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Due
dibattiti con il presidente e i capigruppo AN e DS in Commissione Stragi: sen.
Giovanni Pellegrino, sen. Alfredo Mantica, on. Walter Bielli.
Sono
stato invitato a partecipare a due dibattiti con le persone formalmente più
competenti a proposito di alcuni degli episodi più inquietanti e drammatici
avvenuti in Italia dal 1969 ad oggi, cioè dalla strage di piazza Fontana al
caso D'Antona. Il primo dibattito si è svolto in occasione della presentazione
di un volume del sen. Giovanni Pellegrino, avvenuta il 20 novembre 2000,
nell'aula Aldo Moro della Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Bari;
ero tra i presentatori del volume, insieme al sen. Mantica e ad altri ospiti.
Tale pubblico incontro è stato seguito il giorno dopo da un altro incontro, con
altri illustri intervenuti, in primo luogo Walter Bielli, che ha presentato
l'impostazione seguita dai DS all'interno della Commissione Stragi. Riassumo le
osservazioni da me svolte in tali occasioni.
La vicenda del presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino,
può essere vista come un capitolo di quel che in sociologia si chiama mobilità
verticale. E' una caratteristica delle società democratiche: mentre nell'antico
regime si nasceva baroni e si moriva baroni, o si nasceva pezzenti e si moriva
pezzenti, nelle società democratiche si può passare ben più facilmente dalle
stalle alle stelle.
E' proprio ciò che sembra accaduto al presidente Pellegrino. Il suo
volume (Segreto di Stato.
La verità da Gladio al caso Moro, con Giovanni
Fasanella e Claudio Sestrieri, edito da Einaudi) nasce da vari fallimenti: il
presidente Pellegrino non è riuscito ad elaborare un documento unitario della
Commissione, si è trovato isolato nel suo stesso partito, ha deciso addirittura
di abbandonare la politica. Da presidente della Commissione Stragi, insieme alle
irrisioni di Cossiga ha subito anche attacchi impietosi sul piano personale, che
oggi per incanto si sono come dissolti lasciando il campo al massimo che si
possa desiderare sul piano dell'immagine: il presidente Pellegrino raccoglie
applausi a scena aperta sia sulla
prima pagina del Corriere della Sera
sia sulla prima pagina di Repubblica,
da due autorevolissimi commentatori, che sono su posizioni assai diverse, al
limite dell'insulto, ma ciononostante felicemente convergono nel tributare tutti
gli onori al presidente Pellegrino (che nel volume in questione usa spesso il
<<noi>>, intendendo riferirsi ai risultati delle analisi
complessivamente svolte da tutta la Commissione nel corso di un lavoro che negli
anni è costato tantissimi miliardi e si è servito di una mole impressionante
di esperti e di documenti).
Questa notevole trasformazione di giudizio non trova a prima vista
motivazione in originali e specifici risultati presentati a nome della
Commissione. Nel suo volume, sui temi più controversi, il presidente Pellegrino
dice apertamente di non aver raggiunto verità certificate di tipo nuovo.
Nonostante un maldestro sottotitolo presenti il volume anticipando <<La
verità da Gladio al Caso Moro>>, il presidente Pellegrino sottolinea che
l'istituto francese Hyperion <<è uno dei grossi nodi con cui ci stiamo
misurando da sei anni, senza alcun risultato>> (p.135), la vicenda Moro
<<non è una storia pienamente conosciuta>> (p. 164). E così via,
dall'Aginter Press all'ufficio Affari riservati del Ministero dell'interno,
dall'identità del Grande Vecchio alle iniziative del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa. Ad un panorama stracolmo di protagonisti e di dubbi, il presidente
Pellegrino il presidente Pellegrino aggiunge altri dubbi e protagonisti, dai
servizi segreti francesi a quelli israeliani (sempre ovviamente in via del tutto
ipotetica e indiziaria).
Una certa umiltà è stata per l'autore proprio una fortuna. Infatti,
dove si tenta, anche prudentemente, di andare al di fuori delle mere ipotesi, si
rischia lo scivolone disastroso. Valga per tutti il riferimento al Csis
americano, indicato imprudentemente come <<un centro che ha influenzato
fortemente le politiche mondiali>> (p.105), che è quanto meno una solenne
esagerazione per definire uno dei tanti centri studio che tentano di
barcamenarsi nella giungla di Washington. E' vero che sulla carta hanno fatto
parte del Csis gente come Henry Kissinger e Alexander Haig, ma questo non basta
a definirlo come un organismo della destra radicale americana. Tanto è vero che
Kissinger è sempre stato una bestia nera della destra radicale americana, perché
ritenuto troppo moderato, pragmatista, tecnocratico, quasi un infiltrato nelle
fila della destra. Né certo può essere un esponente della destra americana il
professor Brezinski che è stato segretario di Stato con il democraticissimo
presidente Jimmy Carter ed è uno degli esponenti più autorevoli del Csis. In
generale, poi, in tutto il volume non si prende in considerazione che gli anni
più sospettati della ingerenza degli Stati Uniti sono stati gli anni in cui ai
vertici c'erano persone come appunto Carter, che avevano fatto della
moralizzazione (innanzitutto nel settore della sicurezza internazionale) la loro
parola d'ordine.
Anche
il collegamento tra il Csis e l'università di Georgetown dovrebbe essere ben più
sfumato: dagli anni Ottanta il Csis e Georgetown sono separati nettamente, da
tutti i punti di vista, incluso quello puramente geografico, tanto è vero che
il Csis non è più ubicato a Georgetown, ma a qualche chilometro di distanza.
È
importante in conclusione segnalare che appena appena la ricerca della
Commissione tenta di mettere capo al tentativo di segnalare qualche possibile
<<centrale internazionale di coordinamento o di ispirazione dello
stragismo>>, immediatamente dimostra di stare parlando di cose che per così
dire non sono conosciute pienamente, sia per quanto riguarda i contenuti
fondamentali sia per quanto riguarda gli aspetti definitori più elementari.
Se
troviamo errori di siffatta natura in un documento che pure viene citato con
tanta approvazione, è facilmente immaginabile cosa rischiamo di trovare nelle
altre relazioni, che sono state presentate o che stanno per essere presentate in
Commissione Stragi, a cominciare da quella consegnata a giugno da Walter Bielli
e cha aveva sollevato un putiferio generale.
A
giugno il presidente Pellegrino si distanziò dalla relazione di Walter Bielli,
segnalando che definire la strage di piazza Fontana una <<strage atlantica
di Stato>> rischiava di creare l'impressione che l'atlantismo fosse stato
stragista. Per cautele di questo tipo il presidente Pellegrino è risultato ad
alcuni oggi benemerito, anche se tuttavia non riscatta un lavoro complessivo
della Commissione che non sarà magari stato Il grande inganno denunciato nel pamphlet di Francesco Gironda e
Gianluigi Da Rold (edito da Bietti), ma è nel complesso assai deludente. Dalla
Gladio Rossa all'affare Mitrokhin, dalle indagini giudiziarie sul Supersid a
quelle del giudice Salvini, c'è ancora un territorio sterminato e misconosciuto
su cui sembra si possa dire soltanto hic
sunt leones.
Il
fatto che persone sicuramente di grande valore umano e politico, come Giovanni
Pellegrino e Walter Bielli, siano cadute in errori di metodo e di fatto assai
evidenti e incontestabili, apre uno spiraglio importante a proposito della
cultura investigativa e della cultura politica dominanti nella sinistra per
molti anni. Il lavoro della Commissione Stragi documenta innanzitutto quantoè
stata limitata, provinciale, paranoica la nostra cultura della sicurezza, sia
per quanto riguarda gli aspetti legati alle metodologie investigative, sia per
quanto riguarda le conoscenze in merito a fenomeni internazionali, sia per
quanto riguarda le categorie interpretative di carattere più generale (come atlantismo,
che, anche dopo la caduta del comunismo, rischiava di diventare un insulto). Le
stragi e il terrorismo hanno caratterizzato la recente storia italiana, ma,
almeno in parte, anche perché c'era un'incapacità culturale che continua
ancora oggi, in maniera evidente e documentata. In larga misura le stragi
rimangono sconosciute ed impunite, nonostante siano state spese risorse enormi
in termini di soldi, di energie, di competenze diverse ed eminenti, da quelle
degli investigatori a quelle dei magistrati, da quelle degli esperti a quelle
dei politici, di destra e di sinistra.
Indubbiamente,
nel corso di tanti anni, la Commissione Stragi si è occupata molto di
depistaggi. Se volessimo usare un metro di ragionamento tipico proprio nelle
tematiche in discussione, sarebbe strano che a sua volta non fosse stata oggetto
di tentativi di depistaggio, o quanto meno di proiezione delle ricerche in una
direzione o nell'altra. Forse addirittura da nessuna parte, se è vero quel che
lo stesso presidente Pellegrino ha affermato pubblicamente: <<la classe
politica italiana non ha un reale interesse all'accertamento della verità sulle
stragi>>. In occasione delle ricorrenti polemiche intorno al ruolo nel
passato di personaggi ancora oggi di grande rilievo, come Giulio Maceratini e
Armando Cossutta, molti hanno sostenuto che l'interesse primario sia stato
l'utilizzazione dell'investigazione sulle stragi come strumento di lotta
politica, rivolto principalmente a delegittimare il nemico politico.
Saremmo un paese poco serio perché non siamo
arrivati alla <<verità sulle stragi>>? In fondo, il presidente
Pellegrino ha raccolto il conforto di critica e di pubblico negli stessi giorni
in cui perfino la proverbiale serietà tedesca veniva messa in discussione dalle
memorie di Kohl (che accusava di ingratitudine e di mancata serietà tutta la
cultura tedesca, a cominciare dai propri compagni di partito) e la serietà
della superpotenza americana viene messa in discussione dalla spassosa raccolta
di barzellette che ha accompagnato negli Stati Uniti la nomina dell'uomo più
potente della terra. Avrebbero forse ragione quei cinici che si chiedono: come
avrebbero potuto essere più seri degli altri gli italiani, con la loro storia
secolare di melodrammi, di veleni rinascimentali e di guerre fratricide?
Nell'ultima pagina del suo volume il presidente
Pellegrino fa riferimento alla <<dualità>> che sarebbe stata una
caratteristica dello Stato, dell'ordinamento, della società italiana durante
gli anni della guerra fredda. Ma prima della dualità sarebbe da dimostrare
l'esistenza di ciò che si presuppone sia duale: in verità la storia delle
nostre stragi ci dimostra innanzitutto che non esisteva lo Stato italiano e
ancora oggi in un certo senso non esiste, o almeno non è esistito e non esiste
per come lo desideriamo e ce lo meritiamo, a quanto purtroppo ci ricorda quasi
ogni giorno la cronaca, frustrando le nostre accorate speranze di diventare un
<<paese normale>>.
Una strada verso il generale desiderio di
normalità e di pacificazione sembra quella possibilità di costituire un
qualche organismo istituzionale che in tempi brevi e in modi limpidi tenti di
chiudere questa infinita guerra civile italiana. La Commissione sudafricana
sarebbe non tanto il modello, quanto il precedente più vicino: infatti si è
parlato di una <<Commissione per la Riconciliazione e la Verità sul reato
politico in Italia>>, che avrebbe mandato per intervenire su una lunga
serie di problemi, dall'affare Mitrokhin a Tangentopoli. La proposta è stata
avanzata inizialmente dal sen. Mantica di Alleanza Nazionale, poi è stata fatta
propria dal sen. Pellegrino, in seguito ha registrato varie altre convergenze
importanti. Con tutto il rispetto per chi vede il rischio di strumentalizzazioni
e deformazioni, questa proposta ha come alternativa soltanto l'estenuante
prosecuzione di un'anormalità che non fa bene a nessuno e danneggia tutti.
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