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Mostri?

di Francesco Sidoti


(in corso di pubblicazione su <<Mediterranean Journal of Human Rights>>, 2000, con varie note bibliografiche)


    1. Mi propongo di dimostrare che l'idea del mostro, privo di umanità e dei relativi diritti, è un approdo recente dell'immaginario collettivo.Con la rivoluzione illuminista, dopo autori
come Beccaria e Voltaire, si affermò l'idea di una umanizzazione del
sistema penale. Dal 1764 (anno in cui viene pubblicato Dei delitti e delle
pene
), comincia a declinare l'epoca delle torture, delle forche in piazza,
degli squartamenti; il criminale progressivamente diventa uno di noi, quasi
uno come noi, caratterizzato da aspetti specifici, ma non particolarmente
odiosi, che coprono tutte le gradazioni della ordinaria umanità, dalla
sfortuna alla malattia, incluso ovviamente un perseguimento estremistico
dell'interesse personale. Nel 1968 il criminale arriva al massimo di quella
comprensione che aveva guadagnato nel corso di due secoli, ma quasi subito
comincia una rovinosa marcia all'indietro: sempre più spesso viene
etichettato con l'epiteto infamante del mostro. Non un mostro prodigioso, a
volte perfino bonario, come quelli del passato, ma un mostro di tipo nuovo,
incarnazione non più di un'abnormità fisica e creaturale, ma di
un'abiezione e di un'alterità totali: una personificazione del Male.

   2. Esiste un percorso lineare che va dalla Magna Charta Libertatum al
Bill of Rights americano del 1791 e poi alla Dichiarazione universale dei
diritti dell'Uomo del 1948. La tradizione dei diritti umani viene
considerata quasi da tutti come la migliore tradizione occidentale, nata
sulla base della fraternità universale, predicata dal cristianesimo (che su
questo punto si differenziava nettamente dall'ebraismo). Nel caso
paradigmatico della storia anglosassone, l'affermazione dei diritti umani
procede attraverso una progressione secolare: diritti civili nel
diciottesimo secolo, diritti politici nel diciannovesimo secolo, diritti
sociali nel ventesimo secolo. Durante gli anni Sessanta del XX secolo si
affermarono tumultuosamente molti nuovi diritti, per gli studenti, i
lavoratori, le donne, i fanciulli, i profughi, gli handicappati, gli
omosessuali, le minoranza etniche, i malati mentali, i tossicodipendenti, e
così via. Mentre si cominciava a discutere dei diritti del mondo vegetale e
di quelli del mondo animale (incluse pulci, cimici e zanzare), anche i
criminali arrivarono al capolinea di un tragitto storico: dal
riconoscimento dello statuto di esseri umani, dotati di diritti che non
potevano essere trascurati, si giunse alle proposte abolizioniste del
carcere e alla romanticizzazione del delinquente, che era esistita anche
nel passato, ma col tempo si colorava di ideologizzazioni nuove. Basti
pensare al capovolgimento della considerazione dell'autore del reato,
sovente guardato come innanzitutto <<vittima>> di una società repressiva,
autoritaria, capitalista, e così via.
    Nella storia infinita della criminalità sono avvenute trasformazioni
assai rilevanti e per certi aspetti mirabolanti. Quella del 1968 è una
svolta fondamentale, che segna l'apogeo di una tendenza secolare alla
riduzione dei crimini e il serpeggiante inizio di una tendenza diversa: un
nuovo aumento dei crimini e un nuovo allarme sociale. La grande sociologia
ottocentesca e novecentesca aveva molto sottolineato l'importanza del culto
crescente dell'individuo e della dignità personale per spiegare la
diminuzione dei delitti in termini numericamente indiscutibili (ad esempio
i tassi di omicidio decrescono obiettivamente e significativamente). Nelle
società moderne, come è esistito un processo di civilizzazione dei costumi
e della convivenza, così è esistito un processo di civilizzazione del
crimine. Tra civilizzazione della criminalità e affermazione dei diritti
umani, c'è un evidente rapporto logico e cronologico: la costante
diminuzione dei crimini coesisteva con un costante allargamento della sfera
dei diritti riconosciuti agli individui.
   La recrudescenza dei delitti, iniziata con il 1968, si impone
all'attenzione pubblica soprattutto dopo la caduta del comunismo, quando è
evidente l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata da aspetti
politologici, tecnologici, sociologici molto diversi rispetto al passato,
su scala internazionale. Se guardiamo alla storia della criminalità
attraverso i secoli, le dimensioni del cambiamento sono impressionanti. Da
un periodo caratterizzato dalla diminuzione siamo passati ad un periodo
caratterizzato dalla crescita quantitativa e dall'aggravamento qualitativo.


    3. L'attentato alle torri gemelle di New York precede gli attentati
nella metropolitana di Tokyo, con i quali va accoppiato per le profonde
ripercussioni nell'immaginario collettivo. Quegli attentati segnano un
punto di svolta nella concezione delle società contemporanee, che scoprono
nella concretezza di un avvenimento sensazionale la estrema vulnerabilità
delle proprie strutture. Si è parlato di un passaggio dal terrore
orizzontale (la metropolitana) al terrore verticale (i grattacieli); si
potrebbe parlare della somma di tutti e due, o meglio del prodotto di
entrambi: l'uno moltiplicato per l'altro, con il totale poi ripetuto in una
caleidoscopica possibilità di variazione. Ogni paese si adatta allo spirito
del tempo rispettando le tradizioni nazionali. Ad esempio, i sabotaggi
sulla Deutsche Bahn, le ferrovie della organizzatissima Germania, hanno
portato alla mobilitazione di elicotteri con visori all'infrarosso e di
squadroni di Tornado attrezzati per la ricognizione elettronica. La
tradizionale capacità italiana di fare di tutto un'arte, ha portato ad una
ingegnosa novità anche in questo campo: non soltanto l'illegalità come
forma d'arte (è un tema che richiederebbe la levatura del Burckhardt di Die
Kultur der Renaissance in Italien
per poterne parlare compiutamente), ma
l'uso dell'attentato alle opere d'arte come mezzo simbolico di spiegazione,
di comunicazione e di contrattazione; è quanto si sostiene sia avvenuto in
occasione di gravissimi attentati a Roma, Milano, Firenze.
   In un mondo estremamente vulnerabile, per una serie di ragioni
tecnologiche, demografiche, economiche, a tutti note, è imponente la
possibilità di arrecare minaccia e danno. Anche da questo punto di vista,
il tema antico, o, per meglio dire, eterno, della criminalità è
metabolizzato ed esorcizzato dentro inedite forme culturali. Sono
tramontati alcuni vecchi schemi di assorbimento delle pulsioni di paura,
quelli legati al comunismo o alla speculare reazione anticomunista:
nell'età industriale la paura era materialisticamente e razionalisticamente
motivabile (soprattutto come fatto sociale, e solo eccezionalmente come
degenerazione della scienza e dell'industria), ora le definizioni di paura
sono più intense, diffuse e indeterminate, a volte connesse con una inedita
fobia del corpo e della sessualità, figlie di questa età dell'ingegneria
genetica, dei trapianti di organi, della fecondazione in vitro, delle
droghe pesanti e dell'AIDS, della fiorente commercializzazione di cornee,
reni, sangue, embrioni, gameti, vergini e bambini. Non è il sonno della
ragione, ma peggio, in un certo senso; la ragione è accerchiata e per certi
aspetti sovrastata da un mondo traboccante insidie e pericoli. I mostri di
Goya erano separati e distinti dalla realtà, come i mulini a vento di
Cervantes, come le fantasie ariostesche o i dannati danteschi. Ora la
realtà sembra produrre i mostri, che vivono nutrendosi di
minacce  e di incubi reali.
     E' certo un' epoca nuova sotto tanti profili. Nel fondatore della
criminologia, c'è una certa idea del criminale, non del mostro. Dal 1870,
nella impostazione di Lombroso è preminente la visione relativa ad
un'evoluzione storica che a livello individuale può bloccarsi o ritornare
all'indietro, nel passato ancestrale e bestiale dell'umanità. Egli
sottolinea che gli istinti primitivi, <<scancellati dalla civiltà, possono
ripullulare anche in un solo individuo>>; crede che il criminale sia un
essere insensibile al dolore e alla morale, caratterizzato dalla
instabilità e dalla violenza delle passioni; definisce in conclusione i
delinquenti come <<selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà
europea>>. Le idee di Lombroso si ritrovano in altri eminenti autori del
suo tempo; ad esempio, nelle descrizioni freudiane della psicologia delle
masse, alcune dinamiche sono colte da una prospettiva astorica e universale
che si potrebbe definire di tipo lombrosiano: Freud vede positivamente
l'azione repressiva della civilizzazione e teme il rischio di un
affrancamento dalle inibizioni morali, con un possibile ritorno
sconvolgente dentro la mente umana di <<relitti di tempi primordiali>>, che
si ridestano, riemergono e aspirano ad un soddisfacimento di pulsioni
primarie, aggressive, violente.
   Il criminale ottocentesco non era un mostro: era sempre un essere umano,
forse troppo umano, al massimo un selvaggio, come in Lombroso o in Freud.
Questa concezione viene perfezionata nel corso del ventesimo secolo. Ad
esempio, è stato messo in rilievo che è possibile giudicare in più modi una
persona ritenuta colpevole nel senso giuridico del termine. Per una
imponente letteratura, grande parte dei comportamenti che vengono definiti
come crimine sono soltanto il risultato di una sconfitta nella lotta per la
divisione della ricchezza. La teoria secondo la quale <<non sarebbe
possibile tracciare una netta linea di confine tra il comportamento di chi
lavora onestamente e quello di coloro che vengono comunemente definiti
furfanti>>, ha costituito <<un costante punto di riferimento, confessato od
inconfessato, di una ricca produzione scientifica>>. Criminologi molto
autorevoli hanno spesso insistito sulla normalità dei criminali; da questo
punto di vista molte delle persone condannate al carcere (ad esempio per
reati contro il patrimonio) sono sostanzialmente prigionieri di guerra,
combattenti sfortunati, catturati nel corso di operazioni militari rivolte
a rafforzare avamposti di trincea nella lotta per il controllo del sistema
economico.
   A proposito della normalità di molti comportamenti illegali sono
esistite trattazioni che hanno sottolineato un punto importante: certi
comportamenti possono diventare criminali dall'oggi al domani (come il
consumo di alcool negli Stati Uniti durante il proibizionismo) o possono
essere ridefiniti non criminali dopo essere stati considerati tali per
tanto tempo (come l'interruzione volontaria di gravidanza). Il problema
ancora più significativo è però un altro: in società dove esiste un
conflitto molto aspro per la ripartizione del potere e del denaro, tutti
tentano di appioppare agli avversari l'etichetta di criminale, oppure di
santificare come legale il proprio uso e consumo di comportamenti illeciti.
In proposito gli autori marxisti hanno scritto intere biblioteche, ma anche
i non marxisti e gli antimarxisti hanno sottolineato il punto; in questa
ottica Pareto, nel paragrafo 2086 del Trattato sottolinea quanto è sottile
la frontiera tra legale e illegale: <<Chi usa la violenza illegale, nulla
di meglio desidera se non di poterla trasformare in legale>>.

    4. Le idee sofisticate e articolate sulla criminalità si impongono e
diventano dominanti, fino a quando, tra il 1968 e il 1989, si realizza
un'altra svolta epocale. E' un cambiamento che stravolge le categorie
interpretative. Ad esempio, ha fatto il suo ingresso nella letteratura il
concetto di <<Stato criminale>>, con riferimento a massacri di minoranze e
popolazioni innocenti (ebrei, zingari, armeni, kulaki, cambogiani, e così
via), che sono sempre avvenuti nella storia, ma che ora danno spazio ad una
categoria interpretativa benvista al fine di giustificare l'intervento
diretto e indiretto in molte parti del mondo. L'espressione <<Stato
criminale>> viene associata ai cosiddetti <<democidi>>, cioè i massacri di
massa perpetrati dai governi, che in questo secolo secondo alcuni calcoli
ammonterebbero a circa 170 milioni di vittime.
   Secondo alcuni osservatori, un insieme di fenomeni (in primo luogo la
guerra fredda, ma in maniera rilevante lo sconvolgente giro d'affari delle
sostanze psicotrope) avrebbe prodotto la criminalizzazione di settori molto
ampi dell'economia internazionale, tanto che alcuni esperti, come il
senatore americano Kerry, hanno sostenuto che la realtà supera la fantasia
e che si dovrebbe addirittura cominciare <<una nuova guerra>>; è vero che
gli Stati hanno spesso adottato comportamenti da criminali, ma adesso la
diffusione della nozione di Stati  criminali sembra una strada contorta per
dipingere il villaggio globale in un villaggio senza ordine e legge, in
attesa spasmodica dell'arrivo di uno sceriffo senza macchia e senza paura.
    Il rischio maggiore è che un eccesso di demonizzazione non soltanto
colpisca innocenti, ma crei solidarietà per i veri colpevoli o induca a
comportarsi da gaglioffi persone che dovevano rispondere soltanto di
piccoli errori.
     Per spiegare meglio questa evoluzione, o degenerazione, delle
categorie interpretative, sarà utile un accenno alle trasformazioni della
mafia, che rappresentano un altro caso evidente di tralignamento di
fenomeni che per la straordinaria accelerazione storica del nostro tempo
sono stati sottoposti ad una sorta di mutazione genetica. Fino al 1968 la
mafia siciliana era un residuo premoderno dentro la società industriale.
Funzionava in genere come una sorta di Stato parallelo, che vendeva
protezione in maniera più efficace dello Stato vero e proprio, eseguendo
condanne e riscuotendo balzelli, ma sempre sulla base di un codice morale,
per quanto sanguinario e illegale: non si uccidevano donne, non si
uccidevano magistrati, carabinieri, e così via. E' ormai scomparso
quell'antico codice d'onore, con i suoi costumi spartani e morigerati, con
quella concezione a suo modo rispettosa della legge e dell'ordine. Il
termine stesso diventa una metafora, svincolata dal riferimento al suo
contesto geografico originario; infatti, si parla correntemente di mafia
russa, mafia albanese, e così via, per riferirsi ad organizzazioni
criminali caratterizzate da un'aggregazione tribale e da una particolare
ferocia.
    Alle origini, la mafia siciliana era tutt'altro che tribale e feroce;
la ricerca costante di un rapporto privilegiato con le forme di potere
politico corrispondeva ad una vocazione d'ordine che ne faceva un fenomeno
parallelo prima ancora che criminale, tanto è vero che se ne parlava
autorevolmente come di un potere istituzionalizzato.
   In una situazione generale di grande tensione è significativa
l'evoluzione degli apparati di intelligence, che secondo una tradizione
secolare erano caratterizzati dall'essere predisposti contro i nemici
stranieri, contro di loro, non contro di noi. In maniera accentuata diventa
invece sempre meno importante la distinzione tra esterno e interno; è stato
inoltre sostenuto che l'elemento <<più importante>> per una definizione
dell'intelligence è il concetto di minaccia, perché <<senza minacce non ci
sarebbe bisogno dei servizi di intelligence...Una minaccia non è soltanto
un fattore sconosciuto che potrebbe danneggiare gli interessi di qualcuno,
ma è qualcosa potenzialmente capace di arrecare un danno assai grave>>, ed
è stato osservato che la stessa intelligence può essere definita come <<la
collezione minacciosa dei segreti minacciosi di qualcun altro>>. La
centralità del concetto è dunque rilevante sia per quanto riguarda le
minacce che bisogna fronteggiare sia per quanto riguarda le minacce che si
è in grado di fare agli avversari. Alcune operazioni di intelligence che
sono costate anni di fatica e montagne di lavoro, come l'impegno dei
servizi segreti francesi nella ricerca di Carlos o come l'impegno dei
servizi segreti americani nella ricerca di Aimal Kansi, hanno seguito la
logica del fare paura in un mondo in cui è necessario essere fortemente in
grado di dissuadere, nel senso più antico e tradizionale. Con una
conseguenza che può portare all'estremo una idea che effettivamente
esisteva nella cultura classica, ma in mezzo a limiti di varia natura:
l'idea che l'apparato legale formale e la stessa morale comune non siano
completamente vincolanti.
    Aveva detto Hobbes efficacemente  nel De Cive: <<Tutti i doveri di chi
ha il potere sono compresi in questo solo detto: la salvezza della comunità
è la legge suprema>> (XIII, 2). In occasione di fatti molto gravi, si parla
spesso di mostri, e sorge obbligata la domanda: come bisogna comportarsi
nei confronti dei mostri? Un esempio particolare sono i terroristi. A
proposito degli artificieri della Real Ira che con un attentato causarono
nel 1998 in Irlanda la morte di 28 persone, Tony Blair disse che si
trattava di <<psicopatici>> e il ministro Mo Mowlan affermò: <<Queste non
sono persone normali, sono animali>> (calunniando peraltro, come spesso
accade, quegli animali che sono noti per la loro mitezza, e in generale
tutti gli animali, che, da un punto di vista morale, sono di gran lunga più
apprezzabili di chi programma razionalmente l'uccisione di innocenti e
perfino la giustifica sulla base di sedicenti valori rivoluzionari).
   In tutti i paesi, i mezzi di comunicazione e la popolazione diventano
ossessionati dall'idea della mostruosità. Le conseguenze sono di grande
rilievo. Ha una sua verità il detto di Federico Nietzsche: a forza di
guardare dentro l'abisso, l'abisso guarda dentro di noi. Quando emerge la
convinzione di avere a che fare con fenomeni che non sembrano tipici degli
esseri umani, ma di selvaggi, animali, mostri, molte persone  (dai privati
cittadini alle vittime, dai media agli operatori di polizia) possono cadere
in comportamenti devianti rispetto alla scrupolosa osservanza delle
procedure. Questo tipo di devianza può produrre un vasto numero di
anomalie, dalla giustizia sommaria alla manipolazione delle prove di
colpevolezza. In conclusione, in un'età storica caratterizzata
dall'instabilità dei criteri morali e da un elevato livello di
vulnerabilità, c'è costantemente il forte rischio che si verifichino
fenomeni di caccia al mostro, caratterizzati dal desiderio di assicurare
comunque un colpevole da gettare in pasto ad un'opinione pubblica assetata
di giustizia. Un ritorno all'indietro nel processo di civilizzazione può
avvenire sia dalla parte di chi compie i crimini più odiosi, sia dalla
parte di chi con le migliori intenzioni si contrappone a questi crimini. La
vendetta privata, il rifiuto del garantismo, le tendenze forcaiole e
giustizialiste sono figli legittimi di questo nostro nuovo tempo dei
fenomeni criminali.
Secondo vari osservatori una profonda crisi di identità è all'origine di
molti casi di deviazione che sono accaduti all'interno degli apparati
repressivi e che hanno visto i responsabili dell'ordine pubblico accusati
di gravi reati. Se il concetto di colpevolezza diventa controverso, allora
anche il concetto di responsabilità diventa confuso. Quando queste idee
fondamentali si snaturano in nozioni problematiche, incerte, ambigue, i
cittadini possono essere facilmente indotti al raggiro, al fraintendimento,
all'errore, e gli stessi apparati repressivi possono rimanere vittime di
grave confusione mentale in merito all'utilità e al senso del proprio
ruolo.
     E' assai significativo che la, nozione di criminale spesso si confonda
con quella teratologica del mostro. E' una parabola esemplare dei tempi
poco tranquilli in cui viviamo: il mostro comincia la sua carriera
nell'immaginario della più classica e antica cultura occidentale come
dimostrazione di prodigiosità creaturale; è oggetto di benevola
comprensione nelle pagine celeberrime di Montaigne; offre l'occasione della
santità al canonico Giuseppe Cottolengo; patisce i suoi specifici fremiti
amorosi, da Mary Shelley fino a Mel Brooks; viene definito <<delicato>> da
Baudelaire; è perfino arruolato da Bruno Bettelheim, in The Uses of
Enchantement
, nel ruolo degli educatori indiretti, perché sarebbe un utile
espediente nelle favole dei bambini, per allenarli precocemente a tutte le
schifezze che inevitabilmente dovranno affrontare come adulti.
   Purtroppo, non ci sono più i mostri di una volta, come documentano
minutamente le granguignolesche analisi delle macellerie private di molti
efferati assassini. I figli delle tenebre e i figli della luce si
confrontano in questo livido tramonto di tante certezze; mentre la
sopravvivenza e il senso dei sistemi democratici sono messi in questione da
nuove <<religioni demoniache>>.
   Per tutti questi motivi, come accadeva negli scambi classici tra
fantasia e realtà, purtroppo <<abbiamo ancora bisogno dei mostri per
rasserenarci>>. Il mostro è l'alieno in mezzo a noi; è l'inspiegabile,
l'incredibile, l'inammissibile, diventato finalmente visibile e tangibile.
La radicale alterità del mostro può circoscrivere il nostro cono d'ombra;
può accreditare per contrasto una bontà inesistente; può dunque rassicurare
un'identità incerta, ambigua, traballante. In conclusione, spesso il mostro
è una specie di terapia a buon mercato per i martellanti disturbi mentali
del cittadino medio del nostro tempo.

 

Francesco Sidoti

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