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"Per noi americani gli italiani erano inaffidabili"

 James Rubin, ex braccio destro di Madeleine Albright, a proposito delle posizioni italiane nella crisi dei Balcani, dichiarazioni del febbraio 2001

 

La politica estera italiana e l'inaffidabilità italiana

Nel corso dello scandalo sui miliardi e miliardi di presunte tangenti versate al criminale di guerra Milosevic dalla Telecom, è venuto fuori che alcuni nostri alleati, per questo e per altri comportamenti, non ci considerano affidabili. <<Italiani? Inaffidabili, traditori, vigliacchi!>>. Abbiamo cucito sulla pelle questo stereotipo, e ogni tanto c'è l'occasione per dimostrare che lo stereotipo non nasce dal nulla. Come mai?

     Non si può parlare male di Garibaldi. Ma se lo fa Indro Montanelli? Basta ricopiare alcune delle sue celebri tirate. Ad esempio, in tema di politica estera, citiamo alcuni suoi pezzi, scritti a partire dal 20 febbraio 2001 e giorni successivi: 

Siamo <<un Paese che nella primavera del 1915 riuscì ad essere alleato con tanto di firme sull'apposito documento, sia con la Triplice austro-tedesca che con l'Intesa franco-inglese, che si stavano scannando sui campi di guerra, e chiamò questa combinazione "UN CAPOLAVORO">>. Quelli si scannavano nella grande ecatombe bellica del Novecento e gli italiani erano contemporaneamente alleati di tutti e due. Che CAPOLAVORO! Un capolavoro all'italiana. 

Siamo <<un Paese che nel '39, per restare fedele all'alleato senza rompere col nemico dell'alleato, inventò la COBELLIGERANZA>>. 

Continua Montanelli: <<Io ero a Berlino nel momento in cui scoppiò la guerra, cioè nel momento in cui, con l' attacco alla Polonia, la Germania costrinse Francia e Inghilterra a dichiararle la guerra in base all' i impegno che con la Polonia avevano preso tanti anni prima. Si verificavano quindi le condizioni previste dal «Patto d' acciaio» per la discesa in campo anche dell' Italia. Per esentarcene accampammo il pretesto di non essere stati consultati in tempo, che da Hitler fu preso per buono, ma non dai tedeschi che dissero unanimemente: «I soliti traditori». Le assicuro che girare in quei giorni per Berlino non era, per un italiano, piacevole. L' unica cosa che un po' ci aiutava era una circostanza che non vedo mai o quasi mai ricordata nelle ricostruzioni di quegli avvenimenti: lo scarso entusiasmo, o per meglio dire l' angoscia con cui i tedeschi vi si disposero. Ricordo il discorso con cui Hitler diede al Reichstag (il Parlamento) l' annunzio della guerra. ...per quasi un anno la guerra non si fece (fu chiamata infatti «la drôle de guerre», la curiosa guerra), come in attesa di trovare un pretesto per uno di quei PAPOCCHI, di cui gl'italiani erano e sono tuttora considerati i grandi insostituibili maestri. Fu questo che rese respirabile, a noi italiani, per tutti quei mesi, l'aria di Berlino. Questo, e la scarsa considerazione, cioè la totale disistima che i tedeschi avevano delle nostre forze armate, e che si era manifestata due anni prima in un piccolo, ma significativo episodio che mi sembra di aver già raccontato. Un'associazione di veterani inglesi della prima guerra mondiale aveva offerto un pranzo d'onore ad uno dei più prestigiosi generali della Wehrmacht, credo von Fritsch, di passaggio a Londra. Alla fine del simposio gli fu chiesto chi, secondo lui, avrebbe vinto la prossima guerra. «Non so chi la vincerà - aveva risposto l'ospite -, ma so chi la perderà: chi avrà come alleata l'Italia». Risapute quelle parole, dalla nostra Ambasciata, seguì una vibrata protesta diplomatica. Ci furono smentite e scuse. Ma la considerazione in cui i tedeschi tenevano le forze armate italiane era quella. ...mi pare di aver ricordato le parole che lo storico inglese Trevor Roper mette in bocca a Hitler in uno dei suoi ultimi discorsi alla vigilia della catastrofe: «È l'Italia che ci ha fatto perdere la guerra aprendo, senza nemmeno avvisarcene, dei fronti dove poi eravamo costretti ad accorrere sparpagliando così le nostre forze e ritardando i nostri piani».

Non so se queste parole siano autentiche come Trevor Roper le riferisce. Ma è certo che rispondevano al vero. Noi cerchiamo di occultare questa amara e mortificante realtà dietro il paravento degli eroismi individuali di cui la nostra Storia abbonda. È vero: le nostre disfatte sono costellate di episodi magnifici. Ma solitari. Sono verità che dobbiamo trovare il coraggio di guardare in faccia>>. 

Indro Montanelli è stato spesso indicato come rappresentante di un modo "Anti-Italiano" di fare giornalismo. anzi essere aniti-italiano sarebbe una caratteristica di larga parte della nostra cultura. Ad esempio, è proprio questo il titolo della celebre rubrica tenuta da Giorgio Bocca su L'Espresso. La verità vera è che ci sono troppe cose che non vanno in Italia e il compito del giornalista è di mettere in evidenza queste cose che non funzionano. Succede la stessa cosa anche negli altri Paesi. Quel che è specificamente italiana è, secondo Montanelli, quella <<inesauribile vocazione italiana al "PAPOCCHIO">> sottolineata in vari scritti e in riferimento ad aspetti differenti. Da Fanfani a Moro, da Andreotti a Dini, la politica estera italiana in questo dopoguerra, secondo molti osservatori ha avuto alcune caratteristiche costanti, a cominciare dalla pretesa di un'autonomia pasticciona e presuntuosa, tendente sempre al PAPOCCHIO di cui parla Montanelli (e non Montanelli soltanto). Il risultato finale è una caratteristica più volte sottolineata: l'inaffidabilità e la vigliaccheria viste come caratteristica costante dell'Italia o, per meglio dire, di coloro che rappresentano le istituzioni italiane.

All'interno dell'Alleanza atlantica, perché nessuno si è mai lamentato mai dei tedeschi, che a quanto pare certo non hanno subito deleterie conseguenze per la loro affidabilità? Anzi! Anche a confronto con i francesi la nostra posizione è assai poco invidiabile: è vero che i francesi hanno sostenuto posizioni di grande indipendenza, ma vivaddio lo hanno fatto a fronte aperta e ad alta voce, in modo dunque molto diverso da quanto ha fatto l'Italia (o per meglio dire i suoi rappresentanti), che ostentava fedeltà e contemporaneamente tramava alle spalle degli alleati. E' una posizione ben nota e dimostrata anche in riferimento agli problemi più gravi, come il terrorismo, come ben sanno gli israeliani, che hanno visto partire impuniti dall'Italia terroristi sanguinari e matricolati.

   La politica estera italiana è la summa del nostro essere italiani davanti al mondo: ciò che ci distingue come italiani davanti ad altri, che a loro volta si distinguono come francesi, inglesi, americani, eccetera. Ebbene, abbiamo molto di che inorgoglirci come italiani per la nostra arte, la nostra gastronomia, eccetera eccetera. Ma abbiamo anche noi qualcosina di cui vergognarci. Sui teatri del confronto internazionale, in mezzo mondo, dall'Iran all'Iraq, dalla Libia alla Serbia, non vengono ritenuti affidabili i comportamenti dei rappresentanti del governo italiano. Mi spiegate perché inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli eccetera non si comportano in questo modo? Mi spiegate perché quando parlo della Germania non debbo distinguere tra governo e Paese, e invece quando parlo dell'Italia debbo ficcarmi in mille distinguo?

   Dicono che Garibaldi, arrivato a Roma, cominciò un suo celebre discorso a Piazza della Rotonda dicendo: <<Romani, siate serii>>. Mai invito fu più giustamente rivolto a qualcuno. Non un cabarettista, ma uno dei politici più stimati sulla scena internazionale, il cancelliere Schmidt, anni fa raccontò in pubblico una delle tante note barzellette sugli italiani: <<Sapete che i carri armati italiani vengono costruiti con soltanto una marcia? La marcia indietro!>>. 

    Patria viene da Pater, padre. Per rispettare veramente i martiri di Cefalonia e tutti gli altri tantissimi italiani che tantissime volte hanno fatto fino in fondo il proprio dovere, bisognerebbe cominciare a far sì che la Patria sia veramente tale e che i cittadini sentano l'amor patrio come qualcosa di dovuto, nei confronti di uno Stato che merita di essere servito ed amato. Non uno Stato irrazionale, caotico, ingiusto, profondamente ingiusto e svergognato come quello in cui viviamo. 

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