuni barriere legali e morali, a cui non è estranea la vicenda non sempre limpida dei servizi segreti nel nostro Paese. Il termine morale, sottolinea invece Sidoti, rinvia innanzitutto all’essenziale finalità dell’attività di intelligence: ‘il fine ultimo è risparmiare vite umane’, garantire la sicurezza individuale e collettiva, cioè ottenere (se possibile) grandi vantaggi con un piccolo costo.

Per questo l’etica non riguarda soltanto i fini, ma anche il ‘metodo’. Proprio perché si occupano di cose ‘sporche’ e delicate, si sottolinea nella tradizione anglosassone, le ‘spie’ dovrebbero essere istruite e gentiluomini…Però, osserva giustamente Sidoti, le rette intenzioni, la dirittura morale e la competenza non sono sufficienti. In una società democratica e pluralista ‘le buone intenzioni sono più importanti sia delle buone intenzioni sia dei buoni leader’. La vera garanzia, nel nostro come in tutti gli altri paesi democratici, sta in istituzioni e organizzazioni della sicurezza che non rispondano a questo o a quel centro di potere, ma siano inserite in un sistema di poteri separati, bilanciati, controllati>>. Ho voluto citare ampiamente questa recensione perché indirettamente risponde ad una critica che mi è stata rivolta da un commentatore peraltro benevolo.

Virgilio Ilari, brillante polemista e grande esperto di storia militare, comincia la sua recensione, su Ideazione, 4, 1998, con un elogio: <<Il saggio muove da un’acuta analisi filologica…>>. E' uno degli aspetti che a molti è sembrato particolarmente interessante. Infatti, l’analisi sulla radice del vocabolo intelligence, svolta nei termini che qui trovate, è assolutamente sconosciuta nella letteratura internazionale (a mia conoscenza); ci sono arrivato dopo diligenti ricerche e attraverso la consultazione di esperti in filologia classica che debbo ringraziare. In particolare, il professor Onofrio Vox, che ha pazientemente discusso con me l’ipotesi filologica e mi ha aiutato a utilizzare bene i due Dictionnaires étimologiques editi da Keincksieck. Quanta fatica per differenziarsi dai praticoni dello spionaggio e della disinformazione!

Insieme agli elogi, Ilari mi fa però una critica vivace, che cito integralmente: <<Una volta rifondati su solidi principi morali – scrive Sidoti – i servizi di intelligence dovrebbero essere considerati non già mere strutture, bensì vere istituzioni imparziali e permanenti, al servizio diretto dei cittadini e non già dei governi, transeunti e ‘di parte’. Nel suo disarmante candore questa tesi ‘sociologica’ e del tutto incostituzionale riflette bene il devastante processo di corporativizzazione della burocrazia statale. In un Paese in cui la supremazia della politica sulle corporazioni è stata lesa col pretesto di contrapporle un preteso ‘Stato di diritto’ e l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo è stata rivendicata e di fatto esercitata anche nei confronti del legislativo e perfino dello stesso ordinamento giuridico, può apparire quasi logico che anche tutte le altre corporazioni e burocrazie statali, inclusi polizia, diplomazia e servizi segreti, rivendichino la loro fetta di autonomia e di anarchia moralmente fondate>>. Mi pare che nella riflessione di Ilari ci sia da un lato un fraintendimento dei processi poliarchici nelle società democratiche, dall'altro una sottovalutazione dei rischi insiti nella prospettiva contrapposta. Fra l’altro, anche Gili, come appare dalla lunga citazione precedente, condivide la mia impostazione. Visti alcuni politici in circolazione, non mi sentirei tranquillo al pensiero di uno stretto dominio partitico sull’intelligence (negli Stati Uniti, l'FBI ha una forte tradizione di indipendenza, e lo stesso si può dire di varie altre agenzie). Ma in un certo modo mi ha fatto piacere questa critica, perché mi permette di sottolineare ulteriormente che in specie per quanto riguarda l’intelligence, sono dalla parte del candore, della pulizia, della trasparenza, del servizio pubblico e non ‘di parte’. La società aperta è una società caratterizzata da <<controlli e contrappesi>>, non dalla supremazia dei professionisti della politica, che stiano in Parlamento o nel Governo.

Ribadisco: intelligence e spionaggio sono attività nettamente distinte. Lo spionaggio può essere sommariamente definito come un traffico di informazioni riservate; l’intelligence (che è caratterizzata dal tentativo di interpretare dati, anomalie, sospetti, indizi, frammenti relativi a situazioni incerte o minacciose) può essere sommariamente definita come l’attività di raccolta, valutazione e cura delle informazioni relative alla sicurezza. Se non è svolta con grande consapevolezza della rilevanza delle problematiche etiche, politologiche, metodologiche, e in particolare dei problemi che derivano dalla rivoluzione delle informazioni, l’attività di intelligence può fare più male che bene. Senza il primato morale dei valori della legalità, della pace, della libertà, della cooperazione, le organizzazioni dell’intelligence possono attraversare pericolosi processi degenerativi; altri processi degenerativi possono essere causati da inadeguatezze epistemologiche: più aumenta la conoscenza e più aumenta l’ignoranza. La rivoluzione delle informazioni porta in larga misura alla sovrabbondanza e alla incoerenza dei dati; aumentano le situazioni ambigue e la nostra necessità di discernere tra notizie vere, false, esagerate, tendenziose, malvagie, paranoiche. A differenza dell’attività di spionaggio, che era impastata di ambiguità, l’attività di intelligence mira soprattutto a fare chiarezza contro l’ambiguità, a stabilire una gerarchia di rilevanza e a proporre alternative.

I temi dell'intelligence sono centrali e controversi nella cultura contemporanea, ma sono assai rilevanti anche nella cultura classica. Non per niente, come vedrete, su alcuni degli argomenti trattati in queste pagine hanno scritto Hobbes, Kant, Montesquieu.

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